Eventi/In Italia/Incontri/Proiezioni films e documentari

Apertura rassegna “Cinema senza diritti” a Venezia

Il primo incontro della rassegna “Cinema senza diritti” presso la sala Giorgione di Venezia, nonostante la sirena avesse annunciato l’acqua alta oltre il metro, si è svolto con successo.

Sarebbe stato un vero peccato veder vanificato il patrocinio che il Comune e il Circuito cinema hanno dato a questo progetto in un contesto in cui la filmografia palestinese è relegata in situazioni quasi esclusivamente di nicchia.

Il nome della rassegna, scelto dalle due organizzatrici, G. Fioretti e MG. Gagliardi, ne rappresenta l’obiettivo: quello di far conoscere ad un pubblico non limitato “ai soli addetti” un’espressione artistica che non trova diritto d’asilo nella normale distribuzione, restando quindi, anche quando la qualità è attestata da premi prestigiosi, chiusa nei circoli e sconosciuta al grande pubblico.  Questo il motivo prioritario per cui Cultura è Libertà ha collaborato alla realizzazione del progetto.

Per farci dimenticare la Palestina

La rassegna è iniziata con due film particolarmente significativi, l’uno in quanto film-documentario, girato da Mai Masri, una regista che nei suoi lavori pone generalmente in primo piano l’adolescenza e che, in questa pellicola, mette in evidenza sia la triste condizione dei campi profughi –  interni ed esterni al territorio palestinese – sia la tenerezza e l’allegria degli adolescenti di ogni parte del mondo, campi profughi compresi. In questo caso un’allegria sempre accompagnata, ma non soffocata, dalla rabbia e dalla mortificazione del vivere “in gabbia” di un gruppo di ragazzini e ragazzine che dalla conoscenza virtuale attraverso il web, passano con grandissima eccitazione alla conoscenza fisica incontrandosi ai due lati della frontiera. Conoscenza mortificata dal filo spinato che permette loro soltanto di parlarsi e di stringersi le mani. “Frontiere”, appunto, è il titolo del film.

Frontiere di sogni e di lacrime oltrepassate dall’amicizia che diventa qualcosa che va oltre le due protagoniste poco più che bambine e si allarga ai due gruppi di profughi di cui fanno parte, i quali, sotto lo sguardo armato degli occupanti, si scambiano ricordi e cibi, lacrime e risate attraverso  la barriera di filo spinato che separa il Libano dalla Palestina occupata da Israele.

E’ un film che risale a circa 15 anni fa e purtroppo è ancora attuale. Solo la tecnologia è cambiata, arricchendosi di nuove possibilità comunicative con cui far vivere l’amicizia, ma la condizione di prigione a cielo aperto è tuttora presente e, forse, anche peggiore di quanto mostrato nel film.

Ecco quindi che la regista, mentre documenta la gioia e il pianto di questi ragazzini nello scambiarsi lettere, sentimenti, sogni, e lo fa con una tecnica che rende il suo documentario coinvolgente come un film a soggetto,  nello stesso tempo denuncia una situazione inaccettabile sul piano dei diritti, eppure mantenuta a dispetto delle numerose Risoluzioni Onu. Ecco allora che il suo lavoro si fa politico nella sua essenza documentaria, senza perdere la forma artistica della sua realizzazione.

Ma la grande distribuzione non prevede che un lavoro del genere arrivi al grande pubblico: una sorta di censura non dichiarata ne impedisce la diffusione. Quindi l’arrivo in una sala cinematografica aperta ai “non addetti” rappresenta un passo veramente degno di nota.

Il secondo film della serata, in programmazione per le 21, quando la seconda sirena che avvertiva dell’ulteriore salita dell’acqua era già suonata, rischiava di non avere spettatori per cause, stavolta, non imputabili alla censura.

Ma a Venezia l’acqua “è di casa” e alle 21, nonostante la pioggia aggiungesse acqua dal cielo oltre a quella che copriva le strade, hanno cominciato ad arrivare prima 5 poi 10 poi 30 persone  poi un gruppone di giovani studenti della Ca’ Foscari e la sala si è riempita per assistere a “Nozze in Galilea”di Michel Khleifi, un film uscito nel 1987, pochi mesi prima che scoppiasse la rivolta delle pietre: la prima intifada.

