Nel Mondo

M.L. King, la guerra in Vietnam, l’occupazione della Palestina

E’ ora di rompere il silenzio sulla Palestina

di Michelle Alexander **, editorialista del New York Times

Il 4 aprile 1967, esattamente un anno prima di essere assassinato, il Rev. Dr. Martin Luther King, prese la parola nella Riverside Church di Manhattan. Gli Stati Uniti erano da due anni in guerra in Vietnam, migliaia di persone erano state uccise, compresi circa 10.000 militari Americani. L’establishment politico – da destra a sinistra – sosteneva la guerra, e in Vietnam c’erano più di 400.000 americani, le loro vite sulla linea del fronte.

Molti dei più accesi sostenitori di King lo sollecitavano a restare in silenzio sulla guerra o almeno a esprimere critiche caute. Sapevano che se lui avesse detto tutta la verità sulla guerra ingiusta e disastrosa sarebbe stato falsamente etichettato come Familiari dell’infermiera Razan Al Najjar uccisa a Gaza nel giugno 2018comunista, avrebbe subito rappresaglie e rifiuti, allontanato sostenitori e costituito una minaccia per il fragile avanzamento del movimento per i diritti civili.

King rifiutò tutti i consigli benevoli e disse: “Vengo in questa meravigliosa casa di preghiera perché la mia coscienza non mi lascia altra scelta”. Citando una dichiarazione del clero e di laici preoccupati per il Vietnam disse: “Arriva un tempo in cui il silenzio è tradimento” aggiungendo:” Per noi quel tempo è arrivato riguardo al Vietnam”.

Era una posizione morale, solitaria. E gli è costata. Ma dette un esempio di che cosa ci è richiesto se vogliamo onorare i nostri più profondi valori in tempi di crisi, anche quando il silenzio servirebbe meglio i nostri interessi personali o le comunità e le cause a cui teniamo maggiormente. Penso a questo quando guardo alle scuse e alle giustificazioni “razionali” che mi hanno tenuto troppo silenziosa su una delle più grandi sfide morali del nostro tempo: la crisi in Israele-Palestina. Non sono stata sola. Fino a poco tempo fa l’intero Congresso è rimasto per lo più silenzioso su quell’incubo dei diritti umani che abita i territori occupati.  I nostri rappresentanti, da noi eletti, che agiscono in un ambiente  politico dove la lobby politica di Israele ha un potere ben documentato, hanno minimizzato e sviato le critiche  allo Stato di Israele,  anche quando è stato incoraggiato nella sua occupazione del territorio Palestinese ed ha adottato pratiche che ricordano l’apartheid in Sud Africa e la segregazione delle leggi Jim Crow* negli Stati Uniti.

Anche molti attivisti e organizzazioni per i diritti civili sono rimasti in silenzio, non per mancanza di interesse o simpatia per il popolo Palestinese, ma per timore di  perdere finanziamenti dalle fondazioni e di false accuse di antisemitismo. Sono preoccupati, come lo sono stata io un tempo, che il loro importante lavoro per la giustizia sociale venga compromesso o discreditato da campagne diffamatorie.

Analogamente, molti studenti temono di esprimere sostegno ai diritti palestinesi a causa delle tecniche maccartiste di organizzazioni segrete come Canary Mission, che iscrive in una lista nera coloro che osano sostenere pubblicamente il boicottaggio verso Israele, mettendo così a repentaglio prospettive di lavoro e future carriere.

Leggendo il discorso di King a Riverside più di 50 anni dopo, mi sono rimasti ben pochi dubbi che il suo insegnamento e messaggio ci richieda di parlare apertamente e appassionatamente contro la crisi dei diritti umani in Israele-Palestina, nonostante i rischi e la complessità di questi temi. King sosteneva, parlando del Vietnam, che perfino “quando le questioni a portata di mano sembrano provocare perplessità come spesso accade, nel caso di conflitti terribili, non dobbiamo farci paralizzare dall’incertezza. “Dobbiamo parlare con tutta l’umiltà adeguata alla nostra limitata visione, ma dobbiamo parlare”.

