Diario di viaggio/Senza categoria

Storie di resistenza e bellezza 4

Si chiama Fiamma Arditi ed è colei che ha fondato “Senza Frontiere – Without Borders”, il festival dedicato a quei registi che credono che fare film significhi prima di tutto raccontare storie di esseri umani in modo da superare “le frontiere”, non solo in senso geografico, ma anche umano, psicologico, economico, politico e religioso. Ma Fiamma Arditi è anche scrittrice e giornalista. Quando, durante la quarta edizione del festival, uno dei film scelti è Budrus, di Julia Bacha– ambientato nella West Bank e dedicato a quei cittadini che in nome della non-violenza, della forza di volontà e della pazienza, riescono ad impedire ad Israele lo sradicamento degli ulivi dai loro campi- lei lo guarda, se ne innamora e diventa allora pressante il suo desiderio di approfondire la conoscenza di quel mondo, di incontrare fisicamente almeno un palestinese. Così Fiamma parte, arriva a Gerusalemme poi a Ramallah. Da un palestinese ne conosce un altro e poi un altro e un altro ancora, finché non crea intorno a sé un gruppo di persone, ognuna con la sua storia da raccontare…e, infine, raccoglie queste storie e ce le racconta nel suo libro “Buongiorno Palestina”.

Anche Patrizia, in questo viaggio, fa esattamente la stessa cosa e ci fa conoscere da vicino Mohammad, con il suo bizzarro progetto e la sua indiscussa tenacia…

3 settembre 2014

QUANDO CAMMINI E NON VEDI IL SOGNO / CAMMINARE DAVANTI A TE / COME L’OMBRA / IL TUO CUORE INGIALLISCE…” M. Darwish

Oggi, nel deserto di Giudea, ho visto i versi di Darwish farsi pratica nel lavoro e nei progetti di Mohammad, nome reale, anche se tanto comune da sembrare fittizio. Lo vedete nelle foto, è lui Mohammad, un uomo di circa 35 anni, che accanto al monastero di Mar Saba (per noi san Saba) si è inventato un lavoro e progetta di realizzare in un futuro molto prossimo(inshallah!) qualcosa di stabile nonostante gli impedimenti posti dall’occupazione. Ma lui ha la speranza che l’occupazione finisca e allora, quando potrà svolgere la sua attività senza temere che i soldati arrivino a demolirgli tutto, sarà un uomo libero davvero, con un lavoro che gli piace e che sarà un patrimonio per i suoi figli. Chiamatela illusione, se siete negativi, oppure, se non lo siete, chiamatela resistenza, o resilienza, o tenacia, o fiducia o come più vi piace, resta il fatto che quest’uomo, con qualche vecchio copertone, con un pannello, dico proprio UNO, fotovoltaico che mi mostra con orgoglio, con 6 gallinelle e un gallo, un paio di tende arrangiate e, nota incredibile ed elegante, due grandi tappeti stesi sulla polvere del deserto, ha messo su una piccola attività che vive con i turisti e soprattutto i “viaggiatori” che vanno a visitare il monastero e a fare trekking nel deserto lungo il wadi del Kidron fino ad arrivare a Mar Saba.

Saba Monastery

Saba Monastery

 

Il monastero, una volta poco più di una grotta, oggi invece imponente pur nella sua essenzialità, fu costruito nel 5° secolo. Se volete vederlo in tutto il suo splendore andate a cercare le foto su google perché le mie non sono un granché, MA ATTENZIONE: su google leggerete che Mar Saba si trova in Israele. NON è vero!!! Stiamo in Palestina e in quella parte della Palestina, geograficamente chiamata Giudea (da cui il nome di deserto giudaico) dove nei primi secoli dopo Cristo molti monaci cristiani, alla ricerca di una vita spirituale pura, si ritirarono andando a vivere nelle numerose grotte naturali sparse nelle montagne. San Saba fu il primo, o uno dei primi, e la sua grotta diventò un monastero. Nel 614 i persiani lo distrussero, ma poi venne ricostruito e dalla fondazione dell’Islam, che è successiva solo di qualche decennio alla distruzione compiuta dai persiani, fino ad oggi, almeno che io sappia, non ha mai avuto problemi con i musulmani che, anzi, hanno il massimo rispetto per la sua figura.