Nozze in Galilea può a buon titolo definirsi un film cult, sia per il soggetto sia per la realizzazione. Michel Khleifi, il regista palestinese di Nazareth, in questo come in altri suoi lavori, affronta e mette in luce i due aspetti che costringono la società palestinese in una condizione di sofferenza. Quello politico dovuto all’occupazione israeliana, e quello dovuto alla cultura patriarcale che soprattutto nei villaggi è particolarmente evidente. Una sorta di fardello culturale che non si esprime tanto o solo nei confronti del genere femminile che, in ultima analisi, gode di un suo potere “settoriale” nonostante quel che si creda per pregiudizio diffuso, ma che convoglia in una figura che in occidente viene sintetizzata in quella del “padre-padrone” l’autorità non discutibile dello shaik.

Ma il film di Khleifi è molto più di quanto si possa sintetizzare in poche righe. In due ore intense, tutte giocate intorno a un matrimonio, si svolge il racconto dell’occupazione, del coprifuoco, dei compromessi che si trasformano in collaborazionismo, delle tradizioni nuziali – e del rituale oppressivo che ne è un aspetto, dei simboli atavici rappresentati dal cavallo nel campo minato, del passaggio tra generazioni, dell’incontro tra donne che addirittura supera la divisa spogliandone anche simbolicamente la soldata israeliana, del disprezzo condiviso verso l’occupante che, posto nella scena finale del film, sembra un inno alla giusta rivolta contro l’occupazione che, forse, trascende il villaggio lanciando un messaggio all’intera Palestina. Il film, nella sua complessità, pone attenzione ai particolari come fosse girato con intento di documentazione antropologica e, nei particolari, c’è pure la preparazione degli sposi che regala una scena di nudo integrale, rompendo ogni schema preconcetto circa il cinema palestinese.

I primi due film della rassegna, quindi, forniscono un primo input circa quell’intreccio tra rappresentazione artistica e realtà politica che guida sceneggiatura e regia nella filmografia palestinese. L’una e l’altra inscindibilmente legate, come è normale che sia in ogni manifestazione artistica la quale, per quanto l’autore possa astrarsi, prenderà sempre nutrimento dalla realtà in cui viene a formarsi. Del resto, l’importanza del cinema come espressione culturale e catalizzatore  di identità patriottica, era già chiara verso la fine degli anni “60, quando la produzione filmica aveva prevalentemente funzione militante pur senza sottovalutare l’aspetto artistico, come mostrano pellicole non in catalogo in questa prima rassegna, ma reperibili negli archivi storici che le hanno sottratte alla distruzione.

Negli ultimi anni, nonostante le condizioni di vita tanto nella striscia di Gaza che in Cisgiordania siano andate peggiorando, il cinema palestinese è cresciuto in qualità diventando sempre più strumento di denuncia, in forma squisitamente artistica, delle condizioni di sopruso e di ingiustizia in cui è costretto a vivere il popolo palestinese. Ma al pari del popolo palestinese, il cinema che in qualche modo lo rappresenta è costretto alle più svariate forme di  resistenza per non essere cancellato o, malgrado riconoscimenti di alto valore, gettato nella fossa dell’oblio perché nascosto al grande pubblico.

Questa censura silente, capace di negare i diritti senza che il potenziale pubblico ne venga a conoscenza, può essere sconfitta solo da azioni intellettualmente oneste come quella del Circuito cinema di Venezia che ha offerto la sua disponibilità per tutto il mese di novembre.

I prossimi film, tutti prodotti in questo decennio, forniranno un campionario di stili e di creatività di registi e registe palestinesi che saranno la prova della ricchezza culturale che, nonostante l’oppressione militare e la violazione costante dei più elementari diritti umani, la Palestina riesce ad esprimere. “Intervento divino” e “La sposa di Gerusalemme” saranno i prossimi. A questi seguiranno “Ticket to Jerusalem”, “La sete”, “Paradise now” e infine “5 broken cameras” che non è realizzato, come tutti gli altri, da un solo regista palestinese bensì vede la collaborazione tra un palestinese e un israeliano. Un israeliano che non può condividere il piano che cerca di realizzare il governo del suo paese e pertanto documenta le nefandezze del suo esercito.

Si chiuderà così questa rassegna, con un film che vede uniti un palestinese e un israeliano non per generico buonismo, ma in una consapevole e comune denuncia attraverso la cinepresa, usata per  portare in sala, con coraggio, un esempio di cinema-verità.

Patrizia Cecconi

 

Annunci

One thought on “Apertura rassegna “Cinema senza diritti” a Venezia

  1. Pingback: “Cinema senza diritti” edizione 2015: dal 6 marzo al 23 aprile a Venezia |

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...