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Ricordando Ettore Masina, grande amico del popolo palestinese

di Patrizia Cecconi

Dopo Stefano Rodotà, nobile difensore dei principi costituzionali adottati e indicati come “via maestra”, ieri ci ha lasciato anche Ettore Masina, fondatore di Rete Radie’ Resh. Con lui il popolo palestinese perde un grande amico.  Aveva quasi novant’anni, era stato giornalista, scrittore e parlamentare per alcune legislature nella Sinistra indipendente ed ancora seguiva le questioni politiche, ecclesiali e sociali mantenendo vivo il confronto con associazioni e singoli attraverso la sua “Lettera” periodica. Era sposato con Clotilde, della quale diceva sempre di essere profondamente innamorato. Chi ha conosciuto Clotilde, psicoterapeuta di professione e accompagnatrice per scelta di suo marito, non ha motivo di dubitarne.

Masina iniziò a 24 anni a fare il giornalista per il quotidiano milanese “Il Giorno” e fu incaricato di seguire  il Concilio Vaticano II realizzando delle cronache così apprezzate da farlo conoscere e chiamare alla Rai come “informatore religioso”. Ma lui, il vaticanista de “Il Giorno” era  un “fastidioso catto-comunista”, così fastidioso che due dei direttori del TG con cui lavorò lo detestarono stroncandogli la carriera per le sue posizioni di parte. Questo Masina lo diceva a voce alta ed andava fiero di essere di parte, cioè, come diceva lui stesso “dalla parte degli oppressi e dalla parte degli onesti e tanto comunista che cattolico convinto”.

Il suo amico Paul Gauthier, prete operaio che aveva scelto di risiedere in Palestina, lo invitava ad andare lì per capire cosa significasse vivere sotto il tallone israeliano. Masina allora non  sapeva molto di Palestina, e andò per la prima volta al seguito di Paolo VI che, detto per inciso, fu il primo papa ad andare in Palestina e a non pronunciare mai la parola Israele, non per caso ma per precisa scelta. Scelse anche di entrare da Amman invece che da Tel Aviv e questo, nel linguaggio della diplomazia, rappresentava una dura condanna  del Vaticano verso lo  stato di Israele. Del resto Paolo VI fu anche colui che si impegnò per far liberare dalle galere israeliane monsignor Capucci, altro grande vecchio che ci ha lasciato a gennaio.

Il viaggio in Palestina sconvolse Ettore Masina. Era il 1964, fu lì che incontrò, insieme alla povertà di massa,  l’ingiustizia e la sopraffazione israeliane mascherate da autodifesa e questo segnò per sempre il suo impegno contro le falsità della narrazione israeliana; fu lì che incontrò una bambina che si chiamava Radié Resh e che morì di freddo dopo che Israele aveva demolito la sua casa.

Masina raccontava che la bambina si era ammalata di polmonite per la mancanza di un tetto per ripararsi dal freddo. Chi conosce la Palestina in inverno sa cosa significa quel freddo terribile anche dentro le mura di una casa ed è facile immaginare cosa possano significare quei terribili tre mesi invernali tra gli stracci e i cartoni!
La piccola Radié Resh ormai, quando lui la conobbe, aveva la febbre altissima e delirava. Nel delirio immaginava di pulire i vetri della nuova casa che le istituzioni internazionali le avevano promesso. Sognava una casa con le finestre!

Ettore Masina libro

Aveva gli occhi lucidi Ettore Masina mentre raccontava questa storia, ma poco dopo, seguitando il racconto, il suo viso s’induriva ricordando che dopo il suo ritorno in Palestina  con una delegazione parlamentare rappresentativa di tutto l’arco costituzionale, tutti i parlamentari, compresi i meno simpatizzanti per i palestinesi, erano rimasti tanto scossi da ritenere opportuno, all’unanimità, convocare  ufficialmente una conferenza stampa in Parlamento per affrontare il problema, almeno dal punto di vista umanitario.
Ma si sa, quando si parla di Palestina non c’è aspetto umanitario che non abbia connotazione politica, ed è normale che sia così. E questo lo sa bene anche Israele e lo sanno bene i suoi sostenitori .

Masina proseguiva il suo racconto dicendo che i giornalisti accreditati in Parlamento all’epoca erano 135 e di questi non se ne presentarono la metà, ma neanche un quarto, e neanche un ottavo: non se  ne presentò nemmeno uno! La longa manus israeliana sapeva bene come muoversi: davanti al crimine che non sarebbe cessato in quanto seguiva una precisa strategia, era meglio il silenzio, poi sarebbe arrivata la narrazione addomesticata e infine l’opinione pubblica si sarebbe conformata a quanto narrato.

I giornalisti televisivi, così come quelli delle testate più significative, volendo far carriera, avrebbero imparato ad autocensurarsi e non ci sarebbe stato bisogno di imporre altre censure. Questo successe allora. Questo ancora succede.

Masina, uomo mite per eccellenza, era molto duro su questo fatto e non accettava ipotesi dubitative circa la latitanza dell’informazione. Lui era un giornalista di grande onestà intellettuale e quando raccontava questa storia sapeva di aver pagato per le sue posizioni politiche. Nel “64 pensò, con razionale lungimiranza, che si dovesse creare un’organizzazione libera che potesse portare la voce dell’oppresso a far conoscere la realtà, ché tanto i media avrebbero seguitato a portare la voce dell’oppressore. Così fondò, insieme a sua moglie e al prete operaio Paul Gauthier, la rete intestata alla bambina che morì sognando di pulire i vetri di una casa promessa e mai avuta. La Rete Radié Resh oltre che di Palestina si sarebbe poi occupata anche di Africa e di America Latina.

Le nostre condoglianze alla moglie, ai figli, ai suoi amatissimi nipoti e a tutta quella parte di mondo rimasta orfana di un uomo che aveva saputo coniugare con onestà e coraggio comunismo e cristianesimo, impegno politico e sensibilità umana e che forse non troverà facilmente degni successori.

da http://www.articolo21.org

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