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C’è qualcosa di nuovo oggi a Ramallah

Resoconto sintetico di un incontro appassionante a cura di Alessandra Mecozzi

“Dalla strada alla tribuna”, conferenza internazionale sui movimenti sociali, non è stata una tradizionale conferenza di solidarietà con la Palestina. In genere i movimenti di altri paesi vengono chiamati ad esprimere solidarietà con la lotta anti coloniale e anti – occupazione palestinese. L’incontro dell’8 e 9 agosto si è posto invece l’obiettivo di un confronto e scambio tra palestinesi e internazionali, sui piani della analisi teorica e delle pratiche. Già il titolo alludeva alla novità, con una singolare immagine: un manifestante parla nel microfono, con maschera antigas!

Organizzatori sono stati Al Marsad* e l’Unione comitati lavoratori agricoli UAWC*

I TEMI
Nella sala del teatro municipale, dopo la sessione di apertura, si sono alternate donne e uomini palestinesi di diverse generazioni con una quindicina di ospiti internazionali, seguiti da quelli del pubblico. Gli interventi erano distribuiti in 4 sessioni e diversi panel: dal locale al globale, spazi di solidarietà e lotte comuni; Contadini senza terra e lavoratori senza lavoro; La lotta dei movimenti delle donne, tra piazza e professionismo; Sindacati: al servizio della autorità politica o allo scontro con essa?”; Lotte rivendicative e lotta nazionale; Produzione di conoscenza contro il discorso egemonico; Organizzazioni senza organizzare.

La sessione di apertura, gestita da rappresentanti delle due associazioni promotrici (per Al Marsad Eileen Kutab, per UAWC Fuad Abu SAid), mette sul tavolo molti dei temi centrali: la critica alle politiche liberiste e la necessità di una lotta sociale contro le ingiustizie, accanto a quella contro l’occupazione e le politiche razziste di Israele; la debolezza della sinistra e quella dell’economia; la necessità di organizzarsi e un nuovo concetto di movimenti sociali.

Dal locale al globale…
Un tema che viene con forza alla ribalta, nella prima sessione è quello del rapporto tra lotte sociali e lotte politiche, il senso politico delle lotte sociali, richiamando il Forum sociale mondiale e le lotte più recenti nel mondo arabo, come l’Egitto. Ne parlano la francese Mireille Fanon Mendès France, l’egiziano Khaled Ali, il palestinese Raja Ighbarieh, che si sofferma su una analisi dell’attivismo sulla linea verde e la fase della Nakba come basilare per la formazione della lotta nazionale. Ahmad Jaradat, un assiduo partecipante ai Forum sociali, sottolinea l’unicità del caso Palestina, con la sua lotta antimperialista e anti coloniale; il progressivo affermarsi di lotte sociali e lotte delle donne, l’ indebolimento dell’azione politica. Le testimonianze successive di Albino Reynaldo Oliveros, che parla in video non avendo avuto il visto di entrata; di Sam Anderson, dagli Stati Uniti, in video per lo stesso motivo, e il palestinese Omar Assaf parlano di lotte in cui si intrecciano il sociale e il politico. Il primo contro la militarizzazione, Sam Anderson su 60 anni di solidarietà dell’America nera con la Palestina e Omar Assaf della campagna nata in Palestina e divenuta globale del BDS.
Altro elemento di novità è la critica esplicita alla Autorità Nazionale Palestinese, al suo carattere burocratico e repressivo, che ritornerà in più interventi.

Contadini senza terra, lavoratori senza lavoro
Un terzo elemento di novità è il collegamento (in video conferenza) con Gaza, da cui viene seguita con interesse la Conferenza e da cui nel corso dei due giorni si ascoltano diversi interventi.
Saad Ziadeh parla del movimento e delle lotte dei pescatori “senza mare” . Sottolinea la necessità di unità politica dei palestinesi e la difficoltà che gli stessi movimenti sociali vivono per questa divisione, il rischio di seguire i partiti politici. I pescatori, che si stanno organizzando, chiedono solo il loro diritto di pescare, il mare aperto. Se vanno oltre le 6 miglia gli sparano e hanno perfino fatto esplodere barche, senza neanche la possibilità di recuperare i corpi! Ricorda le speranze della prima intifada e la frustrazione dopo gli accordi di Oslo.
Dal pubblico un universitario, definisce la prima intifada come eccellente esempio per i movimenti sociali, mentre negativa è stata la seconda, militarizzata.
La forte affermazione del “sociale”, rispetto al “politico” è dominante anche negli interventi su movimenti specifici: quello delle campagne in Marocco (Faissal Aoussar) e in Palestina (Yousef Abu Rayyan) e quello del messicano Carlos Marentes, che viene dal confine Messico/Usa e parla di muri e migranti. Fa parte di una organizzazione contadina e esalta efficacemente il protagonismo dei migranti, “non solo vittime ma protagonisti, con cui allearsi per il cambiamento, attaccando la disuguaglianza e sfidando il razzismo”.

