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Come la letteratura minaccia la sicurezza di Israele

Durante quest’ultima settimana di maggio la Palestina si riempie di poeti e scrittori, libri e visitatori da tutto il mondo. Dal 21 al 26 maggio si tiene il PalFest, il festival internazionale di letteratura palestinese con eventi e presentazioni nelle maggiori città di Ramallah, Betlemme, Gerusalemme, Haifa e Nablus. A Gaza, dove dal 2013 è quasi impossibile avere accesso, PalFest organizza proiezioni e letture tramite Skype. Quest’anno ad esempio, verrà mostrato il film di produzione italo-palestinese Io sto con la sposala storia di tre amici palestinesi e italiani che aiutano un gruppo di rifugiati siriani ad arrivare in Svezia, fingendo un matrimonio con centinaia di invitati.

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Dal 2008 il PalFest è diventato un appuntamento annuale che si propone di  mostrare e supportare la vita culturale palestinese e allo stesso tempo di rompere l’assedio militare israeliano. Gli organizzatori collaborano con numerosi gruppi locali – quali l’Hebron Rehabilitation Committe, la Arab Cultural Association a Haifa, il Khalil Sakakini Center a Ramallah e Project Hope a Nablus – per creare un festival immersivo, con molteplici attività educative e culturali, seguendo il motto di Edward Said “il potere della cultura contro la cultura del potere”. Scrittori ed artisti provenienti da Stati Uniti, Gran Bretagna e paesi arabi vengono invitati per arricchire ulteriormente il festival con performances e workshops.

Impossibile immaginarsi un’iniziativa più innocua e pacifica, eppure sono proprio eventi come questo che spaventano lo stato di Israele: un festival con presenza internazionale che comunica un’immagine positiva della Palestina e presenta i suoi abitanti non come terroristi o vittime, ma come persone ospitali, acculturate e con tanto potenziale. Niente di peggio per scuotere le fondamenta della narrativa israeliana basata su autodifesa, eroismo, e superiorità morale e culturale. Così anche la letteratura diventa una minaccia alla sicurezza nazionale e la macchina burocratica si mette al lavoro per ostacolare come meglio può.

Uno degli scrittori invitati quest’anno è Ahmed Masoud. Originario del campo profughi di Jabalya, nel nord della Striscia di Gaza, Ahmed vive da molti anni a Londra dove ha completato un dottorato in letteratura inglese. È uno scrittore prolifico, attivista e fondatore del gruppo di danza dabke Al Zaytouna. Il suo ultimo libro intitolato Vanished: the mysterious disappearence of Mustafa Ouda è un giallo coinvolgente, ambientato a Gaza, che si legge tutto d’un fiato. Ahmed doveva presentare proprio questo libro all’Educational Bookshop di Gerusalemme Est, oltre ad esibirsi in altri eventi del PalFest 2016.

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Ho avuto modo di sentir parlare Ahmed Masoud durante la conferenza organizzata a Londra lo scorso 14 maggio dalla Palestine Solidarity Campaign per commemorare la Nakba. In quel contesto lo scrittore ha parlato di discriminazione in campo culturale, spiegando al pubblico come un qualsiasi scrittore israeliano possa viaggiare con facilità per pubblicizzare il proprio lavoro. Proprio in quell’occasione Ahmed ha raccontato del suo proposito di andare in Palestina, munito di passaporto inglese, per partecipare al PalFest. Ma non sorprenderà nessuno il fatto che Israele abbia negato l’ingresso ad Ahmed Masoud, unicamente sulla base della sua provenienza. L’autore descrive l’accaduto sul suo blog, il tono rivela l’immensa amarezza:

“Ieri (21 maggio 2016) Israele mi ha negato l’ingresso in Palestina, principalmente perchè sono di Gaza. Questo è tutto, nessun’altra ragione. Nessuna spiegazione, nessun dettaglio, non gliene è fregato niente che viaggiavo con il mio passaporto britannico. Mi hanno portato in una stanza e mi hanno mostrato tutti i miei dati su di uno schermo, un soldato è entrato con una pistola. Ho detto di voler parlare con l’ambasciata britannica ma loro mi hanno riso in faccia e in un arabo fortemente accentato mi hanno detto “Enta Falasteeni khabebi” (Sei Palestinese caro”). […] Ora immaginatevi questo, dopo aver aspettato ed essere stato interrogato per ore, vi viene detto che non potete entrare a casa vostra. Vi portano in una stanza, vi urlano addosso, poi vi portano a prendere la vostra valigia, i vostri compagni di viaggio stanno tutti aspettando. Loro vi guardano pensando che ce l’abbiate fatta ma poi vedono la guardia dietro di voi. Vi vedono prendere la vostra roba e tornare indietro per essere infine buttato fuori.”

Ahmed Masoud non potrà intrattenere i suoi lettori al PalFest quest’anno. Tuttavia i metodi denigranti spesso usati ai controlli di immigrazione in Israele non fanno altro che esporre la fragilità di uno stato basato su razzismo e segregazione. Quando persino la letteratura diventa una minaccia alla sicurezza nazionale, il declino non può essere poi tanto lontano.

Vi raccomando altamente di leggere Vanished, purtroppo al momento soltanto in inglese. Per la recensione scritta da Selma Dabbagh e apparsa su Electronic Intifada cliccate qui.

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4 thoughts on “Come la letteratura minaccia la sicurezza di Israele

  1. Volendo documentare e diffondere al meglio la notizia, vorrei capire meglio la notizia: in questa circostanza, come si concretizza l’azione ostacolatrice di Israele? Grazie.

    • Ciao Tommaso, lo stato di Israele ostacola questa e molte altre manifestazioni culturali, impedendo l’ingresso nei territori occupati ad artisti, attivisti, cooperanti, personale UN – o più generalmente a chiunque critichi l’occupazione. In questo caso specifico, Ahmed Masoud è in possesso di un passaporto britannico, non ha mai avuto problemi con la legge, eppure le autorità aeroportuali lo hanno rispedito a casa in quanto nativo di Gaza. Il divieto d’ingresso ostacola da anni qualsiasi attività solidale con la Palestina e serve inoltre come intimidazione per chi ci si voglia recare. Spero questo faccia un pò di chiarezza, Eleonora

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