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“Just Play”- Intervista a Dimitri Chimenti: “la musica ha il potere di cambiare lo spazio”

Roma, 11 marzo 2015

Se si chiede ad un musicista cosa significhi per lui la musica è molto probabile che risponda come Beethoven (o quasi!): “La musica è una rivelazione, più alta di qualsiasi saggezza e di qualsiasi filosofia”.

In effetti, la musica ispira idee poetiche, alte, importanti, a volte complicate da pensare altrimenti, specie se il mondo intorno ispira tutto tranne che poesia. E quando poi si raggiungono certe rivelazioni, cosa succede? Un musicista lo sa qual è l’unica strada. Un musicista fa quello che gli viene naturale fare per trasmettere il messaggio al prossimo. Un musicista suona. Just Play. Ed il messaggio è magicamente, immediatamente, comprensibile al mondo. Perché la musica è universale. Un musicista e il suo strumento sono i mezzi di cui la musica si serve per compiere la magia.

Prendiamo ad esempio, la West-Eastern Divan Orchestra, l’orchestra sinfonica unica nel suo genere, voluta e fondata nel 1999 da Edward Said e Daniel Barenboim. Prendiamo ad esempio il suo carattere peculiare: il fatto di essere composta da musicisti sia israeliani che palestinesi, accomunati da una enorme passione che li unisce al di là delle guerre. Riusciamo a vedere la magia della musica?

Andiamo anche più lontano nel mondo e prendiamo ad esempio la meravigliosa esperienza voluta da Antonio Abreu con i bambini del Venezuela. Si chiama “El Sistema” ed è un metodo didattico ideato per rendere l’educazione musicale pubblica, diffusa e gratuita per tutti i bambini venezuelani, anche quelli più poveri e disagiati. L’intento è formare giovanissimi musicisti in vari nuclei didattici sparsi nel Paese e poi farli convergere in orchestre sinfoniche e cori. La promozione, la pace, il riscatto sociale ed il progresso sono gli obiettivi dietro un tale progetto. Anche in questo caso è estremamente cristallino il messaggio, giusto?

La musica è l’unico linguaggio in grado di unire i popoli. Grazie alla musica non esistono frontiere tra i popoli, soprattutto quando essa è simbolo di una cultura molto forte e radicata…”.

Lo diceva in un’intervista Goran Bregovic, il musicista folk di origini bosniache, la cui musica nasce ancora una volta dalle viscere di una terra amara, dove le divisioni ed i conflitti hanno lasciato profondissimi solchi che lui ha deciso di riempire di ritmi gitani, di sonorità un po’ selvagge, affidate spesso al suono grosso degli ottoni.

Insomma, la musica ci racconta tante possibilità, tante vite.

Ma se fossimo noi a voler raccontare la musica?

Ci ha provato Dimitri Chimenti, un giovane regista italiano che ha girato un delicatissimo film-documentario sulla musica dei bambini di Al Kamandjati nei Territori occupati e ci ha raccontato cosa ha significato per lui questa esperienza:

  • Da dove nasce l’idea di questo film?

Dimitri: E’ stato Ramzi Aburedwan, il fondatore di Al Kamandjati, a proporcelo. Voleva a tutti i costi che qualcuno raccontasse quanto stavano facendo con le scuole di musica in Palestina. All’inizio non sapevamo se accettare o no: sull’avventura di Al Kamandjati erano già stati girati altri due documentari, entrambi ottimi, e temevamo che da questa storia fosse ormai stata spremuta anche l’ultima stilla di narrazione. Per fortuna le cose non stavano così, ma siamo dovuti andare a guardare di persona. Quella di Al Kamandjati è una storia che supplica di essere raccontata perché mostra le contraddizioni terminali dell’esistenza, quei paradossi in cui il documentario trova la sua ragion d’esistere.

  • Cosa vuol dire girare un film del genere in Palestina? C’è un episodio particolare, che difficilmente scorderà, accaduto durante le riprese?

