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“Il sogno di Sara”

Roma, 10 marzo 2015

Nell’attesa dell’evento di presentazione del progetto “Liutai a Gaza” il 14 marzo alla Casa del Jazz di Roma, con la proiezione del film documentario “Just Play”, vi raccontiamo “il sogno di Sara” e di una nazione che ama infinitamente la musica…

***

— Non so quanti di voi abbiano letto “Ogni mattina a Jenin” di Susan Abulhawa. Chi l’ha fatto sicuramente avrà trovato dei passaggi del romanzo particolarmente intensi. E non mi riferisco soltanto a quelli più commoventi quando la Abulhawa- nel ripercorrere tutti gli eventi più drammatici, dal 1948 al massacro del campo profughi di Jenin- lega la storia di Amal Abulheja e della sua famiglia alla storia di un intero popolo e alla sua. Mi riferisco soprattutto a quelli più inaspettati, quasi colorati, talvolta musicali, poetici, si potrebbe azzardare anche gioiosi. Inaspettato è, ad esempio, il quadro che ci regala di Jenin a pochi giorni, a poche ore dal disastro:

“…entrammo in quella Jenin molto più alta di prima. Quella Jenin molto più affollata. L’indaffarata, risoluta, arrabbiata Jenin. Non la passiva Jenin della mia infanzia, che si affidava alle mani di Dio. Io e mia figlia ci prendemmo per mano e ci inoltrammo nelle stradine serpeggianti, con il sole che tremolava sui rivoletti delle acque di scarico. La musica usciva dalle case e si riversava sul nostro tragitto. Riconobbi Fayruz, la sua voce che si arrampicava come la libertà verso e dentro il cielo […]. Una folla di polli starnazzanti batté le inutili ali cercando di scappare dai bambini che li rincorrevano. Certe cose non erano cambiate”[1].

Jenin come una tela bianca sulla quale Mansur, l’artista silenzioso, dipinge i suoi murales anche sotto le bombe:

“Mansur muoveva le braccia tracciando larghe e fluide pennellate su un muro che avrebbe accolto l’imminente invasione israeliana. Poco dopo, un volto implacabile emerse dalla pittura, con occhi esasperati che guardavano da sotto la kefiah verso un 1948 senza futuro, verso la libertà di una morte provocatoria che esplodeva in un letamaio di gloria […] Raccogliemmo le opere di Mansur in una piccola pila di fogli. Ritraevano il mondo come lo vedeva lui: Huda che pregava, Sara abbandonata tra le mie braccia, Jamil vittorioso in battaglia, il profilo di Sara, noi tutti piegati su un umile pasto, con l’angelo della morte che ci sorvegliava dall’alto.”[2]

Jenin come Parigi, come una qualsiasi capitale europea, con la sua musica, la sua frenesia, i suoi artisti e le sue opere d’arte…

E poi, d’improvviso, l’orrore. Amal Abulheja muore sotto il fuoco dei cecchini israeliani, colpita mentre col suo corpo quasi vola a coprire sua figlia Sara e salvarle così la vita.

L’intensità del momento davvero drammatico della morte della protagonista è, ancora una volta, raccontato dalla Abulhawa in una maniera che può sorprendere. Mentre, infatti, ci schiude le porte dell’inferno mostrandoci “la polvere apocalittica che galleggia[va] nell’aria come un’alga[3], ci apre quelle del paradiso, raccontandoci del sogno di Sara. Ed allora è come se tutti noi lettori stessimo sognando, insieme a Sara, il suo stesso sogno di vita, d’amore e di libertà:

“Sara non sapeva perché sua madre fosse uscita quel giorno. C’era stata davvero un’ambulanza della Mezzaluna Rossa? I suoi occhi si erano appena svegliati da un sogno quando aveva varcato la soglia per raggiungere Amal. Stava sognando del suo concerto di violino, poco prima di compiere dieci anni, quando aveva guardato tra il pubblico e visto il volto di sua madre pervaso da un dolce senso di orgoglio […] All’improvviso vedeva anche i suoi nonni, Dalia e Hassan, zio Yussef, Fatima, la cugina Falastin, il bisnonno Yehya con la bisnonna Bassima, ‘Ain Hod e i cavalli del prozio Darwish, e tutti i volti e le storie che avevano popolato la sua mente durante quei giorni a Jenin…”[4]

Questo sogno di libertà è un concerto di violino. È una musica.

Mi piace pensare che questo libro così bello, che racconta di fatti così brutti, si avvii alle sue ultime battute seguendo proprio la musica del concerto di violino di Sara, ancora bambina, piena di aspettative, piena di vita e di amore per la vita, per un motivo. Mi piace pensare che questo motivo sia lo stesso che spinge moltissimi bambini in Palestina a dedicarsi alla musica già da molto piccoli. Mi piace pensare che la musica gli renda non solo più sopportabile, ma addirittura più bella l’esistenza.

Credo che la pensi così anche Ramzi Aburedwan, il violista nato e cresciuto nel campo rifugiati di Al Amari, nei dintorni di Ramallah, che proprio nel 2002- lo stesso anno in cui la “verticale” Jenin, raccontataci dalla Abulhawa, si sgretolava sotto i bombardamenti israeliani e, con lei, si sgretolavano le vite e i sogni di bambini e bambine, donne e uomini, giovani e vecchi palestinesi- decide di fondare Al Kamandjati, una scuola di musica (il cui nome tra l’altro significa proprio “il violinista”) per tutti i bambini che vivono nei campi rifugiati e nei villaggi sparsi della Palestina.

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Ramzi Aburedwan e la sua scuola ci sono stati raccontati da Dimitri Chimenti, un giovane regista di origini toscane, che ha girato il suo primo lungometraggio proprio in Palestina. Si tratta di Just Play, un film documentario che racconta della pacifica “resistenza musicale” compiuta da Aburedwan e dalla sua orchestra ai temibili check-points israeliani.

È proprio con la proiezione del documentario Just Play che sabato 14 marzo presso la Casa del Jazz di Roma (in Via di Porta Ardeatina 55), l’Associazione “Cultura è Libertà” presenta:

  • “Liutai a Gaza”, il meraviglioso progetto di e per la musica, voluto da noi e da Al-Kamandjati per dare la possibilità a sempre più professionalità in campo musicale di formarsi, emergere e RESISTERE!

 

Vi aspettiamo, dunque, numerosi augurandoci che sia una bellissima giornata di sole 🙂

Antonia Frascione

per Cultura è Libertà

Note:

[1] Aulhawa S., Ogni mattina a Jenin, 2012, Milano, Feltrinelli, pp. 346-347

[2] Ivi., p. 349/p. 358

[3] Ivi., p.365

[4] Ibid.

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