Dossier

Tribunale Russell sulla Palestina*- Sessione straordinaria su Gaza (24-25 settembre, Bruxelles)

A cura di Alessandra Mecozzi,

30 Settembre 2014

“Possa questo tribunale impedire il crimine del silenzio” dichiarava nel 1966 Lord Bertrand Russell alla fondazione del Tribunale Russell sui crimini di guerra in Vietnam. Coerente con questo monito, il Tribunale Russell sulla Palestina, ha convocato una sessione straordinaria su Gaza per indagare sui crimini commessi da Israele. Una giuria composta da personalità del mondo giuridico, della informazione, della cultura (v. interviste a Ahdaf Soueif e a Vandana Shiva) ha ascoltato nella gremita  Albert Hall di Bruxelles, una serie di testimonianze e di risposte alle domande della giuria; ha presentato il giorno successivo al pubblico e poi al Parlamento europeo le sue conclusioni. La giornata delle testimonianze, il 24 settembre, è stata, come ha detto il regista giurato Ken Loach, “scioccante”. Ne riportiamo un sommario, mentre le video registrazioni integrali sono sul sito

Voci non solo di israeliani e palestinesi, ma di tutto il mondo; giuristi, medici, giornalisti, ex militari, hanno presentato con precisione le loro prove, arrivando per la prima volta a discutere della possibilità di definire come “genocidio” la politica e l’azione militare messa in atto da Israele.. Le loro parole, i fatti che raccontano, le immagini che hanno mostrato emozionano e interrogano le nostre coscienze, interrogano la politica, domandano giustizia. Nessuno, nell’epoca di internet e dei social media, potrà mai dire “non sapevo”. E’ questo il messaggio più forte che il Tribunale Russell sulla Palestina ci consegna, caricando su ognun@ la responsabilità di far sapere e di agire perché si metta fine all’impunità di Israele, all’assedio di Gaza, all’occupazione della Palestina.

 

Sommario delle testimonianze

Dopo l’apertura di Pierre Galand, coordinatore dell’iniziativa del Tribunale Russell sulla Palestina, ha introdotto il giurato John Dugard ,già relatore speciale delle NU per i diritti umani nei territori palestinesi: “questa sessione sarà centrata sui fatti relativi alla operazione Protective Edge. Ascolteremeo le prove della uccisione di oltre 2000 palestinesi, il 70% civili, del ferimento di molte migliaia, dei grandi danni alla proprietà. Ascolteremo anche prove sulle armi usate; testimonianze sulla sofferenza della popolazione e sulle intenzioni degli attaccanti. Ma tutto questo sarà nel contesto del diritto internazionale. Le nostre procedure prevedono che fatto e diritto interagiscano.”

Ha poi dettagliato i caratteri della occupazione israeliana di Gaza, dal 1967, quando ne vennero cacciati gli egiziani, e anche dopo il ritiro del 2005. Ha inoltre parlato dell’assedio come punizione collettiva a partire dal 2006, anno della elezione di Hamas, come rafforzamento della occupazione, misure di autodifesa. Ha parlato dei missili di Hamas come strumenti di resistenza, non di terrorismo. Ha sottolineato il dovere di israeliani e palestinesi di rispettare il diritto umanitario internazionale per la protezione della popolazione civile. Evidenziando la sproporzione tra le vittime dei due lati, ha sottolineato che Israele si è reso responsabili di crimini di guerra secondo il diritto internazionale consuetudinario, con l’attacco a civili e a infrastrutture.  E si è anche reso responsabile di crimini contro l’umanità, con assassinii e sterminio su larga scala. Ha richiamato la questione, controversa, di una possibile definizione di genocidio – in termini giuridici e secondo la convenzione internazionale delle NU sul genocidio del 1948 – in quanto  si sia verificata la intenzione di distruggere in tutto o in parte una popolazione, non una parte politica. Ha richiamato la necessità che l’Autorità Nazionale palestinese ratifichi lo Statuto di Roma della Corte penale internazionale per l’esercizio della giurisdizione internazionale.

Ha infine richiamato la responsabilità di paesi terzi e in particolare degli Stati Uniti, in quanto finanziatori di Israele (8,5 milioni di dollari al giorno) e fornitori di armi e assistenza militare.

Paul Behrens, professore di diritto penale all’Università di Edimburgo ed esperto in materia di genocidio, ha insistito sulla   necessità di analizzare la questione da un punto di vista giuridico , differenziandolo da quello sociale. Ha anche sottolineato l’importanza di considerare la gravità dell’incitamento al genocidio e l’importanza di tutte le prove relative ad azioni e espressioni verbali atte a indurre e incoraggiare la distruzione di civili e loro abitazioni.

Sul tema delle armi utilizzate si è soffermato il colonnello in pensione Desmond Travers,   dall’esercito irlandese, partecipante a forze di peace keeping, tra gli autori del rapporto Goldstone, in seguito alla operazione “Piombo fuso” 2008/9.  Tornato da una settimana da Gaza, ha fatto una ampia disamina di tutte le armi utilizzate (prodotte negli Stati Uniti e in Israele) e si è soffermato anche sulla analisi delle “dottrine” alla base dell’azione dell’esercito israeliano. In particolare la dottrina Dahiya, nata nella guerra contro il Libano del 2006, dal nome di un villaggio che venne raso al suolo con lo sterminio della sua popolazione, significativa della teorizzazione dell’uso sproporzionato della forza contro i civili; citata la direttiva  Hannibal,  nata nel 1986, sempre rimasta segreta,  ad indicare l’autorizzazione ad usare qualsiasi mezzo, per impedire che uno o più soldati vengano fatti prigionieri, anche se questo provoca il loro ferimento o mette in pericolo la loro vita: questo per l’assoluto rifiuto di negoziare con “i terroristi”.

Tra le testimonianze più emozionanti sono state sicuramente quelle di giornalisti: David Sheen. originario di Toronto, vive a Dimona, in Israele, giornalista e regista, ha parlato soprattutto dell’incitamento all’uccisione e distruzione dei palestinesi nel discorso pubblico israeliano, del razzismo e odio che attraversano l’opinione pubblica, e che rappresentano un incitamento chiaro al genocidio. Ha mostrato e raccontato una lunga serie di espressioni usate da capi religiosi ed esponenti politici, richiamandosi talvolta alla fraseologia biblica, dall’incitamento all’uccisione di massa alle giustificazioni per l’uccisione di bambini alle dichiarazioni di orgoglio di essere razzisti.

Eran Efrat, già sergente dell’esercito israeliano, poi capo ricerca dell’organizzazione “Breaking the silence” (soldati israeliani veterani impegnati nella denuncia delle condizioni dei territori palestinesi occupati), tra i primi ad aver denunciato l’uso del fosforo bianco nella operazione “Piombo fuso”, ha a lungo parlato del massacro operato nel villaggio di Shuja’iyya e della sua totale distruzione con massicci bombardamenti. “Un vero e proprio attacco di vendetta, dato che la resistenza aveva ucciso  7 soldati israeliani…il punto non sono le regole di ingaggio o simili…il punto è che come palestinese non devi alzare la testa….Ogni volta è peggio, e succederà ancora…il diritto alla resistenza non è riconosciuto, sei un terrorista e basta….”

 Mohammed Omer, giornalista   palestinese del campo profughi di Rafah. Sempre vissuto a Gaza, ha esordito mostrando una foto di un ragazzino in ospedale ed ha proseguito con tre casi    sconvolgenti. L’esecuzione sommaria di Mohammed Tawfik Qudeh, 65 anni, ucciso di fronte alla sua famiglia, mentre chiedeva “per favore non mi sparare”; il caso di un religioso della moschea di Khuza costretto a spogliarsi nudo di fronte a tutti; picchiato e interrogato su dove si trovino i missili; quella del dott. Kamal Qudeh, di una clinica privata, a cui hanno detto di evacuare in pochi minuti e – dice – “siamo stati costretti a portare i corpi sulle nostre spalle”. E, racconta, tutti hanno denunciato l’assenza della Croce rossa internazionale. E l’argentino Estrella, della giuria, commenta che sarebbe necessario un Tribunale Russell sulla stampa per  il suo comportamento!

Mads Gilbert è un chirurgo norvegese, dal 1981 lavora con palestinesi, ed era a Gaza durante la guerra. Abbiamo potuto leggere una sua disperata lettera aperta sui massacri di cui è stato testimone, sul collasso delle strutture ospedaliere. E di questo parla, come, dopo di lui, Mohammed Abou Arab, un chirurgo palestinese, che risiede e lavora in Norvegia. Hanno lavorato prevalentemente nell’ospedale Al Shifa.

Il sistema sanitario era già in ginocchio a causa dell’assedio, e i lavoratori senza stipendio a causa del blocco posto dagli Stati Uniti sui conti di Hamas. Era invece un sistema eccellente, il cui personale continua a lavorare indefessamente, senza paga e senza orario. Loro sono gli “eroi”. Questa volta è peggiore delle altre – dice Mads Gilbert – la politica coloniale israeliana volta a cacciare la popolazione palestinese dalla sua terra, è stata più aggressiva di sempre, ha deliberatamente preso di mira ospedali, cliniche, ambulanze, distruggendo il 60% del sistema sanitario. L’impunità di Israele è la grande sfida di fronte a tutti noi. Impressionante come i civili palestinesi siano stati usati come scudi umani. Ne siamo stati accusati noi, ma qui in ospedale mai visti  soldati palestinesi, che del resto sarebbero stati allontanati. Mohammed Abou Arab aggiunge che nel personale ospedaliero ci sono stati 144 morti.

Paul Mason è un  reporter britannico che  racconta“i fatti separati dalle opinioni” come – dice – è nello stile britannico, chiarendo che i bombardamenti sulle case con famiglie, sui civili, sui centri dei rifugiati, non corrispondono ad alcuna esigenza militare. Uno tra gli esempi più evidente e terribile è stato il bombardamento di una scuola dell’UNRWA, con 21 morti.

Si sente circolare un discorso “genocida”, anche tra i palestinesi: “cercano di ucciderci tutti come se non ci fosse più spazio per entrambi sul pianeta”. Un ruolo importante in questo viene svolto dai social media che creano nelle menti la realtà.

Un altro giornalista, tedesco, studente di scienze politiche, Martin LeJeune, a Gaza durante l’attacco, già a bordo della nave “Stefano Chiarini” della seconda flottiglia per la libertà di Gaza nel 2011, comincia col mostrare alcune foto di fabbriche distrutte: carpenteria, fabbriche di dolci; e parla poi dei danni all’agricoltura, alla distruzione di aranceti. Difficile ricostruire, dice, dato che nessun indennizzo è previsto essendo Gaza considerata da Israele “entità ostile”

Ivan Karakashian, è coordinatore della unità per l’advocacy di Defense for Children International-Palestina, parla del grande trauma subito dai bambini, a cui è stato negato cibo e sonno, e sono stati usati come scudi umani dagli israeliani. Oltre 300000 bambini , secondo dati ONU, hanno bisogno di sostegno. E’ vero che abbiamo tolto missili da una scuola, ma non c’erano rifugiati. I giovani sono oggetto di  attacco, Israele percepisce lo spostamento delle giovani generazioni. La società civile deve reagire, dappertutto, anche negli Stati uniti che pongono sempre veto sulle condanne a Israele nelle Nazioni Unite e, lo apprendiamo adesso, hanno aumentato di 14 miliardi di dollari per i prossimi due anni, il bilancio per la difesa.

Proprio dagli Stati Uniti, prende la parola per la sua testimonianza, Max Blumenthal, giornalista , scrittore e blogger, produttore di cortometraggi (su You Tube), presente a Gaza durante l’attacco, per Mondoweiss. Mostra una mappa militare della zona, fatta da Israele, in collaborazione con Stati Uniti, dove si vede la buffer zone (zona cuscinetto) completamente distrutta. Parla del cecchinaggio contro ragazzi e delle 89 famiglie completamente distrutte; denuncia la deliberata scelta di ammassare civili e poi bombardare, come accaduto a Beit Hanoun.

Denuncia la campagna ad opera dei religiosi anche contro i militari palestinesi, che non sono nemici combattenti, ma blasfemi; c’è una completa disumanizzazione dei palestinesi, e anche questo è un aspetto “genocida”, e la società israeliana è pronta per questo…

Agnès Bertrand-Sanz è la direttrice dell’Ufficio medio oriente all’Aprodev, associazione di organizzazioni europee per lo sviluppo, protestanti, anglicane e ortodosse

Denuncia la ipocrisia della politica della Unione Europea, sempre dipendente da quella USA,  e la necessità assoluta di trovare il modo di richiamare le istituzioni europee alle loro responsabilità. La UE ha seppellito il rapporto Goldstone, recentemente si è espressa contro la commissione di inchiesta a Gaza votata dal Consiglio diritti umani dell’ONU; ha fatto pressioni sulla ANP perché non adisse alla Corte Penale internazionale, “negativo per i negoziati di pace”! Le vittime vogliono giustizia: invito a ANP ad adire alla Corte Penale internazionale.

Michael Deas, coordinatore del Comitato Nazionale Boicottaggio Disinvestimento Sanzioni in Europa.  Illustra con precisione il senso e le ragioni della campagna, lanciata dai palestinesi, ben presto diventata internazionale, BDS, uno strumento fondamentale per colpire l’impunità israeliana e coinvolgere le società civili. Denuncia il doppio standard usato dalla UE nei confronti di Israele, a cui vengono mantenuti e accresciuti i privilegi, in campo economico e militare. Invita a sostenere con forza la richiesta di embargo militare su Israele e la sospensione dell’accordo di associazione UE-Israele.

 

* Il Tribunale Russell sulla Palestina, coraggiosa iniziativa di denuncia e cultura politica, è stato creato in risposta ad un appello di  Ken Coates (Presidente della  Bertrand Russell Peace Foundation), Nurit Peled (Israeli, Premio Sakharov  per la libertà di parola 2001) e Leila Shahid (Delegata generale della Palestina presso la Unione Europea). La responsabilità dell’organizzazione del Tribunale Russell sulla Palestina è del Comitato organizzativo internazionale, i cui componenti sono:  Ken Coates, Pierre Galand, Stéphane Hessel (morto nel 2013), Marcel-Francis Kahn, Robert Kissous, François Maspero, Paulette Pierson-Mathy, Bernard Ravenel and Brahim Senouci. Ha svolto le sue sessioni tra il 2010 e il 2014 a Barcellona, Londra, Città del Capo, New York, Bruxelles (sessione conclusiva e sessione straordinaria su Gaza). Per saperne di più www.russelltribunalonpalestine.com. 

 

 

 

 

 

 

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