Mohammad

Mohammad

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Mohammad è di origine beduina e ci tiene a dirlo. Si è inventato quest’attività dopo che gli è stato impedito dagli occupanti di seguitare a svolgere quello che faceva prima perché, quando hanno costruito il muro, la sua “illibertà” di movimento gli ha fatto perdere il lavoro. Mi dice di essere il maggiore di quattro fratelli e aggiunge che due dei suo fratelli seguitano a lavorare dall’altra parte del muro semplicemente scavalcandolo, come fanno in molti, e rischiando l’arresto ma anche l’uccisione se vengono visti da un soldato israeliano, ma è così! E lo dice sorridendo, aggiungendo che i fratelli lavorano presso ditte israeliane che, pur se rischiano una multa, sono contente di far lavorare i “clandestini” perché li pagano meno. Io, da “idealista occidentale”, quando sento che i palestinesi lavorano presso i loro occupanti ho sempre un brivido. Credo che Mohammad l’abbia capito perché aggiunge che non si può fare altro e che nessuno di loro è contento e neanche rassegnato. Hanno tutti la certezza che la situazione cambierà e loro torneranno liberi… … inshallah!

Mohammad ha tre figlie e un figlio. Il più piccolo ha solo due anni e il villaggio in cui vive la sua famiglia è a pochi chilometri dal monastero. Però mi dice che lui questo posto lo conosce da sempre perché ci lavorava suo nonno e mi mostra i muretti che scendono verso il wadi dicendomi che proprio suo nonno li ha costruiti. Mohammad è un uomo semplice, ricco d’ingegno ma semplice, e le sue certezze circa la fine dell’occupazione non mi sembra siano riposte in una convinzione circa l’agire politico di Hamas o di Fatah o di altre fazioni, quanto piuttosto in una sorta di credo fideistico basato sulla grandezza di Allah che non può consentire all’ingiustizia di regnare per sempre. Non lo contraddico, non ho nessun diritto di farlo. Vorrei che avesse ragione, ma so che quest’uomo avrà ragione solo se Allah soffierà nell’orecchio delle istituzioni internazionali.

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Intanto mi chiede se voglio un tè o un succo di frutta freddo. Attenzione, ho scritto poco fa che Mohammad è ricco d’ingegno e infatti mi mostra un piccolo frigo alimentato dal suo pannello fotovoltaico che gli permette di tenere al fresco i succhi! Scelgo un tè alla salvia, anche perché è una delle poche cose che so dirgli in arabo senza ricorrere alla mia interprete. Per mostrarmi bravina aggiungo pure bidun sukkar, che significa senza zucchero, però lui torce il naso e così accetto wuhada sukkar cioè un cucchiaino. Pochi sanno che lo zucchero di canna qui si usa da quando noi europei non sapevamo neanche cosa fosse, e infatti “sukkar” è il nome arabo da cui origina sugar , zucchero, sucre, sucker ecc. Mohammad mi dice che in questi ultimi mesi in cui l’aggressione a Gaza ha fatto tanti morti, i turisti, che prima erano 4-500 al giorno e quindi almeno una trentina si avvicinavano al suo “punto di ristoro”, ora sono 20 o 30 a settimana e così non può guadagnare, ma ha più tempo per fare i suoi lavori e allora mostra le sue riserve d’acqua in serbatoi inventati da lui e appesi alla roccia, o il muretto accanto al pollaio realizzato con i vecchi copertoni e poi, visto che sono interessata alla sua storia, mi mostra uno strumento musicale tipico della tradizione beduina, la “rababah”.

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E’ uno strumento a corde che si suona con un archetto, come il