Cinema Palestinese/Conoscere la cultura palestinese

Turismo politico in Palestina

 

L’idea di occupazione militare scatena molto spesso un’associazione mentale immediata con la violenza fisica, intrinseca alle situazioni di conflitto. Da Israele e Palestina ci raggiungono immagini di scontri e aggressioni che indubbiamente ci coinvolgono a livello emotivo, ma non ci aiutano a comprendere la causa di ciò che accade. Troppo poco, invece, si parla della violenza strutturale causata dall’occupazione, cioè quella violenza che non viene esercitata in modo diretto, ma che è prodotta dall’organizzazione sociale stessa e dalle sue diseguaglianze. Nel caso della Cisgiordania, questo tipo di violenza diventa palese quando si pensa al potenziale turistico della regione e al perchè non venga sfruttato.

Betlemme è stata una destinazione turistica fin da prima che il turismo fosse inventato. Per 2,000 anni, pellegrini da tutto il mondo si sono recati in questa suggestiva cittadina a pochi chilometri da Gerusalemme. Ogni anno un milione di turisti e pellegrini visita Betlemme e si stima che il 65% dell’economia locale dipenda dal settore turistico. Solitamente una risorsa così preziosa viene sviluppata al massimo ma la realtà del settore turistico a Betlemme è ben diversa. La maggior parte dei turisti arriva in città con  tour operators israeliani, visita la basilica della Natività e la piazza centrale per un paio d’ore e se ne ritorna in Israele. Non c’è nessun contatto con la comunità locale, nessuna conoscenza della storia e della situazione attuale del territorio. Per altri ancora, i checkpoints, la paura e una percezione negativa dei territori palestinesi influenzata da una falsa rappresentazione mediatica, funzionano da deterrente per trascorrere qualche giorno a Betlemme e dintorni.

La campagna Open Bethlehem si propone di cambiare le cose. Nel 2004 la regista palestinese Leila Sansour torna a Betlemme dopo una lunga assenza, con l’intento di girare un film sulla costruzione del muro di separazione intorno alla città. Dopo qualche mese l’idea del film evolve in una campagna per aprire la città di Betlemme, in lampante contrasto con il progetto israeliano di chiuderla dietro ad un muro. Leila Sansour si propone di attivare una rete internazionale di sostegno, rilanciando l’interesse per Betlemme come vera (e non soltanto biblica!) città palestinese, diffondendone il patrimonio culturale e la diversità religiosa tramite visite specializzate. Il simbolo della campagna è il passaporto di Betlemme, un documento di cittadinanza onoraria, offerto a chiunque si impegni a sostenere il programma.

La campagna Open Bethlehem si inserisce nel panorama del turismo alternativo, un settore in forte crescita negli ultimi anni. Iniziative come visite politiche della Cisgiordania, l’annuale raccolta delle olive in solidarietà con gli agricoltori e viaggi alla scoperta del patrimonio culturale della regione, offrono un’esperienza molto più profonda del classico soggiorno in hotel. L’interazione con la comunità locale diventa l’elemento centrale di un percorso formativo indimenticabile: restituisce ai palestinesi un ruolo di attori principali nel narrare la propria storia, mettendoli in condizione di cambiare una percezione diffusa, quella che oscilla tra vittima o terrorista. Per il viaggiatore stesso, una delle sorprese più grandi sarà forse la scoperta di un pluralismo di storie, idee, inclinazioni politiche e religiose che scalza l’immagine di un’identità palestinese omogenea in tutto e per tutto. Al suo posto affiorerà un mosaico di vite passate e  future, di conflitti e riconciliazioni, di tradizioni e ideali, insomma…affiorerà il vero volto della Palestina.

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