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L’incanto dell’oud, delle tabla indiane e di Mahmoud Darwish…

Un mattone in più per la costruzione del laboratorio di strumenti musicali a Gaza, progetto di Al Kamandjati per la campagna Cultura è Libertà. E’ il risultato della sottoscrizione richiesta alla fine del bel concerto che si è tenuto il 5 giugno in una cornice particolare, il giardino circondato da palme della Casa internazionale delle donne di Roma. Un viaggio musicale verso Gaza con uno straordinario protagonista: Helmut Mhadhbi, liutista tunisino, accompagnato da Sanjay Kansa Banik, tablista indiano e Dalal Suleiman, attrice e danzatrice di origini palestinesi. Il ritmo dell’oud, ci porta sulle onde del mare, con Helmi in viaggio verso la Tunisia, durante il quale nasce il brano tra me e il mare, fatto di nostalgia per gli amici lasciati in Italia e del piacere del ritorno a casa. Diventa drammatico in Lo sguardo di Layil, brano nato dallo sguardo perso di una bambina, unica sopravvissuta sulla spiaggia di Gaza, dopo il bombardamento che ha distrutto la sua famiglia, un caso di “cronaca” del massacro spietato delle bombe israeliane nell’attacco di Margine protettivo, il terzo in sette anni, arrivato nelle nostre case dalla tv. mareHelmi Mhadhbi 5 giugno CIDD Helmi ha dedicato alla rivoluzione tunisina e a quelle di tutti i popoli che si ribellano all’oppressione il suo ultimo CD, Safar (viaggio) di cui in particolare ascoltiamo un pezzo, breaking the silence, per poi portarci in Andalusia con Hijaz, un ritmo veloce, che riecheggia quello del flamenco. Sono suoni emozionanti, ancor più quando accompagnano la voce appassionata di Dalal Suleiman, che legge alcuni testi di Mahmoud Darwish, dove si parla di terra perduta, di alberi, dell’acqua, della condizione di profugo… Dalal Suleiman 2015-06-05 19.39.15 La voce dell’ esile attrice, con una forte presenza scenica, accompagnata dal suono dell’antico strumento, diventa quasi canto; ci emoziona l’interpretazione della famosa poesia Carta di identità, a due voci, quella in arabo di Helmi e quella di Dalal in italiano. La partecipazione del pubblico cresce con lo scorrere del concerto e diventa entusiasmo quando entra in scena Sanjay Kansa Banik: un giovane indiano che suona un altro strumento antico, proveniente dal nord dell’India: le tabla. Sono piccoli tamburi da cui le sue dita agili riescono ad estrarre mille toni e sonorità, che riprendono suoni della natura, come la pioggia, il tuono, il lampo…Sanjay ci spiega il linguaggio di questa “batteria della musica classica indiana” con esecuzioni virtuose, che provocano divertimento e simpatia nel pubblico. 5 giugno Sanjay Kansa Banik In un’ora e mezzo di vero godimento, parole e musica incantano, suscitano sentimenti ed emozioni diverse in un pubblico attento e contento: il giorno dopo Gabriella scrive il suo pensiero “Una esperienza che mi ha suscitato ricordi ed emozioni profonde anche molto struggenti. Bellissimo. Eccezionalmente bravi i musicisti ma brava anche la giovane attrice.” Alla fine del concerto scambio opinioni con Nashwa, sorridente e soddisfatta dello spettacolo, giovane architetta/archeologa di Gaza, a Roma per un corso di studio sulla conservazione del patrimonio archeologico (“conservazione delle pietre”). E’ un bell’esempio di quell’amore per la propria terra e storia, di quella volontà di conservare le radici della propria identità e cultura, così caratteristiche di donne e uomini palestinesi, per resistere all’occupazione israeliana e a quell’incessante “memoricido”, distruzione della memoria e della cultura, che ne è parte integrante, quanto la distruzione delle case, delle scuole, degli esseri umani….E per questo la cultura è una forma alta di resistenza. Alessandra Mecozzi

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