La lotta dei movimenti delle donne: tra piazza e… professionismo
Il panel dedicato alle lotte e ai movimenti delle donne, a fine giornata e con un pubblico ridotto, ma molto attento, è vivace: dall’intervento dell’indiana Ruth Manaroma, che parla, tra l’altro, del lungo e faticoso cammino di lotta dei Dalit per emergere nella società e contro lo stato in cui il sistema delle caste lo relega, a quello di Cassia Bechara, brasiliana, che parla dell’energico e capillare lavoro di organizzazione delle donne nel movimento dei Sem Terra, della fatica di tenere insieme la lotta per la terra con la lotta contro l’imperante machismo. Rileva che ci sono molte somiglianze con quello che ho raccontato io, sul femminismo in Italia, la sua rivoluzione e i cambiamenti sociali e politici degli anni 70, in particolare con la lotta delle metalmeccaniche, in un mondo a prevalenza maschile.
Eileen Kutab, che ha fatto parte dei Comitati delle donne della prima Intifada, chiude le presentazioni mettendo al centro del suo intervento le lotte delle donne, movimento sociale e politico insieme, che si batte contro la violenza israeliana e contro la violenza patriarcale. Esalta i risultati della resistenza popolare e anche lei critica gli accordi di Oslo, come quelli che hanno prodotto una frammentazione del movimento. Imparare dalla prima intifada, per non tornare indietro, sembra essere la sua conclusione.

Sindacati: al servizio o allo scontro con l’Autorità politica?
A parlare di lotte sindacali e del loro collegamento con quelle nazionali sono un dirigente della UGTT tunisina, il movimento degli insegnanti palestinesi e la rete della conoscenza italiana. Ritornano nell’intervento dell’insegnante forti critiche al comportamento dell’Autorità Palestinese nei confronti della grande manifestazione a Ramallah del 2016, con uno sciopero generale nelle scuole: arresti e perfino blocchi sulle strade per non far arrivare le persone a Ramallah. Criticate anche le pressioni verso il tentativo di formare un sindacato indipendente (fuori dal sindacato un tempo unico Pgftu) esercitate con trasferimenti e prepensionamenti. Un panorama sociale e politico davvero inquietante…
La lotta contro la riforma della scuola e dell’Università, i tagli alla spesa pubblica, la repressione delle grandi manifestazioni in tutto il paese, sono al centro dell’intervento di Andrea Nicolini, della Rete della conoscenza. Racconta anche l’esperienza originale del mutualismo, ad indicare una via alternativa alla insostenibilità economica dei costi dell’istruzione. L’appassionato intervento mette infine sotto accusa l’idea liberista della scuola-lavoro, che obbligherebbe migliaia di studenti a lavorare gratis per aziende.
Mouldi Guessoumi, tunisino dell’Ugtt, rifacendosi sia alla lotta anti coloniale che alla “rivoluzione” del 2011 porta l’esperienza di un sindacato protagonista della lotta sociale e di quella nazionale, degli scioperi generali, anche non autorizzati, e del rapporto con altri movimenti, indispensabile per un cambiamento radicale. Una lotta che continua, anche dopo la cacciata di Ben Ali. Dal pubblico seguono interventi critici nei confronti del Governo che insistono sulla necessità di indipendenza, come in Tunisia, del movimento sindacale. “In Palestina – dice qualcuno – il sindacato è parte del Governo, le loro voci non si sentono, non si battono per affermare i diritti che non ci sono…”

