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Quando il turismo serve a riscrivere la storia

di Antonia Frascione

È di pochi giorni fa l’articolo pubblicato su Muftah ed intitolato “Israely Tourist Map of Jerusalem rewrites History”, in cui si denuncia la pubblicazione di una nuova mappa turistica della città vecchia di Gerusalemme ad opera del Ministero del Turismo israeliano. Si tratta proprio di una “denuncia” in quanto, secondo chi scrive, attraverso questo strumento turistico si continuerebbe l’opera, ormai condotta da anni, di “memoricidio” ai danni della cultura palestinese (la traduzione, a cura di Cultura è Libertà, dell’articolo di Muftah si può leggere in fondo).

Come sappiamo il processo di “memoricidio”, così denominato da Ilan Pappe, ai danni dei palestinesi, si avventura spesso anche in campi in cui non ci si aspetterebbe. Basti pensare alla cosiddetta “colonizzazione con la fantasia” della Palestina, cominciata ai tempi della regina Elena con la creazione della geografia sacra. Questa vera e propria “colonizzazione turistica” ha subito poi una brusca accelerazione nel corso dell’Ottocento, finendo, col sionismo, per assumere i tratti di un’operazione politica di cancellazione della cultura e del patrimonio arabo-palestinese.

Lo strumento di cui il “primo sionismo” si dotò per far valere in futuro effettivi diritti sul territorio fu il Jewish National Fund (Fondo Nazionale Ebraico) che, nello stesso periodo in cui nasceva l’archeologia biblica- con lo scopo di ricercare delle prove della conquista della Terra Promessa da parte del popolo di Dio- e si affacciava sulla scena mondiale il turismo di massa, servì a rinforzare quell’immaginario falsato dell’Oriente in generale, e della Palestina in particolare. Scopo di questo strumento era, ovviamente, l’acquisizione di terreni in Palestina e, di conseguenza, la possibilità di un controllo finanziario ebreo sulla regione. Ma, sebbene in maniera celata, ciò che avveniva veramente era anche e soprattutto un controllo culturale ed intellettuale del territorio.

L’immensa produzione letteraria sull’Oriente ha sempre fornito un’immagine limitata e limitante di questi luoghi, ogni volta per scopi ben precisi. Ai tempi delle crociate la Terra Santa era abitata da “barbari e infedeli”, nel corso dell’Illuminismo dai “buoni selvaggi”, fino a quando, in seguito all’espansione coloniale, i locali sono scomparsi dalla scena, apparendo come sfondo impreciso, astratto, e descritti solo per dotare di un certo “colore locale” le narrazioni tanto in voga tra i viaggiatori europei. Invisibilità che si è tradotta ben presto, con i sionisti, nella possibilità di farne un mezzo di propaganda al loro progetto coloniale: “una terra senza popolo per un popolo senza terra”.

Jewish National Fund, 1920 (Palestine Square)

Jewish National Fund, 1920 (Palestine Poster Project Archives di Dan Walsh)

Ma quello che può sorprendere è che perfino le guide turistiche sono servite, nel corso degli anni, ad agevolare questo perverso meccanismo di manipolazione del sapere.

Poiché la storia del conflitto israelo-palestinese è la storia di due comunità, ognuna con le proprie pretese di sovranità su un territorio, ma soprattutto con la propria identità da nutrire per fondarvi il diritto all’autodeterminazione, si capisce come qualsiasi mezzo sia utile allo scopo. Una mappa turistica, di per sé anonima, è utilissima in tal senso. All’interno di una pubblicazione di questo tipo si tende, infatti, a dare risalto in vari modi a ciò che si vuole descrivere e a come viene descritto, piuttosto che a ciò che si preferisce deliberatamente tacere. Più grave è il modo in cui certi strumenti turistici alterano la storia di luoghi noti, grazie a precise e studiate tendenze ad inventarne di nuovi o a storpiare i nomi e le tradizioni di quelli già esistenti, annullandone così l’importanza storica, con l’intento specifico di escluderli da un percorso “ufficiale”.  E questo rende il turismo un segmento importantissimo non solo sul piano economico, ma anche propagandistico, perché capace in maniera semplice, ma allo stesso tempo di impatto, di concretizzare, attraverso le immagini e le parole, una descrizione  positiva o negativa di un popolo, della sua cultura e del suo territorio. Nel caso specifico della Palestina il risultato di queste operazioni è che i turisti, per lo più occidentali ed in molti casi ignari delle cause profonde del conflitto, non hanno la possibilità di farsi un’idea del territorio che non sia in qualche modo ambigua e manovrata da chi detiene il potere. Molto spesso poi perdono la possibilità di conoscere quanto di affascinante e stimolante ci sia, anche di diverso dall’altra parte, perché semplicemente non viene loro raccontato e non “rientra nei piani”.

Questa situazione ad oggi reca un grave danno ai palestinesi, non solo sul piano economico. Essa impedisce, infatti, a qualsiasi turista di approfondire una delle culture e di fruire liberamente di uno dei territori più antichi e affascinanti del mondo.

Visit Palestine

Visit Palestine, 2012 (Palestine Poster Project Archives di Dan Walsh)

Traduzione di “Israely Tourist Map of Jerusalem rewrites History”

Una mappa turistica israeliana di Gerusalemme riscrive la storia

«È un’opera di rimozione della cultura palestinese, nel senso letterale del termine, quella compiuta dal Ministero del Turismo israeliano.

Il mese scorso è stata, infatti, pubblicata una guida della città vecchia di Gerusalemme, scritta in inglese, contenente cinquantasette siti turistici. Tra di essi soltanto uno è musulmano, cinque sono cristiani, mentre il resto è ebreo. Distribuita gratuitamente in tutti gli uffici turistici, la guida mina pericolosamente le rivendicazioni politiche palestinesi su Gerusalemme e lo fa attraverso una deliberata opera di cancellazione culturale che (re)immagina la storicamente multietnica e multi-religiosa città di Gerusalemme come esclusivamente ebrea.

Mosque of the rock 1964 oil Ismail Shammout

Mosque of the rock, 1964, oil. Ismail Shammout

Secondo un report di Haaretz, la mappa si riferisce alla Cupola della Roccia, l’unico sito islamico menzionato, con i termini ebraic Har Habayit, “Monte del Tempio” o Monte Moriah. Ancora peggio, la Moschea di Al-Aqsa, il terzo sito più sacro per l’Islam e importante simbolo del nazionalismo palestinese, viene ribattezzata col nome “Scuderie di Salomone”. Distorsioni alquanto ridicole, visti gli oltre 1.000 anni di dominio islamico su Gerusalemme.

Moschea di Al-Aqsa, Masjid al-Aqsa o la Moschea remota

Moschea di Al-Aqsa, Masjid al-Aqsa o la Moschea remota (Grazie alla pagina facebook di “Palestina raccontata” per la foto)

Senza contare le numerose omissioni di siti Cristiani, come ad esempio la Chiesa luterana del Redentore, il cui campanile è uno dei simboli dello skyline della città vecchia di Gerusalemme.Non vengono, poi, affatto nominate le quattordici stazioni della famigerata Via Dolorosa- il cammino compiuto da Gesù con la croce in spalla, prima della crocifissione- sebbene siano da sempre una delle più importanti attrazioni turistiche.

Allo stesso modo, non appare da nessuna parte la Basilica di Sant’Anna, costruita dai Crociati nel 1138 e mirabile esempio di architettura religiosa in stile romanico-medievale. La Chiesa attesta i vari “strati” del patrimonio  architettonico e religioso cittadino, dato che fu trasformata in una scuola islamica (madrasa) nel dodicesimo secolo, quando Saladino conquistò la città, prima ancora di diventare una chiesa in epoca ottomana. Questa storia è, tra l’altro, raccontata da una targa scritta in lingua araba e posta all’ingresso della basilica stessa.

Ignorando, in tal modo, secoli di diversità religiosa della città, la guida elenca un numero di siti ebraici senza nessun rilevante interesse turistico per i visitatori, ma con un rilevante significato politico, piuttosto che religioso. Tra di essi vanno annoverate le numerose case di coloni ebrei nel quartiere musulmano, proprietà dei palestinesi espulsi e di cui i coloni si sono impossessati grazie all’aiuto di Atheret Cohanim- un gruppo che lavora per creare una maggioranza ebrea a Gerusalemme est- oltre a diversi insediamenti israeliani illegali come Maale ha-Zeitim e Beit Orot, sul Monte degli Ulivi, che non hanno alcuna significanza religiosa.

La mappa esclude deliberatamente i quartieri palestinesi di Ras al-Amud e Al-Tur, rimpiazzandoli con estesi campi coltivati. La cancellazione dalla mappa della popolazione palestinese di Gerusalemme Est che, va ricordato, ammonta al 40% del totale e che costituisce una larga maggioranza nella Città Vecchia, passa anche, secondo Haaretz, attraverso l’utilizzo di caratteri di stampa diversi a seconda delle zone da evidenziare: più grandi per il quartiere ebraico, mentre più piccoli per quelli cristiani, musulmani e armeni.

Il Ministero del Turismo ha difeso la mappa, definendola un eccellente strumento di guida per i turisti internazionali. D’altronde è evidente come questa opera di “cancellazione” di oltre 2.000 anni di storia non ebrea della città, sia solo l’ultimo tentativo di rafforzare la sovranità israeliana su Gerusalemme Est, in una continua battaglia “a colpi di narrazioni” sull’identità della città».

Map Old Jerusalem

La mappa in questione (foto del “The Jerusalem Post”)

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