Dossier

“Gaza: Palestina, Israele e il mondo”

First published in Inchiestaonline.it

a cura di Alessandra Mecozzi

Alessandra Mecozzi: Introduzione al Dossier

Alessandra Mecozzi ha lavorato nella Fiom-Cgil di Torino e Nazionale dal 1970 al 2012 nel settore delle contrattazioni e delle relazioni internazionali. E’ presidente della associazione Cultura è Libertà, una campagna per la Palestina; referente di Libera international, per Nord Africa e Medio Oriente

Questa raccolta di testi ha lo scopo di informare e far riflettere lettrici e lettori interessati, su quanto avvenuto in 51 giorni (8 luglio-25 Agosto 2014) nella striscia di Gaza, in Palestina e in Israele. Non intende trarre alcun bilancio, di sconfitta o di vittoria dell’una o dell’altra parte, Israele o Hamas o ALP (Autorità Nazionale Palestinese), che hanno tutti celebrato la “vittoria”. Come afferma nel suo articolo il palestinese americano Ramzy Baroud “questa non è stata una guerra secondo le tradizionali definizioni di guerra, e quindi le tradizionali analisi di vittoria e sconfitta semplicemente non si possono applicare”.

Un analista britannico attento, Nathan Thrall, dice con amarezza e realismo, che “Israele può dire che si indebolisce Hamas rafforzando i suoi nemici. Hamas può dire che ha guadagnato il riconoscimento del nuovo Governo e un significativo alleggerimento del blocco. Questa soluzione ovviamente era stata disponibile per Israele, gli Stati Uniti, l’Egitto e l’ Autorità Palestinese nelle settimane e nei mesi prima che cominciasse la guerra, prima che così tante vite venissero distrutte.”

Gli oltre 2100 morti, per lo più civili palestinesi, gli oltre 11.000 feriti, la distruzione di case, infrastrutture, agricoltura, fabbriche, scuole (un costo totale di 3 miliardi di dollari) da cui è difficile comprendere se e quando Gaza potrà riprendersi, testimoniano una sconfitta della ragione e dell’umanità (vedi http://nena-news.it/gaza-uneconomia-rasa-al-suolo)

La riflessione che si intende dunque sollecitare è piuttosto sulla situazione, il contesto, le ragioni, in cui è avvenuta questa terza guerra denominata “protective edge”, margine protettivo (le precedenti sono Cast lead, Piombo fuso, del 2008/9; Pillar of smoke, pilastro di fumo, nel 2012), gli interrogativi sul futuro di una questione, la Palestina, decisiva nell’area mediorientale, sempre più sconvolta dalla guerra, e le reazioni, analisi e iniziative, a livello israeliano e internazionale.

Per questo ho ritenuto di includere in questa raccolta alcune delle tante voci indignate e riflessive, fredde o accorate che si sono fatte sentire nel mondo, dando particolare rilievo a quelle israeliane. Le iniziative della società civile sono state tante, e si spera che continueranno ad esserlo, essendo ormai matura la convinzione che la possibilità, sia pur esile, di una soluzione vera e giusta, che duri nel tempo, sta molto nelle mani della società civile, a cominciare da quella israeliana (secondo sondaggi pubblicati in agosto ben il 92% dell’opinione pubblica era d’accordo sulla guerra contro Gaza), più che delle Istituzioni e dei Governi, che vanno permanentemente sollecitati.

Un noto rabbino americano, Henry Siegman, a capo di due importanti istituzioni ebraiche in America, un tempo fervente sionista, e direttore dal 1978 al 1994 del Congresso ebraico statunitense,nato in Germania nel 1930 proveniente da una famiglia che ha a lungo peregrinato per sfuggire al nazismo, dice in una lunga intervista a Democracy now, “ La questione centrale non è quello che essi (nazisti) hanno fatto esattamente, ma è il fatto che, evidentemente, persone degne possono essere testimoni del male e non far niente contro di esso. Questa è la lezione più importante dell’Olocausto, no gli Hitlers e no le SS, ma che la società ha consentito che questo succedesse. E la mia profonda delusione è che la popolazione israeliana, proprio perché Israele è una democrazia, dica: non siamo responsabili di quello che fanno i nostri capi, e li elegge ogni volta in cariche pubbliche. Non può farlo! ”.

Per questo sono così importanti le manifestazioni di migliaia di persone contro la guerra a Tel Aviv, i bus della pace organizzati da varie associazioni per andare al confine di Gaza e portare viveri, abiti, e anche fiori! Importanti per mantenere un legame tra popolazioni che sono destinate a coesistere, per la loro stessa sopravvivenza; per dire chiaramente no allo scontro militare. Un altro famoso ebreo americano, pacifista, Noam Chomsky, dice : “Dopo aver adottato politiche che l’hanno trasformato da paese ammirato da tutti a Stato temuto e disprezzato, politiche che ancora oggi persegue con cieca determinazione nella sua marcia verso la decadenza morale e forse la distruzione finale, ormai Israele non ha molte alternative.” e un ottimo reporter inglese, Robert Fisk: “Ma il mondo si sta rivoltando contro Israele, come ripetutamente ministri della Unione Europea (pur se sempre così gentili), vanno dicendo agli israeliani. E si sta rivoltando contro i nostri politici e i padroni dei media.”

Centinaia di migliaia di persone sono scese nelle strade di Francia, Inghilterra, America latina, India, e perfino una manifestazione di fronte al parlamento europeo a Strasburgo promossa dal coordinamento europeo delle associazioni (ECCP), con la partecipazione di oltre 20 parlamentari europei e decine di attivisti. Anche la Confederazione sindacale internazionale e sindacati europei come Industriall, hanno inviato alla mobilitazione il giorno 7 agosto. Se l’Italia, un tempo primo paese in Europa per il movimento di solidarietà con la Palestina e una pace giusta con Israele, non si è distinta per presenza massiccia nelle strade, è la rete italiana per il disarmo (www.disarmo.org) a chiedere per prima al Governo, poco dopo l’inizio dei bombardamenti su Gaza, il blocco delle forniture militari ad Israele (Italia è il primo fornitore europeo di armi ad Israele), poi seguita da ENAAT, la rete europea, da Amnesty International… Il governo spagnolo ha sospeso nel mese di agosto l’invio di armi a Israele….

La Unione Europea ha emesso in luglio linee guida per gli Stati membri, (pubblicate da 20 paesi, tra cui l’Italia) per invitare aziende e cittadine/i a non commerciare né investire nelle colonie israeliane, perché illegali.

Molto significative tutte le iniziative di pressione per mettere in atto boicottaggi, disinvestimenti, sanzioni nei confronti di Israele, sia da parte delle popolazioni che delle aziende e delle istituzioni. Iniziative sollecitate anche dalla campagna ( per Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni) lanciata da 170 associazioni palestinesi non governative nel 2005 e ben presto accolta internazionalmente).

L’arcivescovo emerito Desmond Tutu, protagonista della lotta contro l’Apertheid in Sud Africa, ha pubblicato per la prima volta in esclusiva su un popolare quotidiano israeliano, Haaretz, un appello al popolo israeliano (“la mia preghiera al popolo di Israele: liberate voi stessi liberando la Palestina”) in cui, tra l’altro, riferisce: “All’inizio della settimana, ho chiesto la sospensione di Israele dall’Unione Internazionale degli Architetti, riunita in Sud Africa. Ho fatto un appello alle sorelle e ai fratelli israeliani presenti alla conferenza perché si dissociassero attivamente personalmente e professionalmente dalla progettazione e costruzione di infrastrutture connesse con la perpetuazione dell’ingiustizia, compreso il Muro di separazione, i posti di controllo i checkpoint, e le colonie costruite sulla terra palestinese occupata….e abbiamo anche di recente assistito al ritiro di decine di milioni di euro del fondo pensione olandese PGGM dalle banche israeliane; il disinvestimento dalla G4S della fondazione Bill e Melinda Gates; e la chiesa presbiteriana USA ha disinvestito circa 21 milioni di dollari da HP, Motorola e Caterpillar.”Desmond Tutu sottolinea giustamente il carattere nonviolento di questa campagna e il fatto che qualcosa di analogo riuscì a sconfiggere l’apartheid in Sud Africa.

Sottraendosi alla pretestuosa e inutile contrapposizione con chi accusa gli inefficaci razzi di Hamas (anch’essi in violazione del diritto internazionale se rivolti contro aree dove risiedono civili), e in generale vede Hamas come terrorista, risponde l’israeliano Gideon Levy nel suo articolo “Andate a Gaza e guardate con i vostri occhi”: “Una discussione meno primitiva, meno condizionata dal lavaggio del cervello potrebbe portare a conclusioni diverse. Per esempio, che un porto sotto controllo internazionale è un obiettivo legittimo e ragionevole; che togliere il blocco sulla Striscia di Gaza conviene anche ad Israele; che non c’è altro modo di far cessare la resistenza violenta; che coinvolgere Hamas nel processo di pace potrebbe portare a un cambiamento sorprendente; che la Striscia di Gaza è abitata da esseri umani, che vogliono vivere come tali”

Adesso, dopo l’ultimo accordo del 25 agosto (vedi) per una “tregua illimitata”dovrebbero aprirsi negoziati per realizzare i punti dell’accordo stesso, a breve e lungo termine, per fare in modo che non sia solo un’ altra “pausa” in attesa di una nuova guerra, ma l’avvio di una soluzione strutturale di giustizia, che si basi sul rispetto del diritto internazionale e dei diritti umani e che conduca ad abolire il paradosso denunciato tempo fa da Hanan Ashrawi, dirigente palestinese, membro del Consiglio Legislativo:“Siamo l’unico popolo sul pianeta a cui si chiede di garantire la sicurezza del suo occupante, mentre Israele è l’unico paese che chiama a difendersi dalle sue vittime”

 

Raji Sourani: Siamo un bersaglio facile. Non abbiamo alcun valore

Raji Sourani è un avvocato per i diritti umani e fondatore del Palestinian Centre for Human Rights, che si occupa di documentare e indagare sulle violazioni dei diritti umani nei Territori occupati. Incarcerato sei volte per il suo lavoro, Sourani è rimasto a Gaza e continua a lavorare nonostante l’assedio. Nel 2013 Raji Sourani ha ricevuto il premio Right Livelihood per il suo costante impegno alla causa dei diritti umani. L’intervista a Raji Sourani è stata fatta da Rajpal Weiss.© Qantara.de 2014; traduzione in italiano a cura di AssoPacePalestina – http://www.assopacepalestina.org

D. Com’è la situazione a Gaza al momento?

Raji Sourani: Non dormiamo, né di notte né di giorno. I bombardamenti sono quasi ininterrotti, dappertutto. Non ci sono rifugi; non c’è un posto sicuro a Gaza, solo bombardamenti ovunque. Proprio adesso, siamo nel mezzo di una guerra: qualsiasi cosa può colpire le persone o gli edifici. Gli aeroplani e i droni non abbandonano mai il cielo.

Intere famiglie sono state cancellate e il problema è che la maggior parte delle persone uccise sono civili. I risultati delle nostre indagini sul campo mostrano che più del 77% dei feriti sono civili. I civili sono nell’occhio del ciclone. Stiamo parlando di una delle forze aeree più avanzate dal punto di vista tecnologico al mondo. E stiamo parlando di F16 e droni e di un esercito con una catena di comando. Non si tratta di razzi casuali ma di bombe lanciate per uccidere, non per gioco.

D.Qual è il sentimento diffuso a Gaza?

Sourani: La popolazione di Gaza è furiosa. Nel 2008-2009, le bombe al fosforo lanciate su Gaza hanno distrutto la città e lasciato una lunga scia di orrori. Poi nel 2012 abbiamo avuto un’altra guerra, e quella attuale è la terza guerra consecutiva nell’arco di cinque anni. È troppo per qualsiasi popolazione. Le persone sono davvero stanche, esauste e nessuno vuole essere una vittima passiva. Sentono di non aver più niente da perdere.

Chi vive in questa situazione vede il mondo che rimane ad osservare e si sente semplicemente una parte dei notiziari. La sensazione più diffusa è avvertire che la tua anima e quella delle persone che ami hanno così poco valore, così come la tua sofferenza e il tuo sangue, perché c’è solo un’anima e un sangue che sono sacri, quelli degli ebrei israeliani. Questo ti fa impazzire. Secondo i notiziari otto israeliani sono rimasti feriti. Questo è il totale delle vittime dal lato israeliano mentre qui è l’inferno.

Da quando si è cominciato a parlare del cessate il fuoco è opinione diffusa tra la popolazione che sia meglio morire piuttosto che tornare alla situazione precedente all’inizio del conflitto. Non vogliamo tornare indietro. Senza dignità né orgoglio, siamo semplicemente bersagli facili senza alcun valore. O questa situazione migliora davvero oppure è meglio morire. Sto parlando di intellettuali, accademici, gente comune: lo pensano tutti.

D.In che modo l’ultimo incidente, l’assassinio dei ragazzi israeliani, ha scatenato il conflitto?

Sourani: Non penso che l’assassinio dei tre ragazzi israeliani possa giustificare l’assassinio di 11 persone in Cisgiordania da parte di Israele. Si è trattato di un incidente individuale: nessun gruppo palestinese, gruppo politico o Hamas ha rivendicato l’assassinio dei ragazzi. Eppure l’esercito israeliano ha ucciso persone in Cisgiordania, tra cui quattro adolescenti. A Gaza e in Cisgiordania sono state arrestate almeno 1.300 persone, tra cui 28 parlamentari palestinesi. Inoltre il controllo sulle istituzioni e sulle università è stato inasprito. Una volta finito in Cisgiordania, sono arrivati a Gaza, dove 192 persone sono state uccise, di cui il 70% donne e bambini, e centinaia sono rimaste invalide perché hanno perso le mani, i piedi o sono rimasti ciechi.

Israele ha lanciato 1.800 raid aerei in una delle aree più densamente popolate di Gaza. È incredibile il numero di morti e feriti. In tutta Gaza non è rimasto un posto sicuro. È una vergogna che Israele e la comunità internazionale consentano tutto questo. Si tratta di veri e propri crimini di guerra.

D.Gli abitanti di Gaza hanno completamente perso la speranza?

Sourani: Sono traumatizzati. Sono sotto pressione, con le spalle al muro. Stiamo parlando di persone istruite, che guardano la TV e conoscono il mondo. Hanno lanciato volantini e costretto 20.000 persone ad abbandonare le proprie case. Le persone fuggono con solo i vestiti addosso e tutto quello che possono trasportare a mano, trovano riparo nelle scuole e sono diventati rifugiati nella loro stessa terra. I volantini vengono lanciati a mezzanotte, intimando alle persone di allontanarsi immediatamente. È un problema per chi sceglie di fuggire, perché abbandona tutto: case, terre, allevamenti. Allo stesso tempo, quelli che scelgono di rimanere sono in grave pericolo.

D.Pensa sia possibile una via d’uscita da questo conflitto in futuro?

Sourani: Sì, è molto semplice: porre fine all’occupazione. È tutto ciò che serve. Parlano di un’occupazione giusta, equa o corretta. Come si può parlare di giustizia se c’è un’occupazione? Perché hanno firmato gli accordi e dopo vent’anni ci sono ancora guerre, omicidi, distruzione, povertà. Non siamo normali, non abbiamo dignità. Ci stanno uccidendo, minacciando, opprimendo. Non possiamo spostarci all’interno di Gaza per vedere i nostri amici e parenti. È una situazione molto pericolosa. Tutta Gaza è sotto coprifuoco, tutto è immobile.

D.Cosa è necessario fare nell’immediato?

Sourani: I civili sono nell’occhio del ciclone: sono bersagli. Per prima cosa sarebbe necessario proteggerli, ad esempio chiedendo alla comunità internazionale di far rispettare l’articolo 1 della Convenzione di Ginevra, in base al quale è necessario garantire il rispetto dei civili. Dovremmo essere i ‘civili protetti’ di questa occupazione e invece non c’è alcuna protezione. E quindi, essenzialmente, il governo svizzero dovrebbe invitare le parti contraenti a organizzare una conferenza con lo scopo di proteggere il popolo palestinese. Ne abbiamo disperatamente bisogno.

In secondo luogo, la situazione di Gaza era già disastrosa prima di questa guerra. Da otto anni subiamo un assedio criminale, disumano e illegale, una forma di punizione collettiva per due milioni di persone. Non è consentito il movimento di beni o persone. Questa situazione ha completamente soffocato Gaza, l’ha trasformata in un posto infelice e in un’enorme prigione. La disoccupazione è al 65%, il 90% dei nostri abitanti è sotto la soglia di povertà mentre l’85% riceve aiuti umanitari. Ci manca tutto: dall’acqua al trattamento degli scarichi fognari, che vengono gettati in strada.

È il declino della Striscia di Gaza, e non perché siamo pigri, pazzi o cattivi. Abbiamo una delle più alte percentuali di laureati al mondo, manodopera tra le più qualificate del Medio Oriente, una buona comunità di imprese e abbastanza denaro. Non vogliamo altro che la libertà di movimento, la fine dell’assedio e la libertà di circolazione di beni e persone, da e per Gaza. Lo Human Rights Council dovrebbe inviare una missione investigativa nei Territori occupati, a Gaza, per indagare sui crimini di guerra commessi da Israele. Abbiamo bisogno di un comitato che sia in grado di perseguire i sospetti criminali di guerra. In questa parte di mondo abbiamo bisogno di uno stato di diritto.

E tutto quello che vogliamo è la fine di questa occupazione criminale e aggressiva, ma nessuno ne parla. Non voglio l’autodeterminazione, non voglio l’indipendenza, non voglio uno stato palestinese. Voglio essere normale. Non voglio questa occupazione. Vogliamo uno stato di diritto: è chiedere troppo? Ho 60 anni e non ricordo un singolo giorno vissuto normalmente da me, dalla mia famiglia o dalle persone che conosciamo. Ho festeggiato il ventesimo compleanno dei miei figli gemelli il 12 luglio, sotto un bombardamento infernale. Cos’altro rimane da ricordare?

Alcuni amici israeliani chiamano piangendo e ci dicono: siamo paralizzati, non possiamo fare nulla se non pregare per voi.

D.Cosa le dà la forza di andare avanti in questo momento così difficile?

Sourani: Non ho il diritto di arrendermi. Non possiamo essere vittime passive, continueremo a lottare per la nostra libertà, questo è il nostro diritto e il nostro obbligo. Il mio team si sveglia ogni mattina e trova il modo per venire a lavorare. Dobbiamo continuare a documentare e raccontare quello che succede, siamo qui per proteggere i civili in tempo di guerra.

 

 

Nargan Thrall:  Le occasioni di Hamas

Nathan Thrall è un autorevole analista inglese per il Programma medio oriente e Nord Africa dell’International Crisis Group. Il testo è stato pubblicato dalla London Review of books, pp.10-12 vol. 36, n°.16 del 21 agosto 2014

L’attuale guerra a Gaza non è stata cercata né da Hamas né da Israele, ma entrambi non avevano dubbi che si sarebbe arrivati a un nuovo scontro. Il cessate il fuoco del 21 novembre 2012 che concludeva otto giorni di scambi di missili da Gaza e bombardamenti israeliani non è mai stato messo in pratica. Stabiliva che tutte le fazioni palestinesi in Gaza avrebbero cessato le ostilità contro Israele e che Israele avrebbe messo fine agli attacchi contro Gaza per terra, mare e aria – incluso il “prendere di mira individui” (assassinii, in genere con missili lanciati da droni) – e che la chiusura di Gaza sarebbe finita sostanzialmente come risultato della “riapertura, da parte di Israele, dei passaggi, facilitando i movimenti delle persone e il trasferimento di merci, cessando le restrizioni di movimento dei residenti e gli attacchi ai residenti nelle zone di confine.” Una ulteriore clausola notava che “sarebbero state considerate altre questioni eventualmente richieste”, riferimento agli impegni privati di Egitto e Stati Uniti ad aiutare il contrasto al contrabbando di armi dentro Gaza, anche se Hamas ha negato questa interpretazione della clausola.

Nel corso dei tre mesi seguiti al cessate il fuoco, lo Shin Bet ha registrato solo un unico attacco: due mortai lanciati da Gaza nel dicembre 2012. I funzionari israeliani erano impressionati. Ma si convinsero che la quiete sul confine di Gaza era il risultato principalmente della deterrenza di Israele e dell’interesse dei Palestinesi. Perciò Israele non si sentiva particolarmente incentivata a confermare la sua parte dell’accordo. Nei tre mesi successivi al cessate il fuoco le sue forze hanno effettuato regolarmente incursioni dentro Gaza, mitragliato contadini e gente che raccoglieva rottami e macerie ai confini, e sparato alle barche impedendo ai pescatori l’accesso alla maggior parte delle acque di Gaza.

La fine del blocco non è mai avvenuta. I passaggi venivano ripetutamente chiusi. Sono state rimesse le zone cuscinetto (buffer zones) – quelle terre agricole in cui i contadini di Gaza non potevano entrare senza essere presi di mira. Le importazioni sono diminuite, le esportazioni bloccate, e a ben pochi abitanti di Gaza sono stati dati permessi per Israele e la West Bank.

Israele si era impegnata a condurre negoziati indiretti con Hamas durante l’implementazione del cessate il fuoco, ma li hanno ripetutamente ritardati, prima perché volevano vedere se Hamas si sarebbe attenuta alla sua parte di accordo, poi perché Netanyahu non reggeva ulteriori concessioni ad Hamas nelle settimane prima delle elezioni del gennaio 2013, infine perché si era formata una nuova coalizione israeliana che necessitava di tempo per stabilirsi. I colloqui non hanno mai avuto luogo. La lezione per Hamas era chiara. Anche se un accordo era stato mediato da Egitto e Stati Uniti, Israele poteva permettersi di non onorarlo.

Eppure Hamas ha continuato ampiamente a mantenere il cessate il fuoco, con soddisfazione di Israele. (Hamas) Ha stabilito una nuova forza di polizia con il compito di arrestare i palestinesi che cercavano di lanciare razzi. Nel 2013 ne sono stati lanciati da Gaza meno che in qualsiasi anno dal 2003, subito dopo che i primi proiettili primitivi erano stati lanciati oltre il confine. Hamas aveva bisogno di tempo per ricostruire il suo arsenale, fortificare le sue difese e prepararsi per la prossima battaglia, quando di nuovo avrebbe cercato la fine della chiusura di Gaza con la forza delle armi. Ma sperava anche che l’Egitto avrebbe riaperto dalla sua parte verso Gaza, mettendo fine in tal modo agli anni in cui Egitto e Israele avevano cercato di scaricarsi reciprocamente la responsabilità sul territorio e l’impoverimento degli abitanti e rendendo meno importante facilitare la chiusura da parte di Israele.

Nel luglio 2013 il colpo di Stato al Cairo condotto dal Generale Sisi colpì le speranze di Hamas. Il suo regime militare incolpava lo spodestato Presidente Morsi dei Fratelli Musulmani e Hamas, la sua propaggine palestinese, di tutti i guai dell’Egitto. Entrambe le organizzazioni sono state messe al bando. Morsi è stato accusato formalmente di cospirazione con Hamas per destabilizzare il paese. Il capo dei Fratelli musulmani e centinaia di sostenitori di Morsi sono stati condannati a morte. I militari egiziani hanno sempre di più usato una minacciosa retorica contro Hamas, che temeva che l’Egitto, Israele e l’Autorità palestinese diretta da Fatah, si sarebbero avvantaggiati della sua debolezza per lanciare una campagna militare coordinata. Vennero imposti divieti di viaggiare ai funzionari di Hamas. Il numero degli abitanti di Gaza autorizzati ad andare in Egitto venne ridotto ad una piccola frazione di quello che era stato prima del golpe. Quasi tutte le centinaia di tunnels che avevano portato le merci dall’Egitto a Gaza, vennero chiusi. Hamas si era servita delle tasse riscosse su quelle merci per pagare i salari di oltre 40.000 dipendenti pubblici a Gaza.

I precedenti alleati e principali sostenitori di Hamas, Iran e Siria, non lo avrebbero aiutato a meno che non tradisse la fratellanza musulmana passando il proprio sostegno, nella sempre più settaria guerra in Siria, all’Alauita Bashar el Assad, contro quella che era diventata una straripante opposizione sunnita. E i rimanenti alleati di Hamas avevano i loro problemi: la Turchia era preoccupata per le agitazioni interne, il Qatar era sotto pressione dei vicini per ridurre il suo sostegno alla Fratellanza, che gli altri monarchi del Golfo vedono come loro primaria minaccia politica. L’Arabia Saudita ha dichiarato la Fratellanza organizzazione terrorista; gli altri stati del Golfo hanno continuato a reprimerla. In Cisgiordania Hamas non poteva sventolare una bandiera, tenere una riunione, o fare un discorso, senza trovarsi di fronte ad arresti dalle forze di sicurezza di Israele o della Autorità Palestinese.

Sotto una crescente pressione e senza alleati a cui rivolgersi, la discesa di Gaza è stata rapida. Sebbene Israele reagisse alla chiusura dei tunnel e dei passaggi pedonali dell’Egitto aumentando leggermente le sue forniture di merci e rilascio di permessi di uscita, non c’era alcun cambio nella sua fondamentale politica. I tagli dell’elettricità venivano aumentati, con blackouts quotidiani di durata tra le 12 e 18 ore al giorno. Quelli bisognosi di cure ospedaliere in Egitto dovevano pagare tangenti di 3000 dollari per passare la frontiera quando occasionalmente apriva per un giorno. I tagli di carburante portavano a code ai distributori di benzina, facendo scoppiare scontri alle pompe. L’immondizia si accumulava nelle strade perché il governo non poteva fornire carburante ai camion. In dicembre gli impianti igienico sanitari chiusero e l’immondizia dilagava nelle strade. La crisi idrica peggiorò: più del 90% della falda acquifera di Gaza era adesso contaminata.

Dato che divenne chiaro che l’agitazione in Egitto non avrebbe portato a spodestare Sisi o al ritorno della Fratellanza musulmana, Hamas vedeva quattro possibili uscite. La prima, il ravvicinamento all’Iran all’inaccettabile prezzo del tradimento della Fratellanza in Siria, e indebolimento del sostegno ad Hamas tra i palestinesi e la maggioranza dei sunniti dappertutto. La seconda era di riscuotere nuove tasse a Gaza, ma queste non potevano formarsi per la perdita negli introiti dei tunnels e avrebbe rischiato di suscitare opposizione al governo di Hamas. La terza era lanciare razzi verso Israele nella speranza di ottenere un nuovo cessate il fuoco che avrebbe portato un miglioramento nelle condizioni di Gaza. Questa prospettiva preoccupava i funzionari americani: essa avrebbe minacciato la dirigenza palestinese tranquilla a Ramallah e distrutto i colloqui di pace israelo palestinesi che John Kerry aveva lanciato nello stesso mese del colpo di Sisi. Ma Hamas si sentiva troppo vulnerabile, nel prendere questa strada, specialmente a causa del potenziale ruolo di Sisi in qualsiasi nuovo conflitto tra Gaza e Israele. Era certo che i colloqui di pace sarebbero falliti da soli. L’ultima opzione, che Hamas alla fine ha scelto, era di consegnare responsabilità di governo su Gaza agli incaricati della dirigenza palestinese dominata da Fatah a Ramallah, anche se l’aveva sconfitta nelle elezioni del 2006.

Hamas ha pagato un alto prezzo accettando quasi tutte le richieste di Fatah. Il nuovo governo della Autorità palestinese non includeva un solo membro o alleato di Hamas, e le sue figure precedenti rimanevano inalterate. Hamas concordò di consentire alla AP di spostare alcune migliaia di componenti delle forze di sicurezza a Gaza e di mettere le sue guardie ai confini e ai passaggi, senza nessuna reciprocità per Hamas nell’apparato di sicurezza della Cisgiordania. E, cosa più importante, il Governo disse che avrebbe rispettato le tre condizioni per l’aiuto occidentale da tempo richieste dagli Stati Uniti e alleati europei: non violenza, adesione agli accordi del passato e riconoscimento di Israele. Sebbene l’accordo stabilisse che il Governo della AP si sarebbe astenuto dalla politica, Abbas dichiarò che avrebbe perseguito il suo programma politico. Hamas protestò appena.

L’accordo venne firmato il 23 aprile, dopo che i colloqui di pace di Kerry erano falliti; se fossero andati avanti gli Stati uniti ce l’avrebbero messa tutta per bloccare quella mossa. Ma l’amministrazione di Obama era stata delusa dal comportamento di Israele nei colloqui e pubblicamente lo incolpò del ruolo avuto nel loro fallimento. La frustrazione aiutò gli Stati Uniti a riconoscere il nuovo governo palestinese nonostante le obiezioni di Israele. Ma questo era fin dove gli Stati Uniti erano disposti ad andare. Dietro la scena, facevano pressione su Abbas perché evitasse una vera riconciliazione tra Hamas e Fatah. Hamas cercò la riattivazione dell’a lungo dormiente Consiglio legislativo palestinese, come verifica sul nuovo governo. Ma il consiglio ha una maggioranza di membri di Hamas e gli Stati Uniti avvisarono Abbas che avrebbero tagliato sostegno economico e politico al nuovo Governo se il consiglio si fosse riunito.

L’accordo di riconciliazione non era popolare all’interno di Hamas. Dalla base fino al secondo più alto gradino della dirigenza, i suoi membri pensavano che l’accordo avrebbe portato ad enormi problemi. Moussa Abu Marzouk, un anziano dirigente dell’ufficio politico, passò settimane a Gaza ad incontrare quadri di Hamas, ad ascoltare le loro preoccupazioni e a cercare di convincerli della saggezza dell’accordo. I militanti erano preoccupati che le forze di sicurezza di Fatah avrebbero tentato di vendicare le morti causate dalla lotta tra Hamas e Fatah nel 2006 e nel 2007 e dato inizio ad una nuova guerra civile. I funzionari di Hamas volevano assicurazioni che la AP non avrebbe esteso la sua collaborazione con Israele contro Hamas dalla Cisgiordania fin dentro Gaza. I dipendenti pubblici, migliaia dei quali non sono membri di Hamas, erano preoccupati di essere licenziati, retrocessi o non pagati. Altri dissero che Hamas aveva concesso troppo senza nessuna garanzia che Fatah avrebbe corrisposto ai suoi obblighi. Tra le ragioni per firmare l’accordo dichiarate dai dirigenti di Hamas c’era che esso avrebbe consentito al movimento di mettere l’attenzione sulla sua originaria missione, la resistenza militare contro Israele.

I timori degli attivisti di Hamas si sono confermati dopo la formazione del Governo. I termini dell’accordo non solo non erano favorevoli, ma non erano applicati. Le condizioni fondamentali dell’accordo – pagamento dei dipendenti pubblici che gestiscono Gaza e l’apertura del passaggio verso l’Egitto – non vennero realizzate. Per anni gli abitanti di Gaza si erano sentiti dire che la causa del loro impoverimento era il Governo di Hamas, adesso che era finito, le loro condizioni peggioravano.

Il 12 giugno, dieci giorni dopo la formazione del nuovo governo, un fatto inaspettato ha cambiato radicalmente la sorte di Hamas. In Cisgiordania, tre studenti israeliani venivano rapiti e assassinati. Quando i loro corpi sono stati ritrovati un gruppo di ebrei israeliani hanno sequestrato un sedicenne palestinese fuori della sua casa a Gerusalemme est, lo hanno annaffiato di petrolio e bruciato vivo. A Gerusalemme, nel Negev e in Galilea, sono scoppiate proteste tra i palestinesi, mentre la Cisgiordania è rimasta relativamente calma. Israele ha incolpato Hamas degli assassinii dei tre studenti yeshiva, anche se funzionari della sicurezza israeliana avevano detto di ritenere che non si trattasse di un atto ordinato dall’alto.

Nella ricerca dei sospetti assassini, Israele ha lanciato la sua più estesa campagna dalla seconda Intifada contro Hamas in Cisgiordania, chiudendone gli uffici e arrestando centinaia di iscritti a tutti i livelli. Hamas ha negato le sue responsabilità nel rapimento, sostenendo che le accuse di Israele erano un pretesto per lanciare una nuova offensiva contro di loro. Tra gli arrestati c’erano più di 50 dei 1027 prigionieri della sicurezza rilasciati nel 2011 da Israele in cambio del rilascio del soldato israeliano nelle mani di Hamas, Gilad Shalit. Hamas ha visto negli arresti un’altra violazione dell’accordo per Shalit, che aveva esplicitato le condizioni le condizioni per le quali i prigionieri rilasciati potevano essere riarrestati e conteneva impegni non rispettati da Israele per migliorare le condizioni e i diritti di ricevere visite per gli altri prigionieri palestinesi.

La leadership palestinese a Ramallah lavorava a stretto contatto con Israele per catturare i militanti e raramente era stata così discreditata presso la sua base, molti dei quali ritengono che sequestrare gli Isreliani si è rilevato l’unico mezzo efficace per ottenere il rilascio di prigionieri visti per lo più come eroi nazionali. In diverse città della Cisgiordania i residenti hanno protestato contro la cooperazione della sicurezza palestinese con Israele. Un precedente ministro degli affari religiosi è andato con la sua guardia del corpo alla moschea di Al Aqsa; quelli che erano in preghiera li hanno assaliti e costretti a farsi ricoverare in ospedale. Quando un emissario di Abbas è stato incaricato di recarsi dalla famiglia in lutto del ragazzo assassinato, hanno urlato contro di lui fuori dai locali.

Quando le proteste sono scoppiate in Israele e Gerusalemme, militanti in Gaza, di fazioni non appartenenti ad Hamas, hanno cominciato a lanciare razzi e mortai per solidarietà. Percependo la vulnerabilità di Israele e la debolezza della dirigenza di Ramallah, i dirigenti di Hamas hanno fatto appello a far crescere le proteste fino a una terza intifada. Quando il lancio dei razzi è aumentato, si sono trovati tirati dentro a un nuovo scontro: non potevano essere visti come quelli che impedivano il lancio di razzi, mentre chiamavano ad una rivolta di massa. La rappresaglia di Israele è culminata nel bombardamento del 6 luglio, che uccise 7 militanti di Hamas, il maggior numero di uccisioni inflitte al gruppo in alcuni mesi. Il giorno dopo Hamas ha cominciato ad assumersi la responsabilità dei razzi. Allora Israele ha annunciato l’operazione Protective Edge. *

Per Hamas la scelta non era tanto tra pace e guerra, ma tra un lento strangolamento ed una guerra che dava l’occasione, pur esigua, di allentare la stretta. Hamas si vede in una battaglia per la sopravvivenza. Il suo futuro a Gaza dipende dal suo esito. Come israele, ha fatto attenzione a porre obiettivi piuttosto limitati, obiettivi con i quali molta della comunità internazionale è simpatetica.Il primo obiettivo e principale è il rispetto da parte di israele dei tre accordi passati: quello sullo scambio di prigionieri con Shalit, che includeva il rilascio dei prigionieri riarrestati; il cessate il fuoco del novembre 2012, che chiede la fine della chiusura di Gaza; e l’accordo di riconciliazione di aprile 2014, che dovrebbe consentire al Governo palestinese di pagare i salari in Gaza, mettere proprio personale ai confini, ricevere i molto necessari materiali da costruzione e aprire il passaggio pedonale verso l’Egitto.

Non sono obiettivi non realistici, e ci sono buone possibilità che Hamas possa acquisirne alcuni. Obama e Kerry dichiaravano che un cessate il fuoco doveva basarsi sull’accordo di novembre 2012. Gli Stati Uniti hanno cambiato anche posizione sul pagamento dei salari, proponendo in una bozza quadro per il cessate il fuoco sottoposta a Israele il 25 luglio di trasferire i fondi ai dipendenti di Gaza. Nel corso della guerra, Israele decise che poteva risolvere i suoi problemi con Gaza con l’aiuto del nuovo governo a Ramallah, che aveva formalmente boicottato. Il ministro della difesa israeliano diceva di sperare che il cessate il fuoco avrebbe portato le forze di sicurezza del nuovo governo ai passaggi di confine di Gaza. Nethanyahu ha cominciato ad ammorbidire i suoi toni con Abbas. Quasi alla fine della terza settimana di combattimenti Israele e gli Stati Uniti con calma distoglievano lo sguardo mentre il Governo Palestinese per la prima volta effettuava i pagamenti di salario a tutti i dipendenti di Gaza. Funzionari israeliani, d’altro canto, cominciavano ad ammettere in privato che la precedente politica verso Gaza era stato un errore. Tutte le parti coinvolte nel mediare un cessate il fuoco vedono in prospettiva accordi per il dopo guerra che effettivamente rafforzano il nuovo governo palestinese e il suo ruolo a Gaza – e per estensione Gaza stessa.

Ottenere il rilascio dei prigionieri riarrestati sarà molto più difficile. Ma se la guerra si trascina e diventa possibile un attacco di terra le possibilità per Hamas di catturare un soldato israeliano aumenteranno. Finora ha fatto almeno quattro tentativi, e può aver avuto successo con due; Israele nega che il primo abbia avuto successo e dato che la questione arriva alla stampa, si mette a cercare il secondo soldato mancante. Poche cose avrebbero portato più discredito alla dirigenza di Ramallah, di un nuovo accordo per uno scambio di prigionieri con Hamas, anche se su scala minore di quello per Shalit. Quando il 20 luglio Hamas annuncia di aver catturato un altro soldato, le strade di Gaza, Gerusalemme, Cisgiordania si sono riempite di gente che faceva fuochi di artificio e distribuiva dolci, con una nuova speranza per la prossima liberazione dei loro amici e familiari dalle prigioni israeliane.

Le proteste palestinesi in solidarietà con Gaza si sono estese. Le bandiere di Hamas erano di più di quelle di Fatah in una protesta recente a Nablus. La dirigenza di Ramallah, anche se in modo non del tutto convincente, ha adottato alcuni elementi della retorica di Hamas, usando la parola “resistenza” e lodando la lotta di Hamas. Quasi ogni notte hanno avuto luogo scontri in Cisgiordania e a Gerusalemme est. Il 24 luglio, durante la notte sacra per i musulmani di Laylat al Qadr, al checkpoint di Qalandya al nord di Gerusalemme ha avuto luogo la più grande manifestazione dalla seconda Intifada. Hamas sa che non può sconfiggere l’esercito di Israele, ma la guerra di Gaza portava la possibilità di un premio lontano, ma non meno importante: sollevare la Cisgiordania e minacciare la dirigenza di Ramallah e il programma di un negoziato perpetuo, l’accomodamento e la dipendenza dagli Stati Uniti su cui si basa.

Per molti palestinesi, Hamas ancora una volta aveva dimostrato la relativa efficacia della militanza. I tunnels che sono stati centrali per i suoi successi nella attuale lotta, sono stati la fonte degli attacchi contro gli Israeliani in Gaza, da ben prima del ritiro di Israele nel 2005. Hamas si concentra su una serie di attacchi basati sui tunnels, inclusa una esplosione mortale nel dicembre 2004 sotto una postazione militare israeliana nel sud di Gaza, che aiutò ad accelerare il ritiro di Israele. Da quando questa estate è cominciata la battaglia in Gaza, Israele non ha annunciato una sola nuova colonia ed ha espresso la volontà di fare alcune concessioni alle richieste palestinesi – conquiste che la dirigenza di Ramallah non è stata capace di ottenere in anni di negoziati. L’esito dei combattimenti contribuira a determinare il futuro cammino del movimento nazionale palestinese.

Il vero ostacolo alla rivolta in Cisgiordania non è stato, come pretende Hamas, la collaborazione di Abbas con Israele. E’ stata la frammentazione sociale e politica e la diffusa accettazione palestinese che la liberazione nazionale deve venire seconda dopo i largamente apolitici e tecnocratici progetti di costruzione dello stato e di sviluppo economico. Questi sono ostacoli ben maggiori per Hamas. Nella misura in cui i recenti combattimenti hanno istillato orgoglio nei Palestinesi che dicono di essere cresciuti abituati a provare vergogna per il modo in cui i loro dirigenti strisciano ai piedi di Stati Uniti ed Israele, quanto ottenuto da Hamas non è stato poco.

Ma Hamas ha anche rischiato molto. Rischia di perdere tutto se Israele riconsidera la sua fiducia di lunga data su di esso come poliziotto di Gaza, una strategia che lo ha condotto a mantenere in Gaza Hamas abbastanza forte da avere in Gaza quasi il monopolio dell’uso della forza. Un’ironia delle recenti settimane di combattimento sul terreno è che la dimostrazione di forza di Hamas ha messo a rischio la sua posizione a Gaza. Israele potrebbe decidere che è diventato una minaccia troppo grossa. Hamas ha rallentato l’incursione di terra israeliana ed ha inflitto decine di perdite alle truppe israeliane, di gran lunga maggiori delle maggiori attese. Due settimane dopo l’inizio della incursione di terra, l’esercito israeliano non aveva passato la prima linea delle zone urbane densamente popolate. Grazie all’ampia rete di tunnels sotterranei che conducono non solo verso Israele ma sotto Gaza, se Israele decide di entrare in centro nelle città, sicuramente le sue perdite aumenteranno. Durante l’operazione piombo fuso, 2008-09 Israele entrò molto più profondamente dentro Gaza e perse solo dieci soldati, di cui quattro per fuoco amico; oggi le forze di terra israeliane hanno perso più di sessanta soldati. Le perdite tra i militanti di Hamas finora sembrano gestibili. Per la prima volta dopo decenni, Israele si difende contro un esercito che ha passato i confini del 1967, attraverso tunnels e incursioni navali. I razzi di Hamas prodotti in Gaza, possono adesso raggiungere tutte le città israeliane più grandi, inclusa Haifa, e i suoi droni armati con missili. E’ stato capace di far chiudere l’aeroporto maggiore di Israele per due giorni. Gli israeliani che vivono vicino Gaza hanno lasciato le loro case e hanno paura di tornarci dal momento che l’esercito israeliano dice che probabilmente ci sono ancora tunnels di cui non sanno la posizione. I missili da Gaza hanno fatto tornare gli israeliani nei rifugi giorno dopo giorno, dimostrando l’incapacità delle forze israeliane di gestire la minaccia. La guerra, si stima, è costata al paese miliardi di dollari.

Il costo più grande naturalmente è stato sostenuto dai civili di Gaza, che costituiscono la grande maggioranza delle oltre 1600 vite perse al momento del cessate il fuoco annunciato e subito rotto il 1° agosto. La guerra ha spazzato via intere famiglie, devastato quartieri, distrutto case, tagliato tutta l’energia elettrica e limitato grandemente l’accesso all’acqua. Ci vorranno anni perché Gaza possa riprendersi, se mai riuscirà.

E appare improbabile che Hamas sarà pronta in breve tempo per una nuova battaglia. Così ha tutti gli incentivi a tentare di ottenere adesso i suoi obiettivi fondamentali, in particolare la fine del blocco di Gaza. I mediatori si propongono di aiutare la popolazione di Gaza senza che appaia che consegnano la vittoria ad Hamas e la sconfitta ad Israele. In gioco per Israele e per l’Egitto c’è che cosa dice una presunta vittoria di Hamas per il futuro della fratellanza musulmana nella regione. In gioco per gli alleati della fratellanza musulmana, Qatar e Turchia, è il significato di una sconfitta. La percezione del simbolismo del conflitto ha contribuito a prolungarlo.

La soluzione ovvia è che il nuovo Governo torni a Gaza e la ricostruisca. Israele può dire che si indebolisce Hamas rafforzando i suoi nemici. Hamas può dire che ha guadagnato il riconoscimento del nuovo Governo e un significativo alleggerimento del blocco. Questa soluzione ovviamente era stata disponibile per Israele, gli Stati uniti, l’Egitto e l’ AP nelle settimane e nei mesi prima che cominciasse la guerra, prima che così tante vite venissero distrutte.


Ilan Pappé: Storia di un massacro

Ilan Pappé è uno storico israeliano, intellettuale e studioso comunista, socialista e antisionista , fa parte della “nuova storiografia israeliana” . Attualmente è professore di storia dell’Università di Exeter (Regno Unito). Il testo è stato pubblicato s Francesco Penzo il 1 settembre 2014 inserito nella categoria “a voce alta”, n° 198 in Bocche scucite, voci dai territori occupati a cura di Nandino Capovilla, Pax Christi, Italia

La gente di Gaza e dappertutto in Palestina è delusa per la mancanza di qualsiasi significativa reazione internazionale alla carneficina e alle distruzioni che l’assalto israeliano ha finora lasciato dietro di sé. Questa incapacità, o assenza di volontà, ad agire sembra essere in primo luogo un’accettazione della narrativa e delle argomentazioni israeliane sulla crisi di Gaza. Israele ha sviluppato una narrativa molto chiara riguardo all’attuale carneficina a Gaza.

E’ una tragedia causata da un attacco missilistico di Hamas, non provocato dallo stato ebraico, a cui Israele ha dovuto reagire per autodifesa. Se i mezzi d’informazione occidentali dominanti, accademici e politici, possono avere riserve sulla proporzionalità della forza usata da Israele, in buona sostanza lo accettano. Questa narrazione israeliana è rigettata totalmente nel mondo del ciberattivismo e dei media alternativi. Lì sembra che la condanna dell’azione di Israele come un crimine di guerra sia diffusa e consensuale.
La principale differenza tra le due analisi dall’alto e dal basso è la disponibilità degli attivisti a studiare in maniera più attenta e approfondita il contesto storico e ideologico dell’attuale azione israeliana a Gaza. Questa tendenza dovrebbe essere ulteriormente rafforzata e questo pezzo è solo un modesto tentativo di contribuire in questo senso.

Un massacro ad hoc?

Una valutazione e una contestualizzazione storica dell’attuale assalto di Israele a Gaza e quella dei tre precedenti a partire dal 2006 mostra chiaramente la politica genocida israeliana. Una politica incrementale di uccisioni massicce che non è tanto un prodotto di una spietata intenzione quanto l’inevitabile risultato della strategia globale di Israele nei riguardi della Palestina in generale e delle aree occupate nel 1967 in particolare.
Su questa circostanza occorre insistere, poiché la macchina propagandistica israeliana tenta continuamente di esporre le sue politiche fuori dal contesto e trasforma il pretesto alla base di ogni nuova ondata distruttiva nella principale giustificazione per un’altra orgia di massacri indiscriminati nei “killing fields” di Palestina.
La strategia israeliana di presentare le sue politiche brutali come una risposta ad hoc a questa o quell’azione palestinese è vecchia quanto la presenza stessa in Palestina del sionismo. È stata usata ripetutamente come una giustificazione per realizzare la visione sionista di una Palestina futura che ha al suo interno pochissimi nativi palestinesi, o nessuno. I mezzi per raggiungere questo scopo sono cambiati nel corso degli anni, ma la formula è rimasta la stessa: qualunque possa essere la visione sionistica di uno stato ebraico, essa si può concretizzare solo senza un numero significativo di palestinesi al suo interno. E oggigiorno la visione è di un’Israele che si estende quasi sull’intera Palestina storica dove milioni di palestinesi ancora vivono.

Questa visione è divenuta problematica allorché l’avidità territoriale ha spinto Israele a cercare di tenere la Cisgiordania e la striscia di Gaza sotto il suo completo controllo dal giugno 1967. Israele ha cercato il modo di tenere i territori che quell’anno aveva occupato senza incorporare la loro popolazione come sua cittadinanza titolare di diritti. Al tempo stesso partecipava ad una farsa di ‘processo di pace’ per occultare o guadagnare tempo per le sue politiche di colonizzazione unilaterale messe in campo.
Nei decenni, Israele ha differenziato tra aree che intendeva controllare direttamente e quelle che voleva gestire indirettamente, con lo scopo nel lungo periodo di ridurre la popolazione palestinese al minimo mediante, tra l’altro, la pulizia etnica e lo strangolamento economico e geografico. Perciò la Cisgiordania è stata, a tutti gli effetti, divisa in zone ‘ebraiche’ e zone ‘palestinesi’ – una realtà che molti israeliani possono accettare ammesso che i palestinesi di questi Bantustan siano contenti della loro incarcerazione in queste mega-prigioni. La collocazione geopolitica della Cisgiordania crea l’impressione in Israele, quantomeno, che sia possibile ottenerlo senza aspettarsi una terza sollevazione o un’eccessiva condanna internazionale.
La striscia di Gaza, per via della sua esclusiva collocazione geopolitica, non si prestava tanto facilmente a questa strategia. Fin dal 1994, e ancor più allorché Ariel Sharon giunse al potere come primo ministro all’inizio del 2000, la strategia era di ghettizzare Gaza e sperare che in un modo o nell’altro la gente di lì – 1,8 milioni ad oggi – piombasse in un eterno oblio.

Ma il ghetto ha dimostrato di essere ribelle e non disposto a vivere in condizioni di strangolamento, isolamento, inedia e collasso economico. Non c’era modo che venisse annesso all’Egitto, né nel 1948 né nel 2014. Nel 1948, Israele ha sospinto nell’area di Gaza (prima che divenisse una striscia) centinaia di migliaia di rifugiati che aveva espulso dal nord del Negev e dalla costa sud dove, così speravano, si sarebbero spostati ancora più lontano dalla Palestina.

Per un po’ dopo il 1967, intendeva tenerlo come un distretto che forniva manodopera non qualificata ma senza diritti umani o civili. Quando il popolo occupato ha resistito all’oppressione continua in due intifade, la Cisgiordania è stata divisa in piccoli bantustan circondati da colonie ebraiche, ma non ha funzionato nella striscia di Gaza, troppo piccola e troppo densamente popolata. Gli israeliani non sono stati capaci, per così dire, di ‘fare una Cisgiordania’ della striscia. Perciò l’hanno chiusa come un ghetto e quando ha resistito è stato permesso all’esercito di usare le sue armi più potenti e letali per colpirla. L’inevitabile risultato di una reazione accumulativa di questo genere è stata genocida.

Genocidio incrementale

L’uccisione di tre adolescenti israeliani, due di loro minorenni, rapiti nella Cisgiordania occupata a giugno, che era soprattutto una rappresaglia per le uccisioni di bambini palestinesi a maggio, ha fornito il pretesto principale per distruggere la delicata unità che Hamas e Fatah avevano costituito in quel mese. Un’unità che aveva fatto seguito alla decisione dell’Autorità Palestinese di abbandonare il ‘processo di pace’ e di appellarsi a organizzazioni internazionali per giudicare Israele col criterio dei diritti umani e civili.
Il pretesto ha determinato la tempistica – ma la brutalità dell’attacco è stato il risultato dell’incapacità di Israele di formulare una chiara politica nei riguardi della striscia che aveva creato nel 1948. L’unica chiara caratteristica di quella politica è la profonda convinzione che spazzando via Hamas dalla striscia di Gaza stabilirebbe lì il ghetto.

Dal 1994, ancor prima dell’ascesa al potere di Hamas nella striscia di Gaza, la particolarissima collocazione geopolitica della striscia rese chiaro che ogni azione punitiva collettiva, come quella inflitta ora, poteva essere solo un’operazione di massicce uccisioni e distruzione. In altre parole: un genocidio incrementale.
Questa considerazione non ha impedito ai generali di dare gli ordini di bombardare la gente dal cielo, dal mare e da terra. Ridurre il numero di palestinesi su tutta la Palestina storica è tuttora la visione sionista; un ideale che richiede la disumanizzazione dei palestinesi. A Gaza, questo atteggiamento e questa visione prende la sua forma più inumana.

La particolare tempistica di questa ondata è determinata, come in passato, da ulteriori considerazioni. La tensione sociale interna del 2011 ribolle ancora e per un po’ di tempo c’è stata una richiesta pubblica di tagliare le spese militari e spostare i soldi dal bilancio gonfiato della ‘difesa’ ai servizi sociali. L’esercito ha bollato questa possibilità come suicida. Non c’è niente di meglio di un’operazione militare per soffocare le voci che invocano il governo di tagliare le sue spese militari.

Segni caratteristici degli stadi precedenti in questo genocidio incrementale riappaiono inoltre in questa ondata. Come nella prima operazione contro Gaza, ‘First Rains’ nel 2006, e quelle seguite nel 2009, ‘Cast Lead’, e nel 2012, ‘Pillar of Smoke’, si può nuovamente constatare il sostegno consensuale ebraico-israeliano per il massacro di civili nella striscia di Gaza, senza significative voci di dissenso. Il mondo accademico, come sempre, diviene parte dell’apparato. Diverse università hanno offerto allo Stato i loro corpi studenteschi per aiutare e dare battaglia per la narrazione israeliana nel ciberspazio e nei media alternativi.
I mezzi d’informazione israeliani, inoltre, si sono lealmente allineati con la linea governativa, non mostrando immagini della catastrofe umana che Israele ha inflitto e informando il loro pubblico che questa volta, ‘il mondo ci capisce ed è con noi’. Questa affermazione è valida fintantoché le élites politiche in Occidente continuano a dare la vecchia immunità allo stato ebraico. Il recente appello di governi occidentali al procuratore della Corte di giustizia internazionale dell’Aja di non investigare sui crimini di Israele a Gaza è emblematico.
La copertura distorta è anche alimentata dalla percezione tra i giornalisti occidentali che quello che accade a Gaza impallidisce al confronto delle atrocità in Iraq e in Siria. Confronti come questo vengono solitamente forniti senza una più ampia prospettiva storica. Una visione di più lungo periodo sulla Palestina sarebbe molto più appropriata per valutare la loro sofferenza a confronto con le carneficine da qualunque altra parte.

Conclusione: confrontarsi con la doppia morale

Ma per una migliore comprensione del massacro a Gaza non c’è bisogno solo di una visione storica. Occorre anche un approccio dialettico che identifichi il collegamento tra l’immunità di Israele e i raccapriccianti sviluppi altrove. La deumanizzazione in Iraq e in Siria è estesa e terrificante, così come lo è a Gaza. Ma c’è una differenza cruciale tra questi casi e la brutalità israeliana: i primi sono condannati come barbari e inumani in tutto il mondo, mentre quelli commessi da Israele sono ancora autorizzati pubblicamente e approvati dal presidente degli Stati Uniti, dai leader dell’UE e dagli altri amici di Israele nel mondo.
L’unica possibilità per il successo della lotta al sionismo in Palestina è basata su un programma di diritti umani e civili che non faccia differenza tra una violazione e l’altra come pure che identifichi chiaramente la vittima e il carnefice. Quelli che commettono atrocità nel mondo arabo contro minoranze oppresse e comunità prive di aiuto, così come gli israeliani che commettono questi crimini contro il popolo palestinese, devono essere giudicati tutti con i medesimi standard etici e morali. Sono tutti criminali di guerra, sebbene nel caso della Palestina sono stati all’opera più a lungo di chiunque altro. Poco importa quale sia l’identità religiosa della gente che commette le atrocità o in nome di quale religione pretendono di parlare. Sia che si dicano jihadisti, giudei o sionisti, devono essere trattati tutti allo stesso modo.

Un mondo che la smetta di usare una doppia morale nei suoi rapporti con Israele è un mondo che sarebbe di gran lunga più efficace nel reagire ai crimini di guerra in qualunque altra parte del mondo. La cessazione del genocidio incrementale a Gaza e la restituzione dei fondamentali diritti umani e civili dei palestinesi dovunque essi siano, compreso il diritto al ritorno, è l’unico modo di far nascere una nuova prospettiva per un produttivo intervento internazionale nell’intero Medio Oriente. 28 agosto 2014

 

 

Noam Chomsky:  L’incubo di Gaza

Noam Chomsky è nato nel 1928 a Filadelfia da famiglia ebraica originaria dall’Europa dell’Est. Professore emerito di linguistica al Massachusetts Institute of Technology. La traduzione è stata fatta da  Bruna Tortorella per www. internazionale.it del 4 agosto 2014

 

Lo scopo di tutti gli orrori a cui stiamo assistendo durante l’ultima offensiva israeliana contro Gaza è semplice: tornare alla normalità. Per la Cisgiordania, la normalità è che Israele continui a costruire insediamenti e infrastrutture illegali per inglobare nel suo territorio tutto quello che ha un minimo di valore, lasciando ai palestinesi i luoghi meno vivibili e sottoponendoli a repressioni e violenze. Per Gaza, la normalità è tornare a una vita insopportabile sotto un assedio crudele e devastante che non consente nulla di più della mera sopravvivenza.

La scintilla che ha provocato l’ultimo attacco israeliano è stato il brutale assassinio di tre ragazzi di un insediamento della Cisgiordania occupata. Un mese prima, a Ramallah erano stati uccisi due ragazzi palestinesi, ma la loro morte aveva fatto poco scalpore. Cosa comprensibile, visto che è la norma. “Il disinteresse istituzionalizzato di tutto l’occidente non solo ci aiuta a capire perché i palestinesi ricorrono alla violenza”, dice l’esperto di questioni mediorientali Mouin Rabbani, “ma spiega anche l’ultimo attacco di Israele contro la Striscia di Gaza”.

L’attivista per i diritti umani Raji Sourani, che vive a Gaza da anni nonostante l’atmosfera di terrore e i continui episodi di violenza, ha dichiarato in un’intervista: “Quando si comincia a parlare di cessate il fuoco, la frase che sento dire più spesso è: ‘Per noi è meglio morire che tornare alla situazione in cui eravamo prima di questa guerra. Non vogliamo che sia di nuovo così. Non abbiamo più né dignità né orgoglio, siamo bersagli facili, la nostra vita non vale nulla. O la situazione migliora sul serio o preferiamo morire’. E sto parlando di intellettuali, accademici, persone comuni. Tutti dicono la stessa cosa”.

Nel gennaio del 2006, quando si sono svolte elezioni libere e attentamente monitorate, i palestinesi hanno commesso un terribile crimine: hanno votato nel modo sbagliato, dando il controllo del parlamento a Hamas.

I mezzi d’informazione continuano a ripetere che Hamas vuole la distruzione di Israele. In realtà i suoi leader hanno chiarito più di una volta che accetterebbero la soluzione dei due stati che è stata proposta dalla comunità internazionale e che Stati Uniti e Israele bloccano da quarant’anni. Israele, invece, a parte gli occasionali discorsi vuoti, vuole la distruzione della Palestina e sta mettendo in atto il suo piano.

I palestinesi sono stati immediatamente puniti per il crimine commesso nel 2006. Stati Uniti e Israele, con il vergognoso consenso dell’Europa, hanno imposto durissime sanzioni alla popolazione colpevole e Israele ha alzato il livello della violenza. Con l’appoggio degli Stati Uniti ha subito progettato un colpo di stato militare per rovesciare il governo eletto. Quando Hamas ha avuto la sfrontatezza di sventare quel piano, gli attacchi si sono intensificati.

Non dovrebbe essere necessario ricordare tutto quello che è successo da allora. L’assedio e i violenti attacchi sono stati intervallati da momenti in cui “si falciava il prato”, per usare la simpatica espressione con cui Israele definisce gli omicidi indiscriminati nell’ambito di quella che chiama la sua “guerra di difesa”. Una volta che il prato è stato falciato e la popolazione indifesa cerca di ricostruire qualcosa dalle rovine, di solito si arriva a un accordo per il cessate il fuoco. L’ultimo è stato deciso dopo l’attacco israeliano dell’ottobre 2012, chiamato Operazione pilastro di difesa.

Anche se ha continuato il suo assedio, Israele ha ammesso che Hamas ha rispettato quel cessate il fuoco. La situazione è cambiata nell’aprile del 2014, quando Hamas e Al Fatah hanno stretto un patto di unità nazionale che prevedeva la formazione di un governo di tecnocrati non associati a nessuno dei due partiti. Naturalmente Israele si è infuriato, e la sua rabbia è cresciuta quando gli Stati Uniti e il resto dell’occidente hanno approvato il patto, che non solo indebolisce l’affermazione di Israele secondo cui è impossibile trattare con una Palestina divisa, ma anche il suo obiettivo a lungo termine di dividere la Striscia di Gaza dalla Cisgiordania.

Bisognava fare qualcosa, e l’occasione si è presentata il 12 giugno, quando in Cisgiordania sono stati uccisi i tre ragazzi israeliani. Il governo di Benjamin Netanyahu sapeva dall’inizio che erano morti, ma ha finto di ignorarlo fino a quando non sono stati ritrovati i corpi, così da avere l’opportunità di attaccare la Cisgiordania. Il primo ministro Netanyahu ha affermato di sapere con certezza che Hamas era responsabile di quelle morti. Ma anche quella era una bugia.

Uno dei maggiori esperti israeliani di Hamas, Shlomi Eldar, ha dichiarato quasi immediatamente che gli assassini dei ragazzi probabilmente appartenevano a un gruppo dissidente di Hebron che da tempo è una spina nel fianco per Hamas. E ha aggiunto: “Sono sicuro che non sono stati autorizzati dai leader di Hamas, hanno solo pensato che fosse il momento giusto per agire”.

Ma i 18 giorni di offensiva seguiti al rapimento sono riusciti a mettere in crisi il tanto temuto governo di unità e hanno consentito a Israele di intensificare la repressione, sferrando decine di attacchi anche contro Gaza. In quello del 7 luglio sono morti cinque membri di Hamas, che poi ha reagito lanciando razzi (i primi da 19 mesi) e fornendo così il pretesto per lanciare l’Operazione margine di protezione dell’8 luglio.
Alla fine di luglio i morti palestinesi erano già 1.400, quasi tutti civili, tra cui centinaia di donne e bambini, mentre solo tre civili israeliani erano morti. Vaste zone di Gaza sono ridotte in macerie e quattro ospedali sono stati bombardati, il che costituisce un crimine di guerra.

Le autorità israeliane si vantano dell’umanità di quello che definiscono “l’esercito più virtuoso del mondo”, perché prima di bombardare una casa avverte le persone che ci abitano. In realtà si tratta solo di “sadismo ipocritamente travestito da clemenza”, per usare le parole della giornalista israeliana Amira Hass, “un messaggio registrato che chiede a centinaia di migliaia di persone di lasciare le loro abitazioni già prese di mira, per andare in un altro posto altrettanto pericoloso a dieci chilometri di distanza”. Non esiste nessun posto nella prigione di Gaza in cui si può essere al sicuro dal sadismo israeliano, che potrebbe anche superare i terribili crimini dell’Operazione piombo fuso del 2008-2009.

Tanto orrore ha suscitato la solita reazione dal parte del presidente più virtuoso del mondo, Barack Obama, che ha espresso grande simpatia per gli israeliani, ha condannato duramente Hamas e invitato alla moderazione entrambe le parti.

Quando questa ondata di attacchi avrà fine, Israele spera di essere libero di riprendere la sua politica criminale nei territori occupati senza alcuna interferenza e con il sostegno che gli Stati Uniti gli hanno sempre garantito. Gli abitanti della Striscia di Gaza saranno invece liberi di tornare alla normalità della loro prigione, mentre i palestinesi che vivono in Cisgiordania potranno stare tranquillamente a guardare Israele che smantella quel che resta dei loro possedimenti.

Questo è quanto probabilmente succederà se gli Stati Uniti continueranno a fornire il loro appoggio decisivo e praticamente unilaterale a Israele e a respingere una soluzione diplomatica a lungo sostenuta dalla comunità internazionale. Ma se gli Stati Uniti ritirassero quell’appoggio, il futuro sarebbe molto diverso.

In quel caso si potrebbe andare verso quella “soluzione duratura” per la Striscia di Gaza che il segretario di stato John Kerry ha auspicato suscitando reazioni isteriche da parte di Israele, perché quell’espressione poteva essere interpretata come un invito a mettere fine al loro assedio e, orrore degli orrori, addirittura come un invito ad applicare il diritto internazionale nel resto dei territori occupati.

Quarant’anni fa Israele prese la fatale decisione di preferire l’espansione alla sicurezza, respingendo il trattato di pace offerto dall’Egitto in cambio dell’evacuazione dal Sinai, che Israele aveva occupato e dove stava dando il via ai suoi insediamenti. Da allora non ha mai abbandonato questa politica.

Se gli Stati Uniti decidessero di schierarsi con il resto del mondo, le cose cambierebbero molto. Più di una volta Israele ha rinunciato ai suoi piani quando Washington glielo ha chiesto. Questi sono i rapporti di potere tra i due paesi.

Dopo aver adottato politiche che l’hanno trasformato da paese ammirato da tutti a stato temuto e disprezzato, politiche che ancora oggi persegue con cieca determinazione nella sua marcia verso la decadenza morale e forse la distruzione finale, ormai Israele non ha molte alternative.

È possibile che la politica statunitense cambi? Forse. In questi ultimi anni l’opinione pubblica, soprattutto tra i giovani, si è notevolmente spostata e non può essere ignorata del tutto. Già da alcuni anni i cittadini chiedono a Washington di rispettare le sue stesse leggi, che proibiscono di “fornire alcuna assistenza a paesi il cui governo viola costantemente i diritti umani internazionalmente riconosciuti”, e impongono quindi di ridurre gli aiuti militari a Israele.

Israele è di sicuro colpevole di queste costanti violazioni, e lo è da molti anni. Il senatore del Vermont Patrick Leahy, che ha proposto questa legge, ha sollevato l’ipotesi che possa essere applicata a Israele in alcuni casi specifici. Con una campagna educativa ben organizzata si potrebbe lanciare un’iniziativa in questo senso, che già in sé avrebbe un notevole impatto e potrebbe costituire un trampolino di lancio per ulteriori azioni volte a costringere Washington a schierarsi con “la comunità internazionale” e a rispettare le sue leggi.

Non c’è niente di più importante per i palestinesi, vittime di anni di violenza e repressione.

 

Eduardo Galeano: Gaza

Eduardo Galeano (Montevideo, 1940) è un noto giornalista, scrittore e saggista uruguaiano. Il testo proviene da http://popoffquotidiano.it del 26 luglio 2014

 

Per giustificarsi, il terrorismo di Stato produce terroristi: semina odio e raccoglie alibi. Tutto sta ad indicare che questa carneficina a Gaza, che secondo i suoi autori vuole eliminare i terroristi, riuscirà a moltiplicarli.

Dal 1948, i palestinesi vivono condannati ad una umiliazione perpetua. Non possono nemmeno respirare senza permesso. Hanno perso la loro patria, le loro terre, la loro acqua, la loro libertà il loro tutto. Non hanno nemmeno il diritto di eleggere i loro governanti. Quando votano chi non devono votare vengono puniti.

Gaza sta subendo una punizione. Da quando Hamas ha vinto in modo regolare le elezioni del 2006, è diventata una trappola senza uscita. Qualcosa di simile era successo anche nel 1932, quando il Partito Comunista trionfò nelle elezioni de El Salvador.  Zuppi di sangue i salvadoregni dovettero espiare la loro cattiva condotta e da allora hanno dovuto vivere sottomessi alle dittature militari. La democrazia è un lusso che non tutti meritano.

Sono figli dell’impotenza i razzi rudimentali che i militanti di Hamas, assediati a Gaza, lanciano con scarsa precisione sulle terre che un tempo erano dei palestinesi e che l’occupazione israeliana ha usurpato. E la disperazione, al limite della follia suicida, è la madre delle bravate che negano il diritto all’esistenza d’Israele. Urla senza alcuna efficacia. Mentre la efficacissima guerra di sterminio sta negando, da anni, il diritto all’esistenza della Palestina. Ormai rimane poco della Palestina. Giorno dopo giorno, Israele la sta cancellando dalle mappe. I coloni invadono, e dietro di loro i soldati ne modificano i confini. I proiettili consacrano l’espropriazione alla legittima difesa. Non esiste guerra aggressiva che non dichiari di essere una guerra difensiva. Hitler invase la Polonia per evitare che la Polonia invadesse la Germania. Bush ha invaso l’Irak per evitare che l’Irak invadesse il mondo. In ciascuna delle sue guerre difensive, Israele si è mangiato un pezzo della Palestina e i banchetti vanno avanti. Questo divorare è giustificato dai titoli di proprietà che la Bibbia ha ceduto, per i duemila anni di persecuzione che il popolo giudaico ha subito, e per il panico che i palestinesi creano all’assedio.

Israele è il paese che non ha mai rispettato le raccomandazioni, né le risoluzioni delle Nazioni Unite, che non ha mai raccolto le sentenze dei tribunali internazionali, che si prende gioco delle leggi internazionali, è l’unico paese che ha legalizzato la tortura dei prigionieri. Chi gli ha regalato il diritto di negare il diritto? Da dove viene l’impunità con cui Israele sta eseguendo la mattanza a Gaza? Il governo spagnolo non avrebbe potuto bombardare impunemente il Paese Basco per eliminare l’ETA. Il governo britannico non avrebbe potuto distruggere l’Irlanda per liquidare l’IRA. Per caso la tragedia dell’Olocausto implica una polizza di eterna impunità? O questa luce verde proviene dalla potenza capetto che ha in Israele il più incondizionato dei suoi vassalli? L’esercito israeliano, il più moderno e sofisticato al mondo, sa chi ammazza. Non uccide per errore. Uccide per orrore. Le vittime civili si chiamano danni collaterali, secondo il dizionario di altre guerre imperiali. A Gaza, su 10 danni collaterali, 3 sono bambini. E sono migliaia i mutilati, vittime della tecnologia dello sventramento umano che l’industria militare sta provando con successo in questa operazione di pulizia etnica. E come sempre, è sempre la stessa storia: a Gaza, cento a uno. A fronte di cento palestinesi morti, un israeliano. Persone pericolose, avverte l’altro bombardamento, a cura dei grandi media di manipolazione, che ci invitano a credere che una vita israeliana vale cento vite palestinesi. Questi stessi media ci invitano a credere che sono umanitarie le duecento testate atomiche d’Israele e che una potenza nucleare chiamata Iran è stata quella che ha raso al suolo Hiroshima e Nagasaki. La cosiddetta Comunità Internazionale esiste? Oltre ad essere un club di commercianti, banchieri e guerrieri, cos’altro è? Cos’altro è oltre a un nome artistico che gli USA usano per le loro performance teatrali?

Di fronte alla tragedia di Gaza, l’ipocrisia mondiale ancora una volta si fa notare. Come sempre l’indifferenza, i discorsi di circostanza, le vuote dichiarazioni, le declamazioni altisonanti, le posizioni ambigue, rendono tributo alla sacra impunità. Della tragedia di Gaza, i paesi arabi se ne lavano le mani. Come sempre. E come sempre, i paesi europei se le sfregano le mani.

La vecchia Europa, così piena di bellezza e perversità, sparge qualche lacrima mentre segretamente celebra questa tiro maestro.. Perché la caccia agli ebrei è sempre stata un’abitudine europea, ma da più di mezzo secolo, questo debito storico lo si sta facendo pagare ai palestinesi, anch’essi semiti,  che mai sono stati né lo sono, antisemiti. Stanno pagando con il sangue contante e sonante un conto non loro.

Arcivescovo Desmond Tutu:  La mia preghiera al popolo di Israele: liberate voi stessi liberando la Palestina

L’Arcivescovo emerito Desmond Tutu è un arcivescovo anglicano (1931 Klerksdorp), premio Nobel per la pace nel 1984. E’ stato primate della Chiesa anglicana dell’Africa meridionale. Desmond Tutu, in un articolo esclusivo per Haaretz del 14 agosto 2014, chiede un boicottaggio globale contro Israele e invita gli israeliani e i palestinesi a guardare oltre i rispettivi leader per una soluzione duratura della crisi nella Terra Santa.

Le scorse settimane hanno visto iniziative senza precedenti da parte dei membri della società civile in tutto il mondo contro l’ingiusta, sproporzionata e brutale risposta di Israele al lancio di missili dalla Palestina.

Se si mettessero insieme tutte le persone che lo scorso fine settimana si sono riunite per chiedere giustizia in Israele e Palestina – a Città del Capo, a Washington, a New York, a Nuova Delhi, a Londra, a Dublino e a Sidney e in tutte le altre città – si tratterebbe probabilmente della più grande protesta attiva da parte di cittadini a favore di una singola causa che ci sia mai stata nella storia del mondo.

Un quarto di secolo fa, ho partecipato ad alcune manifestazioni molto affollate contro l’Apartheid. Non avrei mai immaginato che avremmo rivisto manifestazioni di queste dimensioni, ma lo scorso sabato l’affluenza a Città del Capo è stata altrettanto se non più grande. I partecipanti sono stati giovani e vecchi, musulmani, cristiani, ebrei, indù, buddisti, agnostici, atei, neri, bianchi, rossi e verdi…quanto ci si poteva aspettare da una nazione vitale, tollerante, multiculturale.

Ho chiesto alla folla di gridare in coro con me:”Siamo contrari all’ingiustizia dell’illegale occupazione della Palestina. Siamo contrari alle uccisioni indiscriminate a Gaza. Siamo contrari alle umiliazioni inflitte ai palestinesi ai checkpoint e ai blocchi stradali. Siamo contrari alla violenza perpetrata da tutte le parti [in conflitto]. Ma non siamo contro gli ebrei.”

All’inizio della settimana, ho chiesto la sospensione di Israele dall’Unione Internazionale degli Architetti, riunita in Sud Africa.

Ho fatto un appello alle sorelle e ai fratelli israeliani presenti alla conferenza perché si dissociassero attivamente personalmente e professionalmente dalla progettazione e costruzione di infrastrutture connesse con la perpetuazione dell’ingiustizia, compreso il Muro di separazione, i posti di controllo e i checkpoint, e le colonie costruite sulla terra palestinese occupata. “Vi scongiuro di portare a casa questo messaggio: Per favore, fermate la violenza e l’odio unendovi al movimento non violento per la giustizia a favore di ogni popolo della regione” ho detto.

Durante le ultime settimane, più di un milione seicento mila persone in tutto il pianeta si sono unite a questo movimento con una campagna di Avaaz che chiede alle imprese che traggono profitto dall’occupazione israeliana e/o coinvolte negli abusi e nella repressione di ritirarsi. La campagna ha in particolare preso di mira i fondi pensione olandesi ABP; la Barklays Bank; il fornitore di sistemi di sicurezza G4S; la compagnia di trasporti Veolia; la ditta di computer Hewlett-Packard; il produttore di bulldozer Caterpillar.

Lo scorso messe, 17 governi dell’UE hanno esortato i propri cittadini a smettere di fare affari con, o a investire nelle, illegali colonie israeliane. Noi abbiamo anche di recente assistito al ritiro di decine di milioni di euro del fondo pensione olandese PGGM dalle banche israeliane; il disinvestimento dalla G4S della fondazione Bill e Melinda Gates; e la chiesa presbiteriana USA ha disinvestito circa 21 milioni di dollari da HP, Motorola e Caterpillar. E’ un movimento che sta crescendo. La violenza crea violenza e odio, che generano solo più violenza e più odio. Noi sudafricani ne sappiamo qualcosa. Capiamo la sofferenza di essere i reietti del mondo; quando sembra che nessuno capisca o non voglia neppure ascoltare il tuo punto di vista. E’ da lì che veniamo.Noi sappiamo anche i vantaggi che può comportare il dialogo tra i nostri leader; quando organizzazioni catalogate come “terroristiche” sono state legalizzate e i loro dirigenti, compreso Nelson Mandela, sono stati liberati dalle prigioni, dall’essere messi al bando e dall’esilio. Sappiamo che quando i nostri dirigenti hanno iniziato a parlarsi, le ragioni della violenza che aveva distrutto la nostra società si sono dissipate e sono scomparse. Gli atti di terrorismo perpetrati dopo che i colloqui erano iniziati – come attacchi contro una chiesa e un pub- sono stati condannati praticamente da tutti, e il partito considerato responsabile è stato punito dalle urne. L’eccitazione che ha seguito il fatto di aver votato per la prima volta insieme non era prerogativa solo dei neri sudafricani. Il vero trionfo della nostra pacifica riconciliazione è stato che tutti sono stati coinvolti. E più tardi, quando abbiamo presentato una costituzione così tollerante, solidale e inclusiva che avrebbe fatto inorgoglire Dio, tutti ci siamo sentiti liberi. Naturalmente, è stato di aiuto il fatto di avere un nucleo di dirigenti straordinari. Ma in ultima istanza quello che ha obbligato questi dirigenti a sedersi insieme a un tavolo di negoziati è stato l’insieme di efficaci mezzi nonviolenti che sono stati messi in atto per isolare il Sud Africa economicamente, a livello accademico, culturale e psicologico.

A un certo punto – il punto di svolta – l’allora governo si rese conto che il costo del tentativo di conservare il sistema di Apartheid superava i vantaggi.

Il crollo del commercio con il Sud Africa da parte delle compagnie multinazionali con un minimo di coscienza negli anni ’80 è stato sostanzialmente una delle leve fondamentali che ha messo in ginocchio, senza spargimento di sangue, lo Stato dell’Apartheid. Queste grandi imprese hanno capito che, partecipando all’economia sudafricana, stavano anche aiutando a mantenere in vita uno status quo ingiusto.

Quelli che continuano a fare affari con Israele, che contribuiscono alla sensazione di “normalità” nella società israeliana, stanno facendo un pessimo servizio ai popoli di Israele e della Palestina. Stanno contribuendo alla perpetuazione di una situazione profondamente ingiusta. Quelli che contribuiscono al temporaneo isolamento di Israele stanno dicendo che israeliani e palestinesi hanno ugualmente diritto alla dignità e alla pace. Ultimamente, durante lo scorso mese i fatti a Gaza stanno dimostrando chi crede nel valore degli esseri umani.Sta diventando sempre più chiaro che i politici e i diplomatici stanno fallendo nell’immaginare risposte, e che la responsabilità di trovare un accordo per una soluzione accettabile della crisi in Terra Santa spetta alla società civile e ai popoli di Israele e Palestina.

Oltre alla recente devastazione di Gaza, ovunque gli esseri umani onesti, compresi molti israeliani, sono profondamente turbati dalle quotidiane violazioni della dignità umana e della libertà di movimento a cui sono sottoposti i palestinesi ai checkpoint e ai blocchi stradali. E le politiche di Israele di occupazione illegale e di costruzione di colonie delle zone di accesso vietato sui territori occupati aggrava le difficoltà di raggiungere in futuro un accordo che sia accettabile per tutti. Lo Stato di Israele si comporta come se non ci fosse futuro. Il suo popolo non vivrà la vita pacifica e sicura che desidera, e a cui ha diritto, finché i suoi dirigenti perpetuano le condizioni che alimentano il conflitto.

Ho condannato coloro che in Palestina sono responsabili del lancio di missili e di razzi contro Israele. Stanno alimentando la fiamma dell’odio. Sono contrario a qualunque manifestazione di violenza. Ma dobbiamo essere molto chiari [sul fatto che] il popolo della Palestina ha tutto il diritto di lottare per la propria dignità e libertà. E’ una lotta che ha avuto il sostegno di molte persone in tutto il mondo. Nessun problema creato dall’uomo è irrisolvibile quando gli esseri umani si impegnano a collaborare con il serio proposito di superarlo. Nessuna pace è impossibile quando la gente è decisa a raggiungerla.

La pace richiede che i popoli di Israele e Palestina riconoscano l’essere umano che c’è in loro e e nell’altro; che comprendano la loro interdipendenza. Missili, bombe e brutali invettive non sono parte della soluzione. Non c’è una soluzione militare. E’ più probabile che la soluzione arrivi dall’insieme di iniziative nonviolente che abbiamo messo in atto in Sud Africa negli anni ’80 per convincere il governo della necessità di cambiare la sua politica. La ragione per cui questi mezzi – boicottaggio, sanzioni e disinvestimento – ultimamente hanno dimostrato di essere efficaci è stato che hanno avuto una massa critica che li appoggiava, sia dentro che fuori dal paese, il tipo di appoggio che abbiamo testimoniato ovunque nel mondo nelle scorse settimane nei confronti della Palestina.

La mia preghiera al popolo di Israele è che riesca a vedere oltre la contingenza, a vedere oltre l’odio dovuto al fatto di sentirsi continuamente sotto assedio, di vedere un mondo in cui Israele e Palestina possano coesistere, un mondo in cui regnino dignità e rispetto reciproci.Ci vuole un cambiamento di mentalità. Un cambiamento di mentalità che riconosca che cercare di perpetuare l’attuale status quo significa condannare le future generazioni alla violenza e all’insicurezza. Un cambiamento di mentalità che smetta di vedere le critiche legittime alle politiche dello Stato come un attacco contro gli ebrei. Un cambiamento di mentalità che inizia in patria e che si rifletta nelle comunità e nazioni e regioni, sparse dalla diaspora per il mondo che noi tutti condividiamo. L’unico mondo che condividiamo.

Le persone unite nel perseguimento di una giusta causa sono inarrestabili. Dio non interferisce nelle vicende della gente, sperando che noi stessi cresciamo e impariamo attraverso la soluzione delle nostre difficoltà e controversie. Ma Dio non dorme. Le scritture ebraiche ci dicono che Dio sta dalla parte del debole, del diseredato, della vedova, dell’orfano, dello straniero che libera gli schiavi durante l’esodo verso la Terra Promessa. E’ stato il profeta Amos ad aver detto che dovremmo lasciare scorrere la rettitudine come un fiume.

Alla fine la bontà prevale. La ricerca della libertà per il popolo della Palestina dalle umiliazioni e persecuzioni da parte delle politiche di Israele è una causa giusta. E’ una causa che il popolo di Israele dovrebbe appoggiare. E’ noto che Nelson Mandela ha detto che i sudafricani non si sarebbero mai sentiti liberi finché i palestinesi non fossero stati liberi. Avrebbe dovuto aggiungere che la liberazione della Palestina avrebbe liberato anche Israele.

 

 

Amira Hass:  Se la sicurezza degli ebrei in Medio Oriente stesse davvero a cuore a paesi europei come Germania e Austria, non dovrebbero continuare a finanziare l’occupazione israeliana.

Amira Hass  è Scrittrice e giornalista israeliana, (Gerusalemme 1956) conosciuta per i suoi articoli sul quotidiano israeliano Ha’aretz. Il testo proviene da Ha’aretz dell’11 agosto 2014

 

Con il suo prolungato silenzio, la Germania ufficiale sta collaborando con Israele nel suo percorso di distruzione e morte promosso contro il popolo palestinese a Gaza. La Germania non è sola, anche il silenzio dell’Austria è assordante. In realtà, perché mettere in evidenza proprio questi due paesi? Il secondo o terzo giorno di guerra, la cancelliera Merkel non è stata l’unica ad aver dichiarato di sostenere Israele. Tutta l’Unione Europea ha appoggiato il diritto di Israele a “difendersi”. Sì, Francia e Gran Bretagna hanno fatto qualche contorsione l’ultima settimana, lanciando qualche flebile protesta. Ma la prima dichiarazione dell’UE, emessa il 22 luglio, risuona ancora. In essa si accusava la parte sottoposta a un prolungato assedio da parte di Israele di aver determinato l’escalation. Ed è la parte che, nonostante tutte le dichiarazioni europee a proposito del suo diritto all’autodeterminazione e a uno Stato indipendente nella Cisgiordania e a Gaza, dopo 47 anni è ancora sottoposta all’occupazione israeliana.

Gli Stati membri dell’UE, e, ovviamente, gli Stati Uniti, hanno dato via libera ad Israele per uccidere, distruggere e polverizzare. Hanno dato tutta la colpa al popolo che stava lanciando i razzi, i palestinesi. I razzi stanno rompendo “l’ordine” e la “tranquillità”, minacciando la sicurezza di Israele, che è così debole e vulnerabile, sempre attaccato senza nessuna ragione di sorta.

Fondamentalmente, gli Stati Uniti e l’Europa stanno appoggiando lo status quo, in base al quale la Striscia di Gaza è separata dalla Cisgiordania. L’assedio di Israele contro Gaza e l’oppressione della popolazione palestinese in Cisgiordania sono la tranquillità, l’ordine e la sicurezza di Israele. Chiunque osi violarli deve essere punito. Nelle loro appassionate dichiarazioni a proposito del diritto di Israele a difendersi, i funzionari dell’UE dimenticano di menzionare il diritto dei palestinesi alla sicurezza o alla protezione dall’esercito israeliano.

L’Europa e gli Stati Uniti non hanno dato ad Israele il permesso di fare un’escalation – di distruggere, uccidere ed infliggere sofferenze ad un livello senza precedenti – quando sono scoppiate le attuali ostilità. Glielo hanno dato già nel 2006, quando hanno promosso il boicottaggio del governo di Hamas, eletto con elezioni democratiche. Anche allora hanno scelto di punire collettivamente l’intera popolazione palestinese occupata ignorando la principale ragione per la quale questa organizzazione aveva ottenuto la maggioranza [dei voti]: il regime addomesticato che l’Europa aveva promosso – l’Autorità Nazionale Palestinese. Questo regime continua ad essere segnato da due mali: la corruzione e il fallimento delle sue tattiche diplomatiche per ottenere l’indipendenza.

Il comportamento dell’ANP ha portato ad una situazione in cui i negoziati, la volontà di raggiungere un accordo di pace con Israele e persino l’opposizione alla lotta armata per ragioni morali e pratiche è diventato sinonimo di arricchimento per un piccolo gruppo, insieme alla sua cinica indifferenza per i diritti e le condizioni della maggioranza della popolazione.

Né pace né ordine

Si può capire che gli esperti di sicurezza israeliani fraintendano ripetutamente sia le correnti alla luce del sole che quelle sotterranee che attraversano la società palestinese, le quali continuano a rompere la “tranquillità”. I cervelli di questi esperti non sono stati programmati per capire che la tranquillità e l’ordine che dovrebbero garantire non sono né l’una né l’altro.

Due settimane fa Jacob Perry, il beniamino del pubblico e figura chiave del documentario ” The Gatekeepers”[I guardiani di Israele. Jacob Perry è uno di capi dello Shin Bet intervistati nel documentario. N.d.T], ha detto di sperare che il sistema di sicurezza sarebbe stato in grado di contenere l’ultima ondata di proteste in Cisgiordania. “Quelle manifestazioni sono negative per loro e per noi” ha detto l’ex capo del servizio di sicurezza dello Shin Bet nel suo tipico modo paternalistico. Infatti l’esercito, che non è stato ad aspettare il suo parere, ha continuato ad uccidere manifestanti che non minacciavano la vita dei soldati. Lo fanno ogni settimana e ne feriscono a dozzine (altri due sono stati uccisi questo fine settimana). Persino dopo 47 anni, gli ufficiali della sicurezza non hanno ancora capito che l’oppressione non porta alla sottomissione. Al massimo ritarda semplicemente uno scontro ancora più sanguinoso – come succede adesso a Gaza.

Ma cosa dire di esperti europei, operatori umanitari, diplomatici e consiglieri civili e militari, e delle lezioni accumulate durante i molti anni di colonialismo? Ci si sarebbe potuto aspettare che tutta questa gente ed avvenimenti avrebbero messo in guardia l’Europa dal fare nel 2006 un errore talmente madornale, da cui sono sorte tutte le escalation intrise del sangue palestinese.

Il boicottaggio di Hamas, che in effetti è stato un boicottaggio politico del popolo palestinese nei Territori occupati, ha incoraggiato Fatah e il presidente dell’ANP Mahmoud Abbas a ribaltare il risultato elettorale con metodi antidemocratici. Il boicottaggio e il disprezzo occidentale nei confronti del risultato delle elezioni ha semplicemente spinto Hamas su un cammino estremista e disperato, facendolo diventare per la pubblica opinione [palestinese] un martire e un’alternativa rispettabile. In effetti, non si è trattato di un “errore”, quanto piuttosto di una decisione cosciente. I paesi europei e gli Stati Uniti sono desiderosi di investire miliardi di dollari nei territori palestinesi per la ricostruzione delle macerie create utilizzando armi americane, e probabilmente europee. Quei dollari riparano i disastri umanitari causati dall’occupazione israeliana. L’Europa e gli Stati Uniti vogliono finanziare tende, cibo e acqua per addomesticare una dirigenza resa dipendente da queste donazioni. Questi leader quindi promettono di non disturbare la tranquillità e l’ordine. Non sono la giustizia ed i diritti dei palestinesi che l’Occidente ha a cuore, ma il mantenimento della “stabilità”.

Germania ed Austria sono particolarmente degne di nota. A loro si deve l’impressione che l’Unione Europea appoggi così tanto Israele a causa del senso di colpa per la morte degli ebrei europei sotto l’occupazione tedesca, e per via dell’impegno morale nei confronti della diretta conseguenza di quel capitolo di storia: lo Stato di Israele.

Facendosi scudo dell’Olocausto, non c’è bisogno di discutere degli interessi dell’Occidente, sia americani che europei. Questi [interessi] comprendono il controllo sistematico, attraverso agenti di fiducia, delle risorse di petrolio e gas, la protezione dei mercati e la salvaguardia della sicurezza di Israele come potenza occidentale, percepito come un’entità stabile che può contenere e controbilanciare i cambiamenti nella regione.

Se la sicurezza degli ebrei in Medio Oriente importasse veramente alle nazioni europee, soprattutto a Germania ed Austria, non continuerebbero a finanziare l’occupazione israeliana. Non concederebbero ad Israele il permesso permanente di uccidere e distruggere.

Nurit Peled: Israele è la continuazione del colonialismo europeo

Nurit Peled-Elhanan docente, attivista, insegna all’università di Gerusalemme, ha scritto diversi libri tra cui un analisi dei libri di testo israeliani usati nelle scuole dove rivela il razzismo e la denigrazione “dell’arabo”. E’ stata tra le fondatrici del Parent’s Circle associazione di parenti palestinesi e israeliani che hanno avuto vittime. Sua figlia di 13 anni è stata uccisa in un attentato kamikaze compiuto a Gerusalemme. Nurit  ha accusato il governo israeliano della sua morte. Recentemente ha contribuito alla creazione del Tribunale Russell per la Palestina. Nurit Peled è stata intervistata il 9 agosto 2014 da Anna Ferdinandsson. Questo suo intervento è stato pubblicato da Publico.es l’11 agosto 2014

D. Lei ha perduto la figlia di 14 anni in un attentato suicida rivendicato da Hamas. Ma lei ne incolpò il Governo israeliano, a causa dell’imposizione della politica di occupazione. Alcune organizzazioni palestinesi definiscono la situazione attuale come un “Nakba in corso”, opponendola alla Nakba (catastrofe) del 1948, che in realtà non è mai finita. Come giustificano gli israeliani il proprio comportamento, a 66 anni dalla nascita del proprio Stato?

R. La giustificano senza sosta, dicendo che stanno impedendo un male maggiore. Secondo loro è meglio far questo che soffrire dopo. Non è qualcosa tipico solo di Israele, ma avviene in tutti i paesi. Opprimere l’altro è sempre un male minore. Il loro pensiero si può riassumere così: E’ deplorevole che siano morte persone, ma non avevamo scelta”.

 

D. Si tratta di qualche tipo di visione teologica?

R. No, per niente. E’ completamente politica. La sentiamo in continuazione. Qui in Israele e dappertutto: in Occidente, negli Stati Uniti….E’ triste, ma è così. “Dobbiamo farlo per proteggerci” questo è il motivo che abitualmente suonano…

 

D. Nell’ area di Betlemme, si parla della aggressività dei coloni verso i palestinesi…

R. E’ una disumanizzazione completa. Gli israeliani, e specialmente i coloni, tratterebbero nello stesso modo chiunque non fosse ebreo come loro.

 

D. D’altra parte uscendo da Gerusalemme, a vedere queste belle colline, non si può evitare di constatare che c’è molta terra disponibile in Israele. E allora perché andare a vivere in queste colonie?

R. Perché l’acqua, le grandi riserve per tutta la regione, si trovano lì. E vogliono più terra perché vogliono più potere, vogliono ottenere il controllo. Però non è solo una questione di terra perché ce l’hanno, però non sono interessati a sviluppare niente qui. La povertà all’interno di Israele è terribile, e nessuno se ne occupa. E di fatto rappresenta un incentivo perché la gente vada nelle colonie. Perché lì non pagano niente, hanno tutto gratis: trasporti, educazione, affari, e tutto senza tasse. E’ un paradiso per loro, un vero stato del benessere. Ottengono tutto, e con la miglior qualità, nonostante non producano niente.

 

D. Quale è la situazione della sinistra in Israele?

R. Non resta granché di questa sinistra…ma le persone si danno da fare, ci sono molte organizzazioni private che lavorano a fondo, come Bet’selem, Breaking the Silence, Machsom Wwatch, Women’s Coalition, Yesh Din, Rabinos por los Derechos Humanos… pero sono tutte private, cioè non sono patrocinate dallo Stato, in sostanza sono le stesse persone. Non ci sono forze politiche ad eccezione di un partito. Non è qualcosa che serve per avere voti. La situazione in Israele non è molto buona, l’economia è un disastro. La povertà è terribile e c’è molta disoccupazione, ma le persone non stabiliscono una connessione. Nessuno lo mette in relazione con la occupazione e le colonie.

 

D. Crede che non ci siano molti israeliani coscienti della situazione?

R. La maggioranza non sono affatto coscienti. La maggioranza della gente del pianeta non vuol sapere niente che si tratti di Israele o di Svezia. I libri di testo in Svezia, per esempio, riproducono la narrativa sionista, e lo stesso avviene nel resto del mondo.

 

D. Commenti, per favore, questa frase di Hanan Asharawi, membro del consiglio legislativo palestinese: “Siamo l’unico popolo sul pianeta a cui si chiede di garantire la sicurezza del suo occupante, mentre Israele è l’unico paese che chiama a difendersi dalle sue vittime”

R. E’ la tipica inversione di ruoli, sempre è così: in Corea, in Turchia, sempre si segue lo stesso padrone. Gli americani vogliono salvare se stessi, ma da chi? Dall’Afganistan all’Iraq è la stessa storia. Devono presentare le cose così, con lo scopo di ottenere più soldi, munizioni, che la gente si unisca all’Esercito, che siano motivati. Non credo che sia qualcosa di tipico di Israele. Ricordiamoci che i tedeschi avevano paura degli ebrei. Questa propaganda non ha niente di originale.

 

D. Sono anni che circolano informazioni sui libri di testo scolastici palestinesi nei quali sembra che vengano demonizzati gli ebrei. Ma se li si guarda da vicino ci si rende conto da dove provengono, da un centro, con sede in una colonia, Efrat, che si chiama il “Centro di vigilanza sull’impatto della Pace”….

R. E’ orribile, orribile. Questi studi sono stati presentati al Congresso degli Stati Uniti. Ottennero mezzo milione di dollari ciascuno e Hillary Clinton assunse il direttore di questa organizzazione come consigliere personale. Sono fascisti e inoltre non hanno niente di accademico, non si dedicano per niente alla ricerca. In Francia questa persona il profesor Yohanan Manor, viene ricevuto dappertutto. Raccontano stupidaggini. In realtà i palestinesi, anche se lo volessero, non potrebbero affermare quelle cose. Sono controllati e vigilati, censurati dal Parlamento Europeo, dal Ministero dell’educazione israeliano, dall’esercito israeliano, dalla Danimarca, dalla Banca Mondiale che da i soldi, dal Giappone…, i palestinesi non potrebbero farlo, anche se volessero essere offensivi o razzisti. E’ una bugia, perché né si permette loro di scrivere sulla propria nazione, la propria nakba, la propria cultura, e neanche si permette loro di scrivere su di sé in questi libri.

 

D. Però la maggior parte delle persone sono vulnerabili rispetto a quel tipo di discorso e in particolare nei paesi occidentali. Proprio per questa inversione di ruoli non sanno quale è la verità sulla Palestina. E questi “studi” fatti nelle colonie in sostanza dicono che i palestinesi insegnano ai propri figli ad odiare gli ebrei…

R. Quando uno vive nel campo profughi di Aida, non ha bisogno di insegnare niente. In tutti i modi non è certo perché è impossibile. I palestinesi non possono, mentre i libri di testo israeliani si che lo fanno. I libri di testo palestinesi sono limitati, censurati…E’ interessante quello di cui vi si parla, perché gli israeliani non sono neanche visti come nemici. I nemici sono i britannici, l’Europa, perché cominciarono il colonialismo e Israele per loro è molto marginale, non è più che la continuazione del colonialismo europeo. Non presentano Israele come la “grande forza” in assoluto. E’ l’Europa. Questo insegnano: “Offrirono una terra che non gli apparteneva a gente a cui non spettava, e la presero alla Palestina”

 

D.Come è stato accolto il suo libro, sui libri di testo israeliani all’interno della società israeliana?

R. Gli israeliani non lo hanno letto. Fuori ha avuto critiche eccellenti, qui forse una, ma non c’è il minimo impatto, non ci sono accademici che lo prendano in considerazione, al contrario. I miei colleghi non sono interessati in assoluto. Di fatto fanno il possibile per proibire il libro e me stessa.

 

D. Che pensa della onnipresenza del discorso religioso in Israele?

R. E’ una manipolazione. E’ sempre stato così. I tedeschi anche lo hanno fatto. E in particolare gli spagnoli. L’uso della religione si spiega per la sua enorme forza di persuasione, dato che si può usare la religione per qualsiasi cosa, per giustificare il meglio e il peggio. Non è niente di originale, però il sionismo lo ha appreso molto bene dai suoi predecessori.

 

D. Sembra che i politici e i grandi mezzi di informazione tendano a presentare ogni conflitto in medio oriente da un punto di vista religioso, e che questo serve per consolidare le loro agende e la idea dello “scontro di civiltà”….

R. Sí, perché esso serve per reclutare il popolo ebreo di tutto il mondo dicendo che l’insieme delle nazioni arabe gli sta contro. E non è vero, perché nel mondo arabo gli ebrei vivevano molto bene insieme ai musulmani. Ma tutto questo è politico, è tutto una manipolazione. Succede in Iran, in Arabia Saudita, in India, in Pakistan, in Malesia, o in qualsiasi posto tu vada. Che si tratti dell’islam, del cristianesimo, del giudaismo, si ripete la stessa storia. E’ un’arma eccellente, molto efficace.

 

D. E’ sempre stato così in Israele, o prima era una società più laica?

R. Era più laica. La vita è dura, e la gente si rivolge alla religione, in tutto il mondo. Quando la vita è dura, che possono fare? La religione è un rifugio ottimo di fronte ai problemi. .

 

D. D’altra parte, storicamente, c’è anche stato un uso diverso della religione. Specialmente con la teologia della liberazione in America Latina, dove i preti non si sono conformati agli aspetti rituali della Chiesa, come la messa, ma volevano recuperare il messaggio originale di difesa dei poveri, anche con la lotta armata.

R. Qui abbiamo una organizzazione, Rabbini per i diritti umani, che sono i migliori. Nella religione si può trovare tutto, è uno strumento, qualcosa che può pulire qualsiasi altra cosa. La laicità di per sé non ha dimostrato granché, non si è mai affermata davvero. Neanche in Russia: tutti sono andati in Chiesa il giorno dopo la caduta della Unione Sovietica. La religione è la forza e i politici la usano, naturalmente. Usano tutto quel che vogliono. Però quello che abbiamo non è un conflitto religioso, e neanche un conflitto, non ci sono due parti uguali. E’ una occupazione che continua in eterno. Non c’è un vero conflitto qui. C’è la Nakba, un sociocidio, un etnocidio, si può chiamare come si vuole, però non è un conflitto.

 

D. Lo stato di Israele ha discusso di fare una legge per reclutare le persone religiose ultraortodossi, nell’esercito, e ha fatto anche qualcosa di analogo per reclutare palestinesi cristiani di Israele. Ci sono queste due iniziative contemporanee che sembrano una reazione al gesto della Autorità palestinese di eliminare il riferimento alla religione dai documenti di identità.

R. Non lo otterranno, con gli ultraortodossi non si può mai vincere. E’ ancora una volta una manipolazione politica, dovuta al fatto che alcuni si scandalizzano perché non fanno il servizio militare. E allora? Neanche lavorano né pagano tasse…

 

D. Ci sono molti ultra ortodossi?

R. No. Tutte insieme le persone religiose saranno un 30%, di cui forse gli ultraortodossi il 5%. Non è un gran problema, ma vogliono usare questo tema per segnare un punto: “tutti sono uguali in diritti e doveri”. Bene, però le persone religiose non si lasciano ingannare. Per loro lo Stato di Israele è tanto male quanto qualsiasi altro regime, o addirittura peggiore, dato che è ebraico. Per loro qualsiasi tipo di Stato è un crimine; qui bisogna aspettare il messia, non si può avere uno stato laico. In tutti i modi, che si tratti di uno dominato da romani, greci, britannici o sionisti, per loro fa lo stesso, si oppongono al regime in tutti i casi.

D.E quindi in realtà sono abbastanza antisistema…..

R. Sí, naturalmente, sono completamente antisionisti. Hanno certi motti: “essere sionista non è uguale a essere ebreo”; “un ebreo non è sionista”…ecc.; non sentono nessun legame con la gente di qui, solo prendono quello che possono, si dedicano a sfruttare questo regime. Per quanto li riguarda, possiamo tutti andare all’inferno domani stesso. E’ per questo che nessuno li può vincere. Non andranno nell’esercito. Non vi preoccupate. Alcuni sono andati e tornati molto crudeli. Per questo li prendono, perché sono terribilmente crudeli, perché per loro un arabo è un animale, un sacrilegio, dovrebbe essere morto. E’ molto facile utilizzarli per qualsiasi cosa, come i coloni.

 

D. Può spiegarci qual’è l’approccio prevalente degli israeliani all’antisemitismo? Come trattano questo tema? E’ una sensazione strana, ma sembra come se l’aumento in Europa dell’antisemitismo in un futuro vicino, fosse finalmente qualcosa di buono per Israele.

R. Certo. Per loro è qualcosa di molto buono. E lo propagano, lo amplificano enormemente, fino all’estremo. In sostanza “Tutto quello che non è ebreo è antisemita. Per questo non applichiamo le decisioni internazionali e il diritto internazionale, perché sono state create da non ebrei che erano antisemiti”. Non gli importa niente del diritto internazionale.

 

D. E’ un poco strano vedere Bernard Henry-Lévy che appoggia i manifestanti di estrema destra in Ucraina presentandoli come lottatori per la libertà, come in Libia….

R. Sono molto razzisti, molto antisemiti, anche Israele coopera con ogni tipo di organizzazione fascista…

 

D. E’ anche interessante considerare quali sono state le relazioni tra Israele e Sudafrica

R. Sí, chiaro. Israele dette l’appoggio all’ apartheid, completamente. Ha dato il suo appoggio a tutti i regimi tirannici in Sudáfrica, Sudamérica, Asia, África… [Il dittatore ugandese] Idi Amin è stato qui per imparare metodi di tortura e gli è stato dato tutto quello che voleva. Anche lo Scià dell’Iran ha fatto per Israele tutto quello che poteva…. Non hanno mai difeso i diritti umani, anche in Sud America hanno appoggiato i tiranni.

 

D. Purtroppo ci sono molti Stati così, non solo Israele. Fondamentalmente sono interessati a vendere armi….

R. Sí, certo. Inghilterra e Stati Uniti sempre assassinano i buoni. Anche in Iraq.

 

D. Alcuni dirigenti locali della strategia della resistenza non violenta, affermano che attraverso la non violenza l’esercito israeliano, con tutto il suo macchinario armato, è incapace di vincerli.

R. I palestinesi sono molto speranzosi, sono ottimisti, sono positivi, resistono nonostante tutto. Però l’Esercito continua ad opprimerli: arrestano i bambini perché tirano pietre

 

D. E che può fare la comunità internazionale?

R. Prima di tutto, il BDS (boicottaggio, disinvestimento, sanzioni). Non permettete che i politici o militari israeliani vengano nei vostri paesi. Non fate suonare gli artisti né giocare al calcio i calciatori. Non comprate prodotti israeliani. Tutte queste cose fanno molta paura ad Israele.

 

 

Robert Fisk:  Mascherate come volete la situazione di Gaza, ma la verità fa male. Il mondo comincia a rivoltarsi contro Israele

Robert Fisk è uno scrittore e giornalista del quotidiano inglese The Independent. Da 25 anni risiede a Beirut nel Libano. Tra i suoi libri pubblicati in Italia da Il Saggiatore, Cronache mediorientali (2009), Il martirio di una nazione. Il Libano in guerra (2010), Questo suo intervento è stato pubblicato da The Indipendent il 31 luglio 2014 (www.indipendentt.co.uk)

C’era un tempo in cui i nostri politici e strumenti di informazione, trattando le guerre in Medio oriente, avevano soprattutto una paura: quella che nessuno avrebbe mai dovuti chiamarli antisemiti.

Questa accusa contro qualsiasi critica onesta nei confronti di Israele era talmente corrosiva e pesante, che semplicemente sussurrare la parola “sproporzionato” – come in qualsiasi normale tempo di guerra riguardo al rapporto tra morti arabi e israeliani – provocava accuse di nazismo da parte dei sedicenti sostenitori di Israele. La simpatia per i palestinesi si guadagnava l’epiteto di “pro-palestinesi”, che, naturalmente, significa “pro-terroristi”.

Ora, così è stato fino all’ultimo bagno di sangue a Gaza, che è trattato in modo tale dai giornalisti che i nostri capi e i nostri media stanno soffrendo una nuova esperienza: non la paura di essere chiamati antisemiti, ma la paura che il loro stesso pubblico di spettatori e lettori – persone comuni, talmente indignate dai crimini di guerra commessi contro donne e bambini a Gaza che chiedono di sapere perché, anche adesso, i magnati della televisione e i politici rifiutano di trattare la loro popolazione come esseri umani morali, dignitosi, intelligenti.

Ancora adesso – ogni volta che appare sullo schermo un bambino bagnato di sangue – i presentatori delle notizie parlano di “un gioco di accuse”. GIOCO DI ACCUSE? Pensano che questo sia una dannata partita di calcio? O una tragedia sanguinosa? Le cose vanno così. I civili vengono ammazzati. I reporters parlano di “fuoco di carri armati” (Hamas non ha carri armati). Israele dice che è un missile di Hamas che ha fatto cilecca. Hamas dice che è opera di Israele. E così diventa un “gioco di accuse”. Nessuno può effettivamente essere accusato – e così possiamo alzare le spalle e scuotere la testa su tutto.

E sembra che ci dimentichiamo che abbiamo fatto lo stesso quando gli Stati uniti hanno bombardato civili a Tripoli nel 1986 (“un missile antiaereo libico, mal tirato, ricordo, era da accusare) o quando l’attacco della Nato sul distretto di Bagdad, Shuala, uccise civili nel 2003 (e naturalmente era da accusare un missile antiaereo iracheno mal indirizzato). Alcuni americani mi hanno chiamato per rilevare questo, aggiungendo che il voto del Senato degli Stati Uniti 100 a 0 in favore di Israele suona un po’ come il 98% che i dittatori arabi vantano per la loro presidenza – tranne che il voto degli Stati Uniti, che non li rappresenta, in realtà era il dato vero!

E veniamo alla questione nodale per tutti noi. Sì, Hamas è corrotto, cinico, spietato. La maggior parte dei suoi portavoce sono così stupidi, così incoerenti, così inclini a sbraitare ad alta voce sugli abusi, che riescono a superare di molto il sempre gentile Mark Regev (portavoce del primo ministro israeliano, n.d.r) nel far rivoltare il mondo contro Hamas. Ma il mondo si sta rivoltando contro Israele, come ripetutamente ministri della Unione Europea (pur se sempre così gentili), vanno dicendo agli israeliani. E si sta rivoltando contro i nostri politici e i padroni dei media.

Quante volte il New York Times si aspetta che i suoi lettori tollereranno editoriali come lo sforzo pusillanime della scorsa settimana? Ci sono stati “attacchi mortali” a Gaza, è stato detto ai lettori. Il totale delle vittime è stato 750 “la maggior parte dei quali era palestinese”. E poi la questione di fondo: c’erano “accuse scambievoli” – Israele o Hamas o un alleato di Hamas – circa l’attacco e così “quello che adesso davvero importa è che bisogna trovare una strada per mettere fine a questo massacro”. Allora tutto OK. “gioco delle accuse” uguale a “nessuna accusa”.

In Francia il modo in cui il Governo ha reagito al calvario di Gaza, è stato deriso. François Hollande voleva che Israele “correggesse” “un poco” (un peu!) il suo obiettivo! Ha criticato l’aggressione di Hamas e le rappresaglie di Israele. Un Benjamin Netanyahu arrabbiato ha soffiato sul fuoco all’Eliseo. Cambia la musica. Hollande pronunciava il solito mantra. “Israele ha il diritto di prendere tutte le misure per proteggere il suo popolo”. Ma poi i deputati dell’Assemblea Francese si sono così nauseati per la “punizione collettiva” dei palestinesi che Hollande ha sollecitato la fine della “escalation” della violanza. Pfui.

In Irlanda, tradizionalmente vicina alla Palestina, l’Irish Times, purtroppo ha suonato la stessa musica del New York Times. Il giorno dopo che Israele ha bombardato una scuola delle NU, uccidendo 19 civili, ha pubblicato un articolo in prima pagina che cominciava con la dichiarazione per un cessate il fuoco di Israele, continuava con un paragrafo con i dettagli della tregua, poi c’era un paragrafo sulla non reazione di Hamas – e poi informava i lettori dei 19 morti. Un lettore ha accusato il giornale di “bilanciare” la sua pagina delle lettere con corrispondenza mirata a far apparire i palestinesi colpevoli come gli israeliani. “Questo disinteresse è davvero una sorta di apatia morale – ha detto – e l’ha detto piuttosto bene. Il mondo può almeno ringraziare i giornalisti a Gaza – anche se i loro capi sono ancora in fuga.

 

Gideon Levy:  Senza odio, è possibile capire i palestinesi, e persino alcune richieste di Hamas possono sembrare ragionevoli e giustificate.

Gideon Levy è un giornalista israeliano che scrive per il quotidiano Ha’aretz La traduzione è di Amedeo Rossi da Ha’aretz del 10 agosto 2014

 

Potremmo forse fare una discussione, per quanto breve, che non sia piena di odio velenoso? Possiamo lasciar perdere per un momento la disumanizzazione e demonizzazione dei palestinesi e parlare spassionatamente di giustizia, lasciando da parte il razzismo? E’ fondamentale almeno provarci.

Senza odio, è possibile capire i palestinesi, e persino alcune delle richieste di Hamas possono risultare ragionevoli e giustificate. Un simile discorso razionale dovrebbe portare qualunque persona onesta a delle conclusioni molto nette. Un’impostazione così radicale potrebbe persino portare avanti la causa della pace, se si potesse ancora azzardare a parlare di qualcosa di simile. Che cosa ci troviamo davanti? Un popolo senza diritti che nel 1948 è stato privato della propria terra e del proprio territorio, in parte per i suoi stessi errori. Nel 1967 è stato di nuovo spogliato dei suoi diritti e delle sue terre. Da allora ha vissuto in condizioni che ben poche nazioni hanno conosciuto. La Cisgiordania è occupata e la Striscia di Gaza è assediata. Questa nazione tenta di resistere, con il suo scarso potere e con metodi che a volte sono omicidi, come ha fatto ogni altra nazione conquistata nella storia, compreso Israele. Bisognerebbe riconoscere che ha il diritto di resistere.

Parliamo di Gaza. La Striscia di Gaza non è un nido di assassini; non è neppure un nido di vespe. Non è neanche un luogo di incessante violenza e assassinio. La stragrande maggioranza dei suoi bambini non erano nati per uccidere, e neppure la maggior parte delle loro madri ha allevato martiri, quello che vogliono per i loro figli è esattamente quello che la maggioranza delle madri israeliane vuole per i propri bambini. I loro leader non sono molto diversi da quelli israeliani, non per quanto riguarda il loro livello di corruzione, la loro predilezione per alberghi di lusso e neppure per il fatto di destinare la maggior parte del bilancio alla difesa.

Gaza è un’enclave provata, una zona che vive un disastro permanente, dal 1948 al 2014, e la maggior parte dei suoi abitanti sono per la terza o quarta volta dei profughi. La maggior parte di quelli che insultano e la distruggono la Striscia di Gaza non ci sono mai stati, sicuramente non come civili. Per otto anni mi è stato impedito di andarci; durante i 20 anni precedenti l’ho visitata spesso. La Striscia di Gaza mi piace, per quanto possa piacere un luogo di dolore. Mi piace la sua gente, se mi è consentito generalizzare. C’era uno spirito inimmaginabile di risolutezza, insieme a un ammirevole rassegnazione verso le proprie disgrazie.

Negli ultimi anni Gaza è diventata una gabbia, una prigione a cielo aperto circondata da barriere. Prima ancora che fosse anche divisa. Che siano o meno responsabili della loro situazione, ci sono persone sfortunate, una grande quantità di persone e una grande miseria.

Non avendo fiducia nell’ANP, i gazawi hanno scelto Hamas con elezioni democratiche. Hanno il diritto di sbagliare. In seguito, quando l’OLP si è rifiutata di cedere le redini del potere, Hamas ha preso il controllo [della Striscia] con la forza.

Hamas è un movimento nazional-religioso. Chiunque sostenga un dialogo senza odio si potrà rendere conto che Hamas è cambiato. Chiunque riesca a ignorare tutti gli aggettivi che gli sono stati affibbiati dovrà anche capire le sue legittime aspirazioni, come avere un porto e un aeroporto. Dobbiamo anche ascoltare gli studiosi che sono privi di odio, come l’esperto del Medio Oriente Menachen Klein dell’università Bar-Ilan, la cui analisi di Hamas contrasta con il giudizio tradizionale in Israele. In un intervista al quotidiano economico Calcalist [the Economist in ebraico. N.d.T.] della scorsa settimana, Klein afferma che Hamas non è stata fondata come un’organizzazione terroristica ma piuttosto come un movimento sociale, e dovrebbe essere visto come tale anche oggi. Ha da molto tempo “tradito” la sua natura, e condotto un vivace dibattito politico, ma nel dialogo di odio non c’è nessuno che lo ascolti.

Dal punto di vista del dialogo dell’odio, Gaza e Hamas, palestinesi e arabi, sono tutti la stessa cosa. Vivono tutti sulla spiaggia dello stesso mare, e condividono lo stesso obiettivo di buttare a mare gli ebrei. Una discussione meno primitiva, meno condizionata dal lavaggio del cervello potrebbe portare a conclusioni diverse. Per esempio, che un porto sotto controllo internazionale è un obiettivo legittimo e ragionevole; che togliere il blocco sulla Striscia di Gaza conviene anche ad Israele; che non c’è altro modo di far cessare la resistenza violenta; che coinvolgere Hamas nel processo di pace potrebbe portare a un cambiamento sorprendente; che la Striscia di Gaza è abitata da esseri umani, che vogliono vivere come tali.

Ma in ebraico “Gaza”, pronunciato ” ‘Aza”, è la contrazione di Azazel, che è associato all’inferno. Dei molteplici insulti che mi sono stati urlati in questi giorni da ogni angolo di strada “Vai all’inferno/Gaza” è tra quelli più gentili. A volte vorrei rispondere “Spero di poter andare a Gaza, per poter svolgere la mia funzione di giornalista.” E a volte vorrei aggiungere:” Spero che possiate tutti quanti andare a Gaza. Se solo sapeste cos’è Gaza, e cosa c’è veramente là.”

 

 

Ramzy Baroud:  Vincitori e vinti a Gaza

Ramzy Baroud giornalista palestinese americano ha un dottorato in Storia del popolo all’Università di Exeter. E’ caporedattore del sito web Middle East Eye. E’ un opinionista che scrive sulla stampa internazionale, consulente nel campo dei mezzi di informazione, scrittore e fondatore del sito Palestine Chronicle.com. Il suo libro più recente è: My Father Was a Freedom Fighter: Gaza’s Untold Story [Mio padre era un combattente per la libertà: la storia di Gaza che non è stata raccontata], Pluto Press, Londra. La traduzione è di Maria Chiara Starace dawww.bocchescucite.org del 5 settembre 2014. Il testo è stato pubblicato inwww.znetitaly.org

 

Nella fretta di analizzare l’esito della guerra di Israele contro Gaza, durata 51 giorni, detta Operazione Margine Protettivo, forse alcuni hanno trascurato un fattore importante: questa non è stata una guerra secondo le tradizionali definizioni di guerra, e quindi le tradizionali analisi di vittoria e sconfitta semplicemente non si possono applicare.

Stando così le cose, come possiamo spiegare la dichiarazione trionfante del Primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu fatta il 28 agosto, e le imponenti celebrazioni nelle strade di Gaza per la ‘vittoria’ dell’opposizione su Israele? Questi due eventi, per essere realmente approfonditi, devono essere compresi nel contesto.

Subito dopo la dichiarazione di cessate il fuoco del 26 agosto, che metteva fine alla più devastante guerra di Israele contro Gaza finora vista, Netanyahu sembrava essere scomparso dalla scena. Alcuni media israeliani hanno cominciato a presagire la fine del suo regno politico. Sebbene questa nozione fosse un poco affrettata, si può capirne il motivo. Gran parte della carriera politica dell’uomo si basava sulla sua posizione ‘anti-terrore’ e sull’agenda della sicurezza di Israele. Ha fatto il primo ministro dal 1996 al 1999, con lo scopo preciso di sconfiggere il ‘processo di pace’ di Oslo. Sosteneva che compromettesse la sicurezza di Israele. Poi, come ministro delle finanze del governo di Sharon (2003-2005) è stato turbato dalle intenzioni di Ariel Sharon circa il ritiro dei soldati israeliani da Gaza. Infatti è stato il ‘piano di disimpegno’ da Gaza che ha messo fine all’alleanza Netanyahu-Sharon.
Netanyahu ha impiegato alcuni anni per uscire fuori faticosamente dall’apparente oblio e tornare nel complicato panorama politico di Israele. Ha combattuto una battaglia politica estenuante, ma è riuscito a riscattare soltanto parte della passata gloria del partito di destra Likud, per mezzo di alleanze difficili. E’ stato primo ministro dal 2009 al 2013 e per un terzo mandato (una rarità nella storia di Israele) dal 2013 a oggi.
Non solo Netanyahu è stato il re di Israele, ma anche il suo kingmaker,cioè la persona che con il suo potere politico ha determinato le scelta di candidati ad alti incarichi. Si è tenuto vicino gli amici e anche più vicino i nemici, e ha intelligentemente bilanciato possibilità di coalizione apparentemente impossibili. Ci è riuscito, non semplicemente perché è un politico avveduto, ma perché è riuscito anche a unire Israele attorno a un obiettivo: la sicurezza. Lo ha fatto combattendo il “terrore palestinese”, un riferimento a vari gruppi di resistenza palestinesi, compreso Hamas, e costruendo difese israeliane. Ha avuto tale padronanza su quel discorso politico che nessuno vi è arrivato neanche vicino, sicuramente non il politico centrista nuovo arrivato Yair Lapid, o neanche il “falchi” della destra e dell’estrema destra Avigdor Lieberman e Neftali Bennet.
Ma poi c’è stata Gaza, una guerra che poteva forse diventare il più grosso errore di valutazione di Netanyahu, e forse il motivo della sua rovina. A parte il crollo degli indici di gradimento, scesi dall’82% del 23 luglio a meno del 38% poco dopo l’annuncio di cessate il fuoco, il linguaggio usato dall’uomo nella sua conferenza stampa tenutasi dopo il cessate il fuoco, è sufficientemente significativo.
Sembrava disperato e sulla difensiva, sostenendo che Hamas non era riuscita a raggiungere il suo obiettivo con la guerra, sebbene fosse Israele e non Hamas che aveva provocato la guerra con una lista di obiettivi – nessuno dei quali è stato comunque raggiunto. Hamas ha replicato deridendo il suo discorso dato che il gruppo non ha cominciato la guerra, né aveva alcuna richiesta, allora, ha detto un ufficiale del gruppo ad Al Jazeera. Le richieste sono state fatte nei colloqui successivi per il cessate il fuoco, svoltisi in Egitto, e alcune di esse sono state infatti accolte.

Netanyahu sta travisando le parole e tirando la verità nel tentativo sconsolato di ottenere una vittoria, o semplicemente per salvare la faccia. Ma pochi ne sono convinti. Scrivendo su Foreign Policy il 20 luglio, Ariel Ilan Roth è arrivato a una prima conclusione sulla guerra di Gaza che si è dimostrata soltanto in parte vera. “Indipendentemente da come e quando finirà il conflitto tra Hamas e Israele, due cose sono certe. La prima è che Israele sarà in grado di rivendicare una vittoria tattica. La seconda è che avrà subito una sconfitta strategica.”

Sbagliato. Gli è stata negata anche una vittoria tattica, questa volta, al contrario di guerre precedenti, soprattutto nell’Operazione Piombo Fuso (2008-2009). La resistenza di Gaza deve aver imparato dai suoi errori passati, dato che è riuscita a resistere a una guerra di 51 giorni con un risultato di distruzioni che non hanno precedenti in tutti i passati conflitti di Gaza. Quando è stato annunciato il cessate il fuoco mediato dall’Egitto, ogni soldato israeliano è stato spinto dietro i confini di Gaza.

Quasi immediatamente dopo l’accordo, un ufficiale di Hamas di Gaza ha letto una dichiarazione in cui invitava gli israeliani che vivono nelle molte città di confine evacuate, a tornare nelle loro case, con una dichiarazione di sfida, anche essa senza precedenti. Poco dopo, centinaia di combattenti rappresentanti tutte le fazioni, compresa Fatah, stavano presso le rovine di Shejaiya, un quartiere di Gaza City. “Non c’è posto tra di noi per quei poveri arabi deboli e sconfitti,” ha dichiarato il capo militare della resistenza di Gaza, Abu Ubaydah, mentre folle di persone coprivano di baci i combattenti.
Anche lui ha dichiarato una specie di vittoria. Ma c’è qualche differenza tra la sua dichiarazione di “vittoria” e quella di Netanyahu?

“Israele ha precedenti di rivendicazione della vittoria, quando di fatto ha subito la sconfitta; la guerra dell’ottobre 1973 è stato il miglior esempio,” ha scritto Roth su Foreign Policy. La differenza a quel tempo era che molti a Israele accettavano le false vittorie. Questa volta si rifiutano di farlo, come mostrano vari sondaggi di opinione condotti da Haaretz, da Canale 2 e da altri. Inoltre il divario tra la classe politica di Israele è più ampia di quanto sia stata da molti anni.

Indipendentemente da questo, la ‘vittoria’ della resistenza non si può comprendere all’interno dello stesso contesto della definizione di Israele di vittoria, o di falsa vittoria. Certamente la resistenza “è stata in grado di stabilire la dissuasione, dimostrando un incredibile livello di resistenza e di forza, anche quando era fornita di armi primitive,” come ha sostenuto Samah Sabawi. Proprio l’idea che il potente Israele e i simili di Netanyahu, possano usare i palestinesi come terreno di prova per armi o per aumentare gli indici di gradimento del governo, sembra essere finita. Il vecchio giudizio di Sharon che gli arabi e i palestinesi “devono essere colpiti duramente” e che “devono essere picchiati”, come precondizione per la calma, o la pace, è stato messo alla prova come mai prima nella storia delle guerre arabo-israeliane.
I festeggiamenti per il cessate il fuoco di Gaza non erano il tipo di festeggiamenti che si farebbero dopo una vittoria in una partita di calcio. Intenderla come un’espressione di sola gioia è un errore, e riflette la mancanza di comprensione della società di Gaza. E’ stata di più di una dichiarazione collettiva da parte di gente che ha perduto 2.143 persone, per lo più civili e che hanno oltre 11.000 feriti e mutilati dei quali prendersi cura. Non parliamo della totale o parziale distruzione di 18.000 case,75 scuole, molti ospedali, moschee, e centinaia di fabbriche e di negozi.

No, non è stata una dichiarazione di disprezzo neanche in senso simbolico. E’ stato un messaggio a Israele che la resistenza è maturata e che è finito il dominio completo di Israele sul momento in cui le guerre cominciano e sul modo in cui finiscono.

Soltanto il futuro potrebbe dimostrare quanto sia accurata questa valutazione e come sarà significativo per la Cisgiordania e per Gerusalemme Est che sono sotto un’occupazione militare. Stranamente, “liberare Gerusalemme”, era infatti un tema dominante a Gaza tra i palestinesi esultanti. Un altro tema è stato l’insistenza sull’unità nazionale tra tutti i palestinesi. Dopo tutto, questa era la vera ragione per cui Netanyahu aveva prima di tutto dato inizio alla sua guerra contro Gaza.

Il discorso della resistenza, in arabo al- Muqawama, è ora quello dominante in Palestina, e supera le divisioni tra fazioni, o le stanche discussioni sui ‘colloqui di pace’ inutili che non hanno fatto guadagnare nulla ai Palestinesi se non perdita di territorio, divisioni politiche e tanta umiliazione. E’ ancora da vedere come sarà tradotto in futuro, questo discorso, considerando il fatto che l’Autorità Palestinese lì è debole nei suoi rapporti con Israele, e molto intollerante di qualsiasi forma di dissenso politico.
La pressione israeliana sul presidente dell’Autorità Palestinese, Mahmoud Abbas, continuerà. Nella sua prima conferenza stampa dopo il cessate il fuoco Netanyahu ha ripetuto il medesimo ultimatum. Abbas “deve scegliere da che parte stare,” ha detto. Dopo aver fallito di porre fine alla resistenza di Gaza, a Natanyahu non è rimasto niente altro che fare pressione su Abbas, un uomo di 79 anni, la cui scelta, dopo la guerra di Gaza, significa così poco

 

 

Luisa Morgantini (a cura di): Punti generali dell’accordo sulla “tregua illimitata” 25 agosto 2014

Luisa Morgantini, Villadossaola (1940) ha fatto parte della segreteria della FLM di Milano. È stata eletta parlamentare europea nel 1999 e riconfermata nel 2004 come indipendente, nelle liste di Rifondazione Comunista. Attivista pacifista è presidente di Assopace Palestina. Attualmente vive tra l’Italia e la Palestina, ha avuto la cittadinanza onoraria dalla città di Ramallah. la traduzione di Elisa Reschini http://www.assopacepalestina.org

Di seguito sono riportati i punti generali elaborati dai negoziatori palestinesi (Olp e Hamas) e israeliani durante i negoziati indiretti al Cairo nel corso degli ultime settimane

Nell’ambito dell’accordo, le due parti hanno convenuto di affrontare le questioni più complicate di disputa, tra cui il rilascio dei prigionieri palestinesi e le richieste per la creazione di porti in Gaza, nel corso di ulteriori negoziati indiretti che inizieranno tra un mese. Per quanto riguarda le misure immediate, esse comprendono:

– Hamas e altri gruppi attivi a Gaza decidono di fermare il lancio di razzi e mortai contro Israele

– Israele accetta di fermare tutte le operazioni militari, tra cui gli attacchi aerei e le operazioni di terra

– Israele accetta di aprire altri valichi di frontiera con Gaza per permettere un migliore flusso di merci tra cui l’assistenza umanitaria, le attrezzature e i materiali di ricostruzione a Gaza.

– Nel quadro di un accordo bilaterale distinto, l’Egitto accetta di aprire il valico di Rafah al suo confine con Gaza.

– L’Autorità Palestinese sotto il Presidente Mahmoud Abbas assumerà da Hamas la responsabilità di amministrare il confine di Gaza.

– L’Autorità Palestinese avrà un ruolo guida nel coordinamento degli sforzi di ricostruzione di Gaza con i donatori internazionali, tra cui l’UE.

– Nel caso in cui la tregua dovesse reggere, Israele dovrebbe ridurre la zona cuscinetto all’interno dei confini della Striscia di Gaza da 300 metri a 100 metri, il che consentirebbe ai palestinesi di accedere a un più esteso territorio agricolo vicino al confine.

– Israele amplierà la zona di pesca al largo della costa di Gaza da tre a sei miglia nautiche, con la possibilità di progressiva espansione nel caso in cui la tregua dovesse tenere. I palestinesi vogliono tornare in ultima istanza allo standard internazionale di 12 miglia nautiche.

Per quanto riguarda le questioni a lungo termine da discutere, queste includono:

– Hamas vuole il rilascio da parte di Israele di centinaia di palestinesi arrestati in Cisgiordania dopo il rapimento e l’uccisione di tre giovani israeliani nel mese di giugno.

– Il Presidente Abbas vuole il rilascio dei palestinesi imprigionati da lungo tempo, il cui rilascio è stato annullato dopo il blocco dei colloqui di pace tra Israele e l’Autorità Palestinese.

– Israele vuole il rilascio da parte di Hamas e degli altri gruppi presenti a Gaza dei resti dei suoi soldati uccisi in guerra.

– Hamas vuole costruire un porto a Gaza che permetterebbe il trasferimento di merci e persone da e per la Striscia.

– Hamas vuole il rilascio di fondi che consentano di pagare gli stipendi di 40.000 impiegati governativi e della polizia che nella maggior parte dei casi non hanno ricevuto i propri stipendi dalla fine dello scorso anno.

– I palestinesi vogliono anche la ricostruzione dell’aeroporto Yasser Arafat a Gaza, distrutto da Israele nel 2000 (Al Quds)

Il Presidente Mahmoud Abbas ha annunciato ieri sera che i palestinesi non potranno più accettare di essere parte di «negoziati vaghi” con Israele. Prima dell’inizio della riunione della leadership palestinese ieri sera a Ramallah, il Presidente ha detto: “Cosa avverrà dopo l’annuncio del cessate il fuoco?” Ha continuato con il dire che Gaza è stata sottoposta a tre guerre – 2008, 2012 e 2014 – “dovremmo aspettarci una nuova guerra in un o due anni? Per quanto ancora questa situazione potrà rimanere senza soluzione?” ha chiesto, aggiungendo che “oggi metteremo la nostra visione prima della leadership. Questa visione deve essere molto precisa e molto dettagliata dalla A alla Z. Riguardo ai negoziati non possiamo più accettare di condurre “negoziati vaghi” “(Al Ayyam)

Le questioni sul tavolo della leadership. Cinque decisioni

La leadership palestinese ha confermato ieri la necessità di onorare la decisione del cessate il fuoco, dicendo che nel corso della riunione di ieri sera è emersa anche la necessità di lavorare su un piano nazionale palestinese che porterà alla fine dell’occupazione e all’assunzione da parte della comunità internazionale e del Consiglio di Sicurezza delle loro responsabilità in questo senso.

1 La necessità di onorare il cessate il fuoco.

2 La necessità di un piano nazionale che porterebbe ad una fine dell’occupazione ed all’impegno al rispetto del diritto internazionale da parte della comunità internazionale.

3 Una richiesta alla popolazione di unità e di opposizione contro tutte le cospirazioni volte a scardinare quest’unità nazionale da realizzare sotto la leadership dell’OLP.

4 La necessità di continuare con la lotta popolare contro gli insediamenti, soprattutto a Gerusalemme.

5 Continuare il lavoro per la liberazione dei prigionieri, compresi quelli arrestati nel recente attacco israeliano a Gaza e il rifiuto di qualsiasi forma di deportazione.

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3 thoughts on ““Gaza: Palestina, Israele e il mondo”

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