Lotte specifiche e lotta nazionale
Sull’onda dell’acceso dibattito sulla questiona dell’indipendenza dei movimenti sociali si svolge la successiva discussione con i protagonisti di tre diversi movimenti: da Gaza Suhair Khader parla delle ragioni e dello svolgimento della Grande Marcia del ritorno, cominciata il 30 marzo, che si ripete ogni venerdì, che ha carattere popolare e pacifico e che contiene non solo la rivendicazione del diritto al ritorno ma anche quella della fine di un assedio che dura da 12 anni, la difesa di Gerusalemme come capitale della Palestina e la lotta contro i tagli all’Unrwa (poi realizzati in questi giorni dagli Stati Uniti) particolarmente grave in una terra in cui i profughi sono il 70% della popolazione. Parla del carattere nonviolento della marcia, della creatività dei giovani, del protagonismo delle donne che organizzano un evento ogni martedì! Denuncia le deformazioni della stampa, subalterna ad  Israele, le migliaia (17.000) di feriti e le vittime della violenza militare. “Abbiamo sorpreso il nemico – dice la giovane Suhair – perché sono arrivate centinaia di migliaia di persone. La solidarietà dalla Cisgiordania, dai paesi arabi e non, sono essenziali. Le fa eco l’intervento di Shatha Hammad che parla proprio della manifestazione del movimento a Ramallah “Lift the sanctions” dove non si fa solo riferimento all’assedio di Gaza, ma anche alle  che la stessa Autorità palestinese ha imposto tagliando del 50% gli stipendi dei suoi dipendenti a Gaza, per far pressione sul Governo di Hamas, in realtà peggiorando le condizioni di vita. La manifestazione del 13 giugno ha visto la partecipazione di migliaia di persone, c’è stata forte repressione da parte  delle forze di sicurezza palestinesi. “E’ un movimento popolare indipendente- dice – ma i partiti dovrebbero fare la loro parte, far muovere l’ANP che ignora questo movimento”. Per difendere gli arrestati si è formato un team legale.

Arriva poi il portavoce della lotta di Khan Al Ahmar, la scuola di pneumatici (costruita da Vento di Terra, ong italiana)  che Israele vuol distruggere sgomberando il villaggio beduino in cui si trova. Eid Abu Dahuk racconta che tutto è cominciato molti anni fa, già negli anni 50 le tribù beduine di Jahalin erano state espulse perché il loro capo ne rifiutava l’entrata nell’esercito israeliano. Ma denuncia l’assenza di un movimento di risposta palestinese. “Hanno pensato che gli accordi di Oslo fossero la soluzione, ma gli israeliani adesso ci dicono che vogliono sgomberare perché secondo gli accordi di Oslo la terra appartiene a loro! Si sono occupati di noi anche i Governi Europei, ma non quello Palestinese! Dov’è il ruolo della politica, dei partiti, del Governo? Israele ha rinviato, ma sono certo che demoliranno il villaggio…”

Produzione di conoscenza contro il discorso egemonico

Il confronto tra movimenti sociali e altri “interlocutori” affronta le questioni dei media, dei partiti politici, della produzione di conoscenza. Parlano tre palestinesi: un giornalista, una universitaria, un militante politico, di recente uscito di prigione.

Il giornalista, Aref Hijjawi, partendo dalla analisi della frammentazione dei mezzi di informazione e del ruolo preponderante assunto dai social, spesso basati sul pettegolezzo e voci non verificate, fa una dura critica al potere politico attribuendo alla repressione l’assenza o l’ oscuramento dei media nella società. La mancanza di leggi che garantiscano la libertà di informazione fa sì che non ci siano garanzie. Le professionalità ci sarebbero ma manca il coraggio! I media finanziati dall’estero non sono veri strumenti di informazione. “Alla fine – dice – prevale l’hobby palestinese per eccellenza, lamentarsi…
Linda Tabar, dell’Università di Bir Zeit, parla della conoscenza alternativa come necessaria forma di resistenza. Lavora nel settore dei Women’s studies e analizza come il potere cambi la percezione della realtà. Denunciando il ruolo di capitalismo e patriarcato nella scomparsa di valori, sollecita la ricerca di alternative. “In nome dello sviluppo la Palestina è stata trasformata in un mercato: ma un movimento di liberazione deve disegnare il suo mondo, cominciando ad analizzare come cambiare in Palestina il sistema di produzione”.
Ahmad Katamish, scrittore e attivista, parla della relazione controversa tra movimenti sociali e partiti e del fatto che in realtà partiti rivoluzionari non esistono più. “Se non c’è spazio per forze rivoluzionarie la Palestina è senza speranza”. Ci sono ben 450.000 laureati senza lavoro: non abbiamo industria, solo botteghe. Servirebbe una alleanza tra operai e contadini, c’è bisogno di movimenti sociali e di partiti, nell’insieme le sue parole esprimono la necessità di costruire un partito…

