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Sognare Gerusalemme, e non potersi svegliare di Patrizia Cecconi

Subito dopo questo articolo mandato da Patrizia, bello e angoscioso, mi è capitato di leggere (sul sito di editoria araba) pensieri di Mahmoud Darwish, sulla lingua araba. Le trovate in fondo, parole luminose per una storia buia e tragica, una storia di occupazione: della terra palestinese e della lingua del suo popolo…

E’ successo ieri. E’ successo a due fratelli di circa 16 anni lui e di 24 lei.
Erano felici, avevano avuto il permesso dagli occupanti della loro terra, di andare a Gerusalemme. Era la prima volta. Così mi racconta un amico palestinese. Venivano da Alram, un paese vicino Ramallah.
La giovane signora, perché di signora sposata e con due bambini -ora orfani- si tratta, era incinta di 5 mesi quando entrando per la prima volta nel check point di Qalandia ha sbagliato percorso. Il timore e l’emozione infatti possono far sbagliare percorso, soprattutto quando ci si trova in stato di cattività, come si fosse animali in gabbia, con tanti guardiani armati intorno.

L’errore è stato fatale. Il soldato israeliano, che ovviamente nessun sincero democratico amico di Israele chiamerà mai assassino, il soldato israeliano le ha gridato qualcosa nella sua lingua. La sua, quella dell’occupante, non quella della vittima e Maram Salih, la giovane donna disorientata dalla situazione non ha capito cosa le stavano urlando. Ha fatto l’errore di correre, così raccontano dei testimoni, e i soldati del democratico stato occupante di Israele l’hanno crivellata di colpi. Stessa sorte è toccata a suo fratello, il suo accompagnatore in questo primo e ultimo viaggio nella sognata   Gerusalemme.

La Mezzaluna Rossa Palestinese denuncia (inutilmente è ovvio!) che gli occupanti non
hanno fatto neanche avvicinare i soccorsi. Ma nessuno pagherà per questi due fratelli assassinati. I piccoli orfani sapranno che la loro mamma e il loro giovane zio non potranno più portare il regalino promesso dalla città santa, semplicemente perché le loro vite sono state fermate prima di varcare il maledetto e illegale check point di Qalandia.

Maram Salih e il suo giovane fratello sono stati uccisi perché non conoscevano la lingua dell’occupante!

Tragico e assurdo, ma per essere più precisi, sono stati uccisi perché le complicità internazionali consentono a Israele di mantenere il suo stato di illegalità sulla Palestina e di assassinare, sempre impunemente, i palestinesi ad ogni occasione.

Qualcuno dirà che i soldati erano spaventati e per questo hanno aperto il fuoco. Qualcun altro dirà che Maram aveva un coltello o che forse ne aveva due, chissà.

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stolen land    –    terra rubata

Il mio amico di Alram, o la mia “fonte” per usare un termine giornalistico, mi dice che la bambina di Maram si chiama Sara. Sara come la moglie di Abramo, il patriarca di cui parla la Bibbia e che gli islamici, come i cristiani, rispettano al pari degli ebrei.

Proprio Sara, come la donna che secondo la Bibbia fece cacciare Agar e Ismaele a morire nel deserto, laddove, però, il Dio di entrambi i popoli semiti ebbe pietà e fece zampillare una sorgente, ma questo la moglie di Abramo non lo aveva previsto. E’ feroce l’Antico Testamento in certi suoi passi, e certi suoi personaggi non rispondono certo a quell’umanità che, almeno a parole, è oggi dichiarata valore condiviso.

Eppure Maram aveva dato nome Sara alla sua bambina, in omaggio proprio alla moglie del patriarca Abramo, la prima madre di quel popolo i cui soldati armati ieri l’hanno uccisa.
Forse Sara crescendo penserà al significato del suo nome e forse chiamerà i suoi figli solo Mohammad e Kadija, o Ismail e Nour, non certo Ibrahim o Rachel per esempio. Di sicuro, se Sara prenderà coscienza di dove può portare la mistura politico-religiosa di cui si nutre il sionismo, non potrà chiamare i suoi figli con quei nomi che santificano l’occupazione della sua terra e giustificano l’uccisione dei suoi legittimi abitanti, tra cui la mamma che sognava di andare a Gerusalemme per la prima volta nella sua vita e che non è riuscita ad arrivarci.

Patrizia Cecconi   –    28 aprile 2016

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Mahmoud Darwish 

“Sono arabo, perché parlo arabo. […] Sono arabo, e la mia lingua ha conosciuto la sua fioritura più rigogliosa quando era aperta sugli altri, sull’umanità intera. Tra gli elementi del suo sviluppo vi è il pluralismo. Leggo così i secoli d’oro della cultura araba. In nessun periodo della Storia siamo stati totalmente ripiegati su noi stessi, come alcuni vorrebbero vederci oggi. Nella mia identità non ci sono ghetti. Il mio problema consiste in ciò che l’Altro ha deciso di vedere in essa. Perciò gli dico: Ecco la mia identità, dividila con me, è sufficientemente ampia da accoglierti; e noi, gli arabi, non abbiamo avuto vera civiltà se non quando siamo usciti dalle nostre tende per aprirci al molteplice e al diverso. […] Io sono arabo, perché l’arabo è la mia lingua e, nel dibattito attuale, conduco una difesa strenua della lingua araba, non per salvaguardare la mia identità, ma per la mia esistenza, la mia poesia, il mio diritto di cantare”.

(Tratto da Oltre l’ultimo cielo. La Palestina come metafora, epoché 2007)

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