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Kefiah: Tra solidarietà e appropriazione culturale

Mercoledì 11 maggio si celebra la giornata mondiale della kefiah, in segno di solidarietà con la causa palestinese. L’iniziativa è partita dall’organizzazione studentesca canadese Solidarity for Palestinian Human Rights, con sede alla Concordia University di Montreal. Il gruppo invita i suoi sostenitori ad indossare la kefiah in un’azione simbolica, per non dimenticare l’espropriazione subita dal popolo palestinese in seguito alla creazione dello stato di Israele. Non a caso l’evento si tiene nella stessa settimana che culmina nella giornata di commemorazione della Nakba o “catastrofe”, il 15 maggio.

Originariamente usata dai contadini per proteggersi dal sole e dal vento, la kefiah divenne ben presto un simbolo di unità popolare contro l’oppressione. Durante le rivolte arabe degli anni ’30 contro l’occupazione britannica e le milizie sioniste, palestinesi di qualsiasi classe sociale iniziarano ad indossare la kefiah, chi per nascondere la propria identità, chi semplicemente in solidarietà con i ribelli. Durante la metà degli anni ’60, la kefiah viene conosciuta come simbolo di resistenza anche nel mondo occidentale, soprattutto in connessione con l’immagine di Yasser Arafat, leader e fondatore della PLO (Palestine Liberation Organisation).

La Hirbawi Textile Factory nella città vecchia di Al-Khalil (o Hebron) è l’unica fabbrica che produce kefieh in Palestina. Yasser Hirbawi aprì la fabbrica nel 1961, quando decise di avviare una produzione propria, piuttosto che importare il tradizionale copricapo mediorientale da Siria e Giordania. In un’intervista con Middle East Eye, Abed Hirbawi racconta la storia della piccola fabbrica a gestione familiare. Fino alla fine degli anni ’80 la produzione si concentrò prevalentemente sul modello a scacchi bianco e nero; la domanda era altissima e i telai di Hirbawi lavoravano incessantemente, arrivando a vendere 100,000 pezzi all’anno. La fabbrica si arrabattò durante anni di guerre, occupazione e prima intifada, ma negli anni ’90, in seguito agli accordi economici dettati da Oslo, la produzione cominciò a declinare. A peggiorare ulteriormente la situazione ci pensarono le politiche di globalizzazione e mercato libero: kefieh di qualità scadente provenienti dai mercati asiatici hanno costretto Hirbawi ad abbassare i prezzi e la produzione, che oggi non supera i 10,000 pezzi all’anno. Con intelligenza la famiglia Hirbawi ha pensato di diversificare la produzione, non limitandosi più solo alle khefie di colori tradizionali, ma producendone di tutti i colori e diversi disegni. La concorrenza rimane comunque imbattibile e la fabbrica fa sempre più fatica a tenere i battenti aperti. Non si tratta soltanto di un immenso patrimonio culturale a rischio ma anche di famiglie senza lavoro e di un’altra stangata alla microeconomia locale palestinese.

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Comprare una kefiah che non sia “made in Palestine” significa contribuire al declino della produzione artigianale locale. Non solo: è anche un mezzo di appropriazione culturale fine a se stesso che non rispetta l’origine o il significato della kefiah. L’attivista palestinese Nerdeen Kiswani spiega come mode e consumismo escludano totalmente l’elemento di solidarietà:

“C’è soltanto una fabbrica di kefieh in Palestina a Hebron (Khalil), la “Herbawi factory”, che lotta continuamente per restare aperta, mentre la maggior parte dei grandi negozi compra le loro kefieh dalla Cina a prezzi bassi e le rivende ad un prezzo altissimo. Si tratta di un affronto ai produttori palestinesi che fanno fatica a rimanere in attività. Vendono a prezzi più bassi e sono i fabbricanti originali, ciononostante negozi ai quali non importa nulla della causa palestinese – e a volte addirittura la criticano  – sono i profittatori massimi di questo mercato. In Palestina, cercare di vendere una maglietta con il motivo della kefiah per $115, come fa il negozio Urban Outfitters, sarebbe considerato un abominio. Sebbene il prezzo della produzione locale sia più equo – e la khefia originale, sono proprio i produttori palestinesi che fanno fatica a sopravvivere […]. Questo tipo di appropriazione culturale è particolarmente irritante in quanto rappresenta soltanto un altro fashion trend, che la gente segue perchè va di moda. Un simbolo di solidarietà è stato messo al collo di gente che neppure riconosce la lotta palestinese. Il valore sentimentale [della kefiah] è stato fatto a pezzi  […]” (Traduzione dell’articolo “Perchè indossiamo la kefiah” dal blog di Ben Norton)

Mercoledì 11 maggio vi invitiamo ad uscire di casa indossando la vostra kefiah e speriamo che sia una Hirbawi originale! E se non è possibile proprio quel giorno vi invitiamo a farlo in un qualsiasi giorno di maggio! Per chi non ne avesse una, vi sveliamo una piccola novità in anteprima: entro la fine del mese Cultura è Libertà organizzerà a Roma una vendita di kefieh provenienti direttamente dalla Hirbawi Factory di Al-Khalil. Un modo per sostenere l’attività della fabbrica e, insieme, la campagna di promozione della cultura palestinese. Per maggiori dettagli seguiteci su Facebook, vi aggiorneremo appena possibile su giorno, ora e luogo!

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