Organizzazioni senza organizzare
Il titolo singolare introduce l’ultimo dei panel, dove vengono presentate esperienze  di movimenti e della loro trasformazione: dalla Palestina, dal Libano, dalla Giordania e dalla Spagna. Interessante l’intervento del palestinese di Al Marsad: Firas Jaber parla della campagna nazionale, da loro lanciata, sulla legge per la sicurezza sociale che è stata condotta da una grande e plurale alleanza, con il sostegno dei partiti progressisti, ed è riuscita sia con manifestazioni che con interventi sui testi prodotti dal Governo a far approvare per la prima volta una legge equa sulla sicurezza sociale. “E’ importante scendere in piazza – dice Firas – ma bisogna farlo in modo organizzato e sapendo quello che si vuole. Abbiamo dimostrato che quando ci si mette tutti insieme si può cambiare.”
Dal Libano Rania Al Masri porta l’esperienza della lotta contro il dilagare dei rifiuti, durata a lungo per ottenere provvedimenti dal Governo che risolvessero il problema. La questione si o no ai partiti non è di oggi, ma bisogna fare attenzione, movimenti sociali e società civile sono una cosa diversa. Anche i Fratelli Musulmani hanno dichiarato di essere società civile! I partiti hanno precise responsabilità quella di fare leggi civili, non religiose, e non devono cavalcare il movimento. Dalla Giordania Jumana Mustafa parla del movimento “Manaash”, 2017. E’ stata una mobilitazione di tutti, interclassista, per il ritiro di una legge sulle tasse ingiusta. L’associazione più forte, quella degli ingegneri ha lanciato uno sciopero a sostegno di questa richiesta. Il Governo si è dimesso, il nuovo ha promesso il ritiro della legge. Ma il movimento è scomparso….
Infine Javier Diaz Muriana del movimento degli Indignados di Spagna ne racconta il cammino: all’inizio movimento non organizzato, senza capi né strutture gerarchiche fino ad approdare, alla costruzione di un partito che si è presentato alle elezioni e che è oggi una sorta di ago della bilancia del Governo.

I due giorni sono stati pieni di suggestioni. Adesso pensiamo a come continuare – dice Kifah Zourouh, l’ attivissimo angelo custode della delegazione internazionale. Forse la seconda puntata sarà “Dalla tribuna alle strade”??!!

 

* Al Marsad – Osservatorio Palestinese sulle politiche sociali ed economiche
Questa associazione fondata cinque anni fa ha già ottenuto cambiamenti positivi, quali ad esempio la campagna per la legge sulla Sicurezza Sociale recentemente ottenuta. Si occupa in particolare della affermazione dei diritti sociali ed economici per tutti i/le palestinesi, attraverso studi di politica e una piattaforma per l’impegno sociale. Al Marsad ha fondato 2 coalizioni: 1) Social Security National Campaign lanciata in Aprile 2016 composta da 30 persone; 2) Palestinian Coalition for Economic and Social Rights lanciata nel gennaio 2017; 60 persone. Il lavoro consiste nel costruire dialogo e collaborazione tra diversi soggetti, per uguaglianza e giustizia sociale.

* Union of Agricultural Working Committees
La Union of Agricultural Work Committees (UAWC) è una organizzazione palestinese indipendente fondata nel 1986 da un gruppo di Agronomi, contadini/e e volontari/e. Le sue priorità al centro l’affermazione sociale ed economica dei contadini palestinesi per rafforzare il loro diritto alla terra e acquisire sovranità alimentare. Inoltre UAWC lavora per  iniziative innovative di sviluppo agricolo e sostenibile, per la protezione della terra e l’assistenza legale ai contadini in caso di ordini di confisca delle terre.

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