Dimitri: Ci sono due modi per rispondere a questa domanda. Il più immediato riguarda l’esperienza sul campo, i numerosi ostacoli fisici e burocratici che è necessario superare per fare un documentario nei Territori occupati. Da questo punto di vista la nostra vicenda produttiva non fa eccezione ma neppure aggiunge molto alla casistica generale, diciamo che se durante le riprese non ti minacciano almeno una volta di arresto è assai probabile che tu stia girando il film sbagliato. A noi è successo in aperta campagna, per aver oltrepassato dei binari del treno che segnavano un confine informale con Israele. Le attrezzature invece ce le hanno confiscate all’aeroporto, per fortuna sulla via del ritorno. Un soldato, un muro, o un checkpoint hanno però il vantaggio di essere ostacoli esterni e in quanto tali immediatamente riconoscibili. Gli ostacoli difficili da aggirare sono quelli interni all’occhio: ognuno di noi si porta dietro un corredo di immagini e di retoriche che plasmano le cose, le mettono in forma, le fanno significare. Girare un film in Palestina significa innanzitutto esporre il proprio sguardo a un dubbio sistematico, a un continuo processo di verifica che inizia in fase di sceneggiatura e termina con il final cut.

  • Il lungometraggio ha ricevuto diversi premi e riconoscimenti, cosa lo rende così speciale secondo Lei?

Dimitri: Ci siamo imposti da subito un limite narrativo molto chiaro: quale che fosse il film, i protagonisti non sarebbero stati delle vittime. E’ la peggiore trappola retorica in cui si può cadere perché quello della vittima è un ruolo che libera nel primo atto per rendere schiavi nel secondo. La compassione è sempre disponibile per chi subisce l’ingiustizia, a patto però che le cose non cambino davvero, che la vittima non faccia nulla per raggiungere quella felicità che sola può salvarla dall’essere vittima, perché se ci prova sul serio cambia status, diviene un rivoltoso. E allora tanto valeva iniziare proprio da qui e raccontare una storia di rivoltosi. L’aspetto paradossale è che alcuni di loro non hanno neppure dieci anni.

  • Che cosa rende speciale la musica suonata dai bambini di Al Kamandjati, invece?

Dimitri: Ha il potere di cambiare lo spazio, di invertirne i significati. L’ho capito durante un concerto improvvisato al checkpoint di Qalandia, più che capito l’ho proprio visto. I checkpoint raccontano tutti la stessa storia: da una parte c’è qualcuno che vuole passare e dall’altra chi glielo impedisce. La relazione di potere è chiara, le direttrici di movimento sono chiare, il dentro e il fuori sono chiari. Un checkpoint è un luogo ipercodificato dove i tornelli girano in un unico senso, ma se al centro del quadro aggiungi un’orchestra che suona Mozart lo spazio si inverte, il desiderio delle persone cambia direzione e la fila si trasforma in uditorio. Di quel concerto conservo la foto di un ragazzo che spreme le guance nel trombone mentre un soldato lo osserva dall’altra parte delle sbarre, ed è davvero difficile stabilire chi è dentro e chi è fuori da quelle sbarre.

  • Il titolo, particolarmente incisivo, “Just Play” è in qualche maniera un invito ad un’azione di resistenza pacifica, attraverso la musica. Ma fa riflettere soprattutto sul percorso terapeutico e di pace di tutti quei bambini che, frequentando Al Kamandjati, tentato di riappropriarsi della loro vita “normale”…cosa significa per loro tutto questo?

Dimitri: Va chiesto a loro. Da parte mia non sono sicuro che quello messo in piedi da Al Kamandjati sia un percorso di “pace”, ammesso che non chiariamo prima cosa intendiamo con questo termine. Quel che ho visto è un tentativo di canalizzare le energie, di convogliarle verso uno strumento da attacco e da difesa diverso da una pietra ma che di questa conserva in alcuni casi impatto e significato. Se c’è una cosa che questi ragazzi hanno imparato è a giocare d’anticipo e spero possa servirgli.

  • Sta lavorando o pensando a nuovi progetti in/sulla Palestina?

Dimitri: No. Girando per i festival ho capito che se fai un film sulla Palestina ci sono buone possibilità che tu ne faccia un altro, al secondo ne segue di solito un terzo e alla fine diventi “uno che fa film sulla Palestina” ma sogna in segreto il Perù. La verità è che di Palestina non ne so abbastanza, il poco che ho appreso è stato appena sufficiente per fare un film.

Antonia Frascione

per Cultura è Libertà

Grazie a Dimitri Chimenti per l’intervista.

Vi segnaliamo che Dimitri Chimenti sarà presente alla presentazione del progetto “Liutai a Gaza”, sabato 14 marzo alla Casa del Jazz, Roma. Per maggiori informazioni, clicca qui.

Ulteriori informazioni:

sulla pagina fb dell’evento: https://www.facebook.com/events/992854144075390/

scrivendo una mail a: associazioneculturaeliberta@gmail.com

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