Conoscere la cultura palestinese/Proiezioni films e documentari

Khaled’s Ladder: una scala verso la libertà

di Antonia Frascione

Dopo quello tra la Bulgaria e la Turchia, costruito nel 2014, e dopo l’ultimo, costruito solo l’anno scorso tra l’Ungheria e la Serbia per fermare l’esodo dei migranti, ecco la notizia, di pochi giorni fa, della costruzione di un ulteriore muro di separazione- questa volta proprio nel cuore dell’Europa, tra l’Austria e l’Italia, al confine del Brennero, dove la storia ha già tagliato e cucito ferite simili e profonde.

È l’ennesimo sopruso, un altro “terribile errore della storia” direbbe Kapuściński, come lo diceva della più grande opera difensiva costruita al mondo:

«la Grande Muraglia, questo super-muro, questa super-fortezza distesa per migliaia di chilometri tra deserti e montagne inabitate […] oltre che fonte d’orgoglio, è anche una delle meraviglie del mondo, è anche il sintomo dell’aberrazione umana, di un terribile errore della storia, dell’incapacità di questo popolo di mettersi d’accordo, convocare una tavola rotonda e decidere come sfruttare le risorse di energia e di intelligenza dell’uomo»[1]

La Muraglia cinese è forse l’esempio più spettacolare di fortezza costruita per difendersi. Opera architettonica costituita da una lunghissima serie di mura, diventata mitica a causa non soltanto della sua grandezza e lunghezza, ma soprattutto della sua millenaria costruzione, durata più di duemila anni e che ha visto succedersi varie epoche storiche e dinastie. Ancora impèra in quella parte di mondo che l’ha innalzata per difendersi dalle scorribande mongole e dalle mire espansionistiche giapponesi, ma ormai è una delle sette meraviglie del mondo moderno, patrimonio dell’umanità e ambita mèta turistica. Se la sua funzione principale era difendere, in realtà è sempre servita più per controllare ciò che avveniva internamente. Più che da riparo, da gabbia.

Gli scopi e le proporzioni di questa costruzione mitica possono sembrare abnormi rispetto alle attuali esigenze di difesa di un qualsiasi Paese moderno, eppure ancora ci si ritrova alle volte a ricorrere, sebbene in maniera ridimensionata, a decisioni molto simili a quelle prese più di duemila anni fa da Qin Shi Huang. E, purtroppo, non è solo al più famoso muro di Berlino che si dovrebbe pensare…

Si sa che l’operazione che bisognerebbe attuare rispetto a questioni del genere più che di ridimensionamento dovrebbe essere di buon senso ed in effetti sono moltissime le critiche all’operato dei governi che prendono tali scellerate decisioni. Le domande sono molteplici: a cosa serve costruire nuovi muri e barriere fisiche di separazione, anche se di dimensioni ridotte, anche se in filo spinato piuttosto che in muratura? È possibile che la storia non ci abbia insegnato nulla? Ancora non abbiamo compreso che i muri non fanno altro che imbruttire il paesaggio naturale, ma soprattutto quello umano? “I lato peggiore del muro”, scriveva sempre Kapuściński “ è quello di sviluppare in alcune persone un atteggiamento da difensore del muro, di creare una mentalità per la quale il mondo è attraversato da un muro che lo divide in dentro e fuori: fuori ci sono i cattivi e gli inferiori, dentro i buoni e i superiori”.

È proprio quello che racconta Khaled Jarrar, l’artista palestinese che, come migliaia di altri palestinesi, vive dentro e fuori di sé le conseguenze del muro della vergogna costruito da Israele. Lo racconta un articolo del Los Angeles Times in cui Jarrar spiega da dove nasce il video che documenta la sua ultima creazione, “Khaled’s Ladder”.

Si tratta di un viaggio fuori dal comune, intrapreso lo scorso gennaio a bordo di un camper che lo porta da San Diego (California) a Juarez, in Messico, seguendo quella barriera di separazione tra gli Stati Uniti e il Messico che gli ricorda così da vicino il muro tra la “sua” Ramallah e Gerusalemme. Il viaggio è parte del progetto Culturunners, avviato da Edge of Arabia in collaborazione con Art Jameel. Esso prevede una collaborazione tra diversi artisti provenienti dal Medio Oriente, dall’Europa e dagli Stati Uniti, il cui intento è promuovere un modello di scambio culturale e di produzioni artistiche innovativo ed indipendente. Gli artisti si spostano a bordo di una roulotte, da un luogo all’altro del globo, per esplorare soprattutto i cosiddetti “confini contestati” e portano la loro testimonianza in vari modi: attraverso workshop, esibizioni, installazioni e collaborazioni con film-makers e giornalisti indipendenti.

Jarrar racconta di aver dovuto rispondere a strane domande degli agenti di polizia alla barriera con il Messico, del tipo: “È davvero sicuro di voler andare a Juarez??”. Le stesse domande fatte ad un suo amico artista dagli agenti israeliani all’ingresso di Ramallah solo qualche tempo prima: “Perché vuole andare a Ramallah? Non sa che è un posto pericoloso?”.

Jarrar racconta anche di quanto siano simili le esperienze messicane e quelle palestinesi di fronte al muro. E di quanto siano simili le conseguenze del muro: queste conseguenze non riguardano soltanto le restrizioni di movimento che limitano le libertà individuali, non riguardano soltanto il fatto che il muro divida spesso in maniera indiscriminata intere famiglie o i contadini dai loro campi e dai loro pozzi d’acqua, o i bambini dalle scuole che frequentano o i malati dai loro medici curanti, dalle cliniche e dagli ospedali, ma riguardano soprattutto le “divisioni” e le ferite interne che il muro crea e nutre.

Dopo aver effettuato il viaggio e creato e installato il suo progetto artistico “Khaled’s Ladder”, ovvero un’installazione a forma di scala, fabbricata con il materiale prelevato dalla barriera di separazione, Jarrar si è recato a New York presso la sede di Creative Times Reports e ha rilasciato un’intervista sul progetto a Rachel Riederer che si può leggere integralmente qui.

Foto di John Mireles per CultuRunners

Foto di John Mireles per Culturunners

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Foto di John Mireles per Culturunners

“Ho fatto tutto questo in nome dell’arte e mi piace l’idea che l’arte ci dia tutta questa libertà e lo spazio per praticare la nostra creatività” si può leggere nell’intervista.

Ed il punto è proprio questo, laddove le barriere fisiche impediscono e restringono i movimenti delle persone e ne limitano la loro libertà fisica, non potranno mai impedire loro di esprimersi in mille altri modi possibili. La cultura e l’arte permettono di esplorare il mondo in maniera nuova, incisiva, e lasciano tracce anche laddove non ci si aspetta.

[1] K., Ryszard, In viaggio con Erodoto, Feltrinelli, Milano, 2005.

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