Così, se vogliamo onorare il messaggio di King, e non semplicemente l’uomo, dobbiamo condannare le azioni israeliane: incessanti violazioni del diritto internazionale, continua occupazione della Cisgiordania, Gerusalemme Est e Gaza, demolizioni di case, confische di terra. Dobbiamo gridare contro il trattamento dei palestinesi ai check points, le usuali perquisizioni delle loro case e restrizione della loro possibilità di movimento, e il pesante limite all’accesso ad abitazioni dignitose, scuole, alimentazione, ospedali e acqua, a cui molti di loro devono far fronte.

Non dobbiamo tollerare il rifiuto di Israele persino di discutere il diritto dei profughi al ritorno nelle loro case, come prescritto dalle Risoluzioni ONU, e dovremmo mettere in discussione i fondi del Governo USA a sostegno di molte iniziative ostili e migliaia di vittime civili a Gaza come anche i 38 miliardi di dollari che gli Stati Uniti hanno impegnato nell’ aiuto militare ad Israele.

E infine, con tutto il coraggio e la determinazione che riusciamo a raccogliere, dobbiamo parlare apertamente contro il sistema di discriminazione legale che esiste all’interno di Israele, un intero sistema di più di 50 leggi, secondo Adalah, il Centro legale per i diritti della minoranza araba,  – leggi come la recente nation-state law, che dichiara esplicitamente che solo gli Ebrei Israeliani hanno il diritto all’autodeterminazione in Israele, ignorando i diritti della minoranza araba che costituisce il 21% della popolazione.

Naturalmente ci saranno quelli che dicono che non possiamo sapere con sicurezza che cosa King avrebbe fatto o pensato riguardo a Israele-Palestina oggi. E’ giusto. Le prove riguardo al punto di vista di King su Israele sono complicate e contraddittorie.

Sebbene allora il Comitato di Coordinamento nonviolento degli Studenti  denunciasse le azioni di Israele contro i palestinesi, King si trovò in conflitto. Come molti dirigenti neri di quel tempo riconobbe che gli Ebrei Europei come popolo  perseguitato oppresso e senza patria, lottavano per costruire una loro propria nazione. E volle mostrare solidarietà alla Comunità Ebraica che era stata alleata di grande importanza nel movimento per i diritti civili.

Negli ultimi anni, nel 1967, King cancellò una missione in Israele dopo l’occupazione israeliana della Cisgiordania. Nel corso di un colloquio con i suoi consiglieri sulla visita, disse:” Penso solo che, se andassi, il mondo Arabo e ovviamente Asia e Africa in questo caso, lo interpreterebbero come approvazione a tutto quello che Israele ha fatto, e io ho interrogativi e dubbi in proposito”.

Continuò a sostenere il diritto di Israele ad esistere ma disse anche alla televisione nazionale che sarebbe stato necessario che Israele restituisse parte dei territori conquistati per ottenere pace e sicurezza vere ed evitare di esacerbare il conflitto. Non ci fu modo in cui King potesse pubblicamente conciliare il suo impegno per la non violenza e la giustizia per tutti i popoli, ovunque, con quanto era successo dopo la guerra del 1967.

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                                Khalil Hamra/Associated Press. Il Centro Al Meshal in Gaza, distrutto ad agosto 2018

Oggi possiamo solo ipotizzare come King si sarebbe schierato. Tuttavia mi trovo d’accordo con lo storico Robin D.G. Kelley che è arrivato alla conclusione che se King avesse avuto la possibilità di analizzare l’attuale situazione nello stesso modo in cui studiò quella del Vietnam “la sua inequivocabile opposizione alla violenza, al colonialismo, al razzismo, e al militarismo avrebbe fatto di lui un efficace critico delle attuali politiche di Israele.

In effetti, il punto di vista di King può essersi evoluto insieme a molti altri pensatori di forte spiritualità, come il Rabbino Brian Walt, che ha pubblicamente parlato delle ragioni per l’ abbandono della sua fede in ciò che vedeva come Sionismo politico. Recentemente mi ha spiegato che per lui il Sionismo liberale voleva dire credere nella creazione di uno Stato ebraico che sarebbe stato un porto sicuro e un centro culturale per il popolo ebraico nel mondo, che ne aveva disperatamente bisogno, “uno stato che avrebbe espresso e onorato gli ideali più alti della tradizione ebraica”. Disse che era cresciuto in Sud Africa in una famiglia che condivideva quelle opinioni e si identificava come Sionista liberale, fino al momento in cui la sua esperienza nei territori occupati l’ha cambiato per sempre.

Nel corso di oltre 20 visite in Cisgiordania e Gaza, ha potuto vedere orribili abusi dei diritti umani, come la distruzione con i bulldozers di case palestinesi mentre la gente piangeva – i giocattoli dei bambini sparsi su un sito demolito – e confisca di terra palestinese per fare spazio a nuovi illegali insediamenti finanziati dal Governo israeliano. Fu obbligato a fare i conti con la realtà: queste demolizioni, insediamenti e atti violenti di dispossessione non erano opera di furfanti, ma atti pienamente sostenuti e consentiti dall’esercito israeliano. Il punto di svolta per lui fu assistere al la discriminazione legalizzata nei confronti dei palestinesi – comprese le strade solo per ebrei – che, disse, in certo senso era peggiore di quello a cui aveva assistito da ragazzino in Sud Africa.

Non molto tempo fa era piuttosto raro sentire questi punti di vista. Adesso non è più così.

Jewish Voice for Peace, ad esempio, ha l’obiettivo di educare il pubblico americano su “l’espulsione forzata di circa 700.000 palestinesi che cominciò con l’istaurazione di Israele e continua fino ad oggi. “Sempre più persone di tutte le fedi e retroterra culturali hanno parlato apertamente con maggior impegno e coraggio. Organizzazioni americane come ad esempio If Not Now sostengono i giovani ebrei americani nella loro lotta per rompere il silenzio mortale che ancora regna tra troppa gente sull’occupazione, e centinaia di gruppi laici e religiosi si sono uniti alla  U.S. Campaign for Palestinian Rights.

Considerando questi sviluppi, sembra che stia arrivando alla fine il tempo in cui  critiche del Sionismo e delle azioni dello Stato di Israele possano essere tacciate di antisemitismo. Sembra che venga sempre più compreso che la critica alle pratiche e politiche del Governo israeliano non è, in sé, antisemita.

Certo questo non vuol dire che l’antisemitismo non sia reale. Il Neo Nazismo sta riemergendo in Germania all’interno di un crescente movimento antiimmigrazione. Episodi di antisemitismo negli Stati Uniti nel 2017 sono cresciuti del 57%, e molti di noi ancora piangono quello che è considerato come l’attacco più mortale agli ebrFamiliari dell’infermiera Razan Al Najjar uccisa a Gaza nel giugno 2018ei nella storia americana. In questo clima dobbiamo ricordare che mentre la critica ad Israele non è in sé antisemita, può finire per arrivarci.

Fortunatamente, persone come il Rev. Dr. William J. Barber II sono un esempio, quando dichiarano fedeltà alla lotta contro l’antisemitismo,e nello stesso tempo mostrano incrollabile solidarietà con il popolo Palestinese che lotta per sopravvivere sotto l’occupazione israeliana.

In un discorso avvincente lo scorso anno ha dichiarato che non possiamo parlare di giustizia senza considerare l’espulsione dei popoli nativi, il razzismo sistematico del colonialismo e l’ingiustizia della repressione governativa. Nella stessa occasione ha detto:”Voglio dire nel modo più chiaro possibile che l’umanità e la dignità di ogni essere umano o popolo non può in alcun modo sminuire l’umanità e dignità di un’altra persona o popolo. Essere convinti che l’immagine di Dio è in ogni persona vuol dire asserire che il bambino palestinese è prezioso come il bambino ebreo”.

Guidati da questo tipo di chiarezza morale, gruppi religiosi stanno agendo. Nel 2016 il consiglio della Chiesa Metodista Unita ha escluso dal suo multimiliardario fondo pensioni le banche israeliane i cui crediti per la costruzione di insediamenti violano il diritto internazionale. Analogamente, l’anno precedente la Chiesa Unita di Cristo ha votato una risoluzione per il boicottaggio e il disinvestimento dalle aziende che traggono profitto dall’occupazione israeliana dei Territori Palestinesi.

gaza familiari infermiera uccisa

Familiari dell’infermiera Razan Al Najjar uccisa a Gaza nel giugno 2018.  Hosam Salem for The New York Times

Anche nel Congresso, un cambiamento è all’orizzonte. Per la prima volta due suoi componenti, i rappresentanti  Ilhan Omar, Democratica del Minnesota, e Rashida Tlaib, Democratica del Michigan, hanno espresso sostegno pubblico al Movimento BDS. Nel 2017, la Rappresentante Betty McCollum, Democratica  del Minnesota, ha presentato una risoluzione per garantire che nessun aiuto militare degli Stati Uniti vada al sistema militare carcerario israeliano dei giovani. Israele persegue regolarmente nel Tribunale Militare giovani detenuti nei territori occupati.

Con tutto ciò non voglio dire che il vento sia completamente cambiato o che siano cessate le rappresaglie contro chi esprime forte sostegno ai diritti Palestinesi. Al contrario, proprio come King fu pesantemente e largamente criticato per il suo discorso di condanna della guerra in Vietnam  – 168 grandi quotidiani incluso The Times lo denunciarono il giorno seguente – chi parla pubblicamente a sostegno della liberazione del popolo palestinese ancora rischia condanna e contraccolpi.

Bahia Amawi, logopedista americana di origini palestinesi, è stata recentemente licenziata per aver rifiutato di firmare un contratto contenente un impegno anti-boicottaggio, dichiarando di non farlo, e che non parteciperà a boicottare lo Stato di Israele. A novembre, Marc Lamont Hill è stato licenziato dalla CNN per un discorso a sostegno dei diritti palestinesi, grossolanamente mal interpretato come se esprimesse sostegno alla violenza. Canary Mission continua a porre serie minacce agli studenti attivisti.

E proprio circa una settimana fa, il Birmingham Civil Rights Institute in Alabama, pare sotto pressione per lo più di parti della Comunità essereEbraica e altri, ha revocato un riconoscimento conferito ad Angela Davis, icona dei diritti civili, che aveva espresso critiche al trattamento di Israele nei confronti dei palestinesi e sostegno al BDS.

Ma l’attacco è fallito. In 48 ore accademici e attivisti si sono mobilitati in risposta. Il sindaco di Birmingham, Randall Woodfin, e il Birmingham School Board con il City Council, hanno espresso indignazione per questa decisione dell’Istituto. Il Consiglio ha passato all’unanimità una risoluzione per Angela Davis e si sta organizzando un evento alternativo per celebrare il suo impegno di decenni per la liberazione di tutti.

Non posso affermare con certezza che King applaudirebbe Birmingham per la sua solerte difesa della solidarietà di Angela Davis per i Palestinesi. Ma lo faccio. In questo anno nuovo voglio parlare con maggior coraggio e determinazione sulle ingiustizie al di là dei nostri confini, e quelle che sono finanziate dal nostro Governo e voglio schierarmi in solidarietà con le lotte per la democrazia e la libertà. La mia coscienza non mi lascia altra scelta.

Michelle Alexander è diventata editorialista del New York Times nel 2018. E’ avvocata per i diritti civili, esperta giurista e autore del libro:  “The New Jim Crow: Mass Incarceration in the Age of Colorblindness.”

**Le leggi Jim Crow furono delle leggi locali e dei singoli stati degli Stati Uniti d’America emanate tra il 1876 e il 1965. Servirono a creare e mantenere la segregazione razziale in tutti i servizi pubblici, istituendo uno status definito di “separati ma uguali” per i neri americani e per i membri di altri gruppi razziali diversi dai bianchi.

 

traduzione dall’inglese a cura della redazione

 
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