Diario di viaggio/Senza categoria

Storie di resistenza e bellezza 6

Nella “terra senza popolo” (come è stata da molti e per troppo tempo erroneamente definita!) non è inconsueto imbattersi in posti che testimoniano l’esatto contrario di ciò che la storia “ufficiale” (di alcuni!) propone… i costumi, gli utensili, le monete, gli oggetti d’uso quotidiano, gli strumenti musicali, oltre che le strade delle città, le case, i giardini, il cibo, le storie, le musiche, i racconti e gli usi tradizionali, insieme con tutto il resto dell’incommensurabile bagaglio culturale del popolo palestinese- esistito ed esistente, che ha resistito e che resiste- sono proprio lì sotto i nostri occhi. Basta solo saper guardare…

5 settembre 2014

LA FORTEZZA OTTOMANA FATTA ERIGERE NEL XV SECOLO OGGI OSPITA UN MUSEO ETNOGRAFICO. É IL MURAD CASTLE, O MURAD FORTRESS,  si trova a circa 4 chilometri a sud di Betlemme e fu costruita per proteggere le tre grandi vasche da cui origina il sistema idrico che dall’epoca del dominio romano fino al 1967 ha portato acqua a Betlemme, Gerusalemme e dintorni. Ora le canalizzazioni sono state deviate. Le colonie hanno bisogno di acqua!

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L’area è conosciuta (non quanto meriterebbe) come “piscine di Salomone” o “di Suleiman”, cioè Solimano il Magnifico che in realtà le ristrutturò nel XVI secolo. È una zona molto bella e di conseguenza la lotta è dura perché i coloni, sempre pronti a rivendicare come proprio il possibile e l’impossibile, cercano agganci per sottrarre ai palestinesi anche questo sito. Ogni tanto si fanno vedere, ovviamente scortati dai soldati dell’IOF perché, pur essendo ai sensi della legalità internazionale dei fuorilegge, in questo mondo rovesciato godono della protezione dei soldati. Ma a pensarci bene non è paradossale come sembra, perché l’esercito è esercito di occupazione, al pari dei coloni, quindi ogni tessera torna al suo posto!

Il Murad Castle Museum, questo il suo nome, frutto di un progetto di recupero che fino allo scorso anno sembrava solo un sogno, raccoglie all’incirca 1500 reperti importanti non solo a ricostruire la storia della Palestina, ma anche a sfatare luoghi comuni lanciati come consapevoli bugie e ripetuti per anni come inconsapevoli e coriacee convinzioni. Insomma, ha la funzione, come tutti i musei di questo tipo, di sconfiggere il pregiudizio e di testimoniare, attraverso gli oggetti del quotidiano più o meno antico, l’identità di un popolo nelle diverse sfaccettature che lo riguardano.

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Ci sono anche altri musei etnografici degni di nota in tutta la Palestina, ce n’è anche uno a Gaza miracolosamente salvatosi dai bombardamenti di “piombo fuso”. Non so se sia riuscito a salvarsi anche dall’ultima terribile aggressione detta con una bella dose di cinismo “barriera protettiva”. Spero di sì, anche quello era veramente interessante. Lì per la prima volta ho visto le monete palestinesi, i palestinian pounds, che l’occupazione israeliana ha eliminato costringendo i palestinesi a usare lo shekel, cioè la moneta dello stato di Israele, considerato, per uno di quei paradossi della storia di difficile comprensione, uno stato democratico tout court.

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L’anima, l’ideatore, il direttore, il “raccoglitore” che ha reso possibile la realizzazione del Murad Castle Museum è un uomo nato nel 1941 da una famiglia di pastori. Si chiama Is’haq Hroub e ci tiene a dire che è nato a Deir Samit, Dura, a sud di Al Khalil, la città conosciuta anche col nome di Hebron e che da bambino ha fatto il pastore. In seguito ha studiato matematica all’Università di Hebron, ma ha sempre mantenuto interesse per ogni cosa riguardante la tradizione, in particolare la tradizione rurale della Palestina. Quella della sua infanzia. Quella che ha rappresentato l’imprinting alla sua formazione quando, da bambino, in estate, dormiva sul tetto della sua casa (come ancora si fa nelle colline a sud di Hebron) davanti al cortile in cui si riunivano gli anziani del villaggio di cui ascoltava i discorsi. Quelle parole sono state la prima spinta alla sua futura ricerca.
Ho passato al museo quasi l’intera giornata perché Is’haq mi ha raccontato la storia di ogni cosa. Prima di andarmene ho ceduto alla tentazione di indossare un copricapo nuziale, quello che vedete in foto. Non era quello che mi piaceva di più, avrei preferito quello delle spose di Gaza o di Jenin, più fantasiosi, con le monete come tintinnanti pendenti con un bell’effetto estetico, ma m’è stato dato quello di Ramallah perché era il meno a rischio di rovinarsi una volta uscito dalla teca. Ho imparato finalmente la funzione delle monete come decorazioni: rappresentavano la dote consegnata dallo sposo alla sposa e quest’ultima, ovviamente, la metteva in mostra indossandola il giorno delle nozze. La dote apparteneva alla sposa e la poteva usare solo lei. Credo che questo dalle nostre parti lo sappiano in pochi. Le spose di Ramallah portavano una specie di cuffia bordata di monete legate fitte fitte fino a formare un bordo di metallo, o più d’uno se la dote era molto ricca. Quella che ho indossato io doveva essere stata di una sposa con una buona dote perché avrà pesato almeno due chili e aveva più file di monete l’una sull’altra. Un peso comunque sopportabile per il tempo di una foto!

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Is’haq, dopo aver accennato agli anziani che ascoltava da piccolo dal tetto della sua casa, ci tiene a parlare di una figura che è stata prima la sua amatissima zia e poi una sorta di musa ispiratrice. Infatti è a lei che deve il suo libro (in uscita entro l’anno in arabo e inglese con la casa editrice Al Diar di Betlemme, finanziato e patrocinato dall’Università di Friburgo) titolato “Atlas Palestinian Rural Heritage”. Mi ha parlato della figura di questa donna facendomi entrare quasi nella sua famiglia. Ora so anche che era nata nel lontanissimo 1870, che era nubile e si era dedicata ai suoi nipoti con allegria e con amore, tanto da lasciare una traccia così profonda che a distanza di tanti decenni dalla sua morte lui ne parla come se stesse preparando lo yogurt o il caffè nella tenda dei pastori che è alle nostre spalle.

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Nel 1958, quando era ancora un ragazzo, Is’haq ha iniziato a raccogliere gli oggetti che gli sembrava rappresentassero qualcosa che era importante non lasciare che si perdesse. Ha iniziato dal suo villaggio, poi ha allargato la ricerca in tutta la Palestina, quindi è andato a cercare testimonianze nei campi profughi in Siria e in Giordania. Per anni è stato preso per matto per questa sua passione di raccogliere “oggetti”. Oggi quegli oggetti sono “reperti” e nessuno lo considera più matto. A volte basta trovare il termine giusto per dare il giusto senso alle cose e alle situazioni. Non vale solo per l’etnologia, vale per tutto, a partire dalla storia. Pensiamo, per esempio, quando nei libri di storia si leggerà che l’esercito israeliano ha ucciso o arrestato migliaia di palestinesi in questi decenni. Proviamo a fare un gioco insieme: se lo chiamiamo IDF oppure lo chiamiamo IOF la semplice notizia degli arresti, anche senza arrivare alle stragi, assume due significati diametralmente opposti: la D sta per “defense”, la O sta per “occupation”. La verità è un dato di fatto, ma non basta questo per essere immediatamente riconosciuta. Il resto va da sé.

Ma non voglio distrarmi, torno all’importanza dei reperti raccolti da Is’haq e alla sua storia di uomo che sentiva il passato raccontatogli dalla zia e vissuto da bambino, sfuggire al presente fino a rischiare di cancellarsi nel futuro. Ecco allora che gli abiti tradizionali e diversi tra loro delle donne di tutta la Palestina, la cintura con la fibbia del funzionario di polizia palestinese degli inizi del secolo scorso, le monete palestinesi, l’arredamento della stanza degli sposi, l’intero set per la tostatura, la macinazione, la bollitura del caffè e l’uso sonoro dello strumento per macinare il caffè che, a seconda del tipo di battuta, diventava accompagnamento musicale alla rababah o avviso al villaggio dell’arrivo di un pericolo, o accompagnamento a un funerale e così via. La bellezza di alcuni larghi vassoi in rame o in paglia, alcuni con disegni che richiamano le antiche divinità cananee, ma di una grandezza tale che una volta riempiti di cibo venivano portati da cinque uomini e quindi servivano al consumo conviviale in momenti rituali che riguardavano l’intera comunità. Quella che viveva su questo territorio anche quando qualcuno diceva che era una terra senza popolo.
In una stanza del museo dedicata a utensili di uso rurale, quali forconi e falci, ho visto appese delle fionde. Accanto a quella a Y che si una con due mani e quella pendula che lancia la pietra dopo averla fatta roteare, c’era una stecchetta di legno che sembrava avanzata da un imballaggio, con un pezzetto di gomma di lato. Non mi sarei sognata che fosse un’arma se Is’haq non mi avesse mostrato come usarla. Il pezzetto di gomma, posizionato in un certo modo e teso al massimo, serviva a lanciare un dardo o un sasso e veniva usato dai ragazzi contro gli inglesi quando si era capito che il destino della Palestina correva il rischio che oggi è realtà.

Spaziando tra un reperto e l’altro Is’haq ha raccontato la storia della Palestina,  dal mondo rurale – che è quello che seguita ad alloggiare in una parte della sua anima oltre che nella sua memoria – al mondo urbano. Prima di lasciarmi andar via ha voluto cantare tre pezzi accompagnandosi con la rababah, una poesia, un canto dei lavoratori e una canzone beduina. Non ho capito neanche una parola, come normale dato che ha cantato in arabo, ma mi è piaciuto vedere che l’uomo di scienza che ha dato vita al museo, e l’analfabeta pieno di sogni incontrato a Mar Saba due giorni fa, sono parte dello stesso paese e rappresentano entrambi un’identità culturale che, come fosse niente, passa “anche” per gli stessi “oggetti”.

Una nota negativa uscendo dal museo: in 5 ore non è entrato nessuno, né palestinese, né turista. Turisti ce ne sono pochissimi in questo periodo, è vero, ma quelli che ci sono non vanno oltre la chiesa della Natività. Allora vorrei lanciare un appello: la Palestina è ricca di testimonianze culturali, andiamole a cercare e portiamo ossigeno alla Resistenza anche visitando quel che è fuori dai percorsi turistici e quel che è fuori dai percorsi della tradizione militante. Le due cose non si escludono ma si integrano. Oggi ne ho avuto l’ennesima prova conoscendo un uomo che mi ha raccontato 73 anni di Palestina, oltre che della “sua” Palestina. Grazie Is’haq Hroub.

Patrizia Cecconi

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