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“Se fossi palestinese”: campagna di solidarietà con i prigionieri politici

Nel febbraio del 2015, durante una visita in Palestina, partecipai ad un seminario sulla situazione dei prigionieri politici palestinesi organizzato da Addameer, un’associazione che offre supporto legale ai detenuti nelle prigioni militari israeliane. La presentazione dipingeva un cupo quadro d’insieme, soffermandosi con particolare enfasi sulla pratica di detenzione amministrativa, largamente adottata nei territori occupati. La detenzione amministrativa è una procedura che permette alle forze militari israeliane di detenere i prigionieri a tempo indeterminato senza capo d’accusa e senza processo, unicamente sulla base di informazioni segrete che non vengono rivelate né al detenuto né al suo legale. Al momento 670 palestinesi sono in carcere in detenzione amministrativa, uno di loro è Mohammed Abu Sakha, l’insegnante della scuola di circo di Bir Zeit di cui si è sentito tanto parlare nei media internazionali. Abu Sakha fa parte della Palestinian Circus School da quando aveva 14 anni e dal 2011 insegna arte circense ai bambini disabili. In Dicembre è stato arrestato al blocco militare di Zaatara e condannato a 6 mesi di detenzione amministrativa perché, a quanto pare, rappresenta “una seria minaccia alla sicurezza e la situazione generale richiede di tenerlo in custodia”.  Sabato 16 Aprile, in occasione della giornata internazionale di solidarietà con i detenuti, si terrà una marcia anche a Londra e tutti i partecipanti sono invitati ad indossare costumi colorati o a vestirsi da pagliacci in linea  con la campagna per il rilascio di Abu Sakha.

Lo scorso febbraio, durante l’evento di apertura della Israeli Apartheid Week all’università di SOAS, ho avuto modo di sentir parlare ancora una volta Sahar Francis, la direttrice di Addameer: nel 2016 7000 palestinesi sono prigionieri politici, 406 sono bambini sotto i 16 anni e 60 sono donne. La campagna Se fossi palestinese che sarà lanciata il 17 aprile in Italia e nel mondo, vuole sensibilizzare l’opinione pubblica riguardo a questa ennesima ingiustizia che colpisce in maniera catastrofica il tessuto sociale della società palestinese (si pensi soltanto che il 40% della popolazione maschile palestinese è stata arrestata almeno una volta nella vita).

La situazione delle donne palestinesi nelle carceri militari israeliane è a dir poco sconcertante, come racconta la giornalista Shahrazad Odeh in un articolo pubblicato da Muftah. Molto spesso le detenute femminili soffrono violenza di genere che si riflette nelle abominevoli condizioni igeniche, nella mancanza di cure ginecologiche e nella minaccia di abusi sessuali. Alcune prigioniere sono costrette a togliere il velo e vengono interrogate e perquisite da ufficiali uomini – atti che mirano puramente al degrado della loro cultura. Altre sono minacciate di venire ritratte in atti compromettenti se non acconsentono a diventare collaboratrici per il ministero di sicurezza. Un film del 2015 intitolato 3000 Notti tematizza alcuni di questi aspetti, producendo un’indimenticabile ritratto umano di un gruppo di donne palestinesi nella prigione di Ramla negli anni ’80. Altre numerose risorse sono disponibili sul sito di Addameer, in una pubblicazione in lingua inglese intitolata Vite occupate: imprigionamento di donne e ragazze palestinesi

Questa dura realtà non danneggia soltanto gli adulti ma anche i bambini. In Cisgiordania, quindi escludendo Gaza, circa 700 minori vengono processati ogni anno dopo essere stati arrestati, interrogati e detenuti dall’esercito israeliano. Il capo d’accusa più comune è quello di avere lanciato pietre ed è punibile con una sentenza di fino a 20 anni di carcere. Nella maggior parte dei casi bambini e minori vengono arrestati dall’esercito nel cuore della notte, trasportati in un centro di detenzione e interrogati in assenza di un familiare o di una qualsiasi figura legale. Spesso è stato riportato l’uso di forza coercitiva per estorcere confessioni ed in alcuni casi, i detenuti sono costretti a firmare documenti in ebraico, una lingua che non riescono a leggere. L’organizzazione Defense for Children International documenta queste violazioni e rappresenta legalmente i minori detenuti nelle corti marziali.

Vi lascio con un video intitolato Love under Apartheid [L’amore in tempi di Apartheid] che mi aveva fortemente colpita durante la mia visita all’ufficio di Addameer. Il tema può sembrare banale ma la storia di Maram e Dia’ fa riflettere su quanto le pratiche illegali di detenzione amministrativa influiscano sul quotidiano di una popolazione occupata da decenni. Sostenete la campagna Se fossi palestinese, aggiornate la foto del vostro profilo Facebook con l’immagine di Handala dietro le sbarre, informatevi e diffondete il messaggio!

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One thought on ““Se fossi palestinese”: campagna di solidarietà con i prigionieri politici

  1. Pingback: A Gerusalemme il circo si mescola alla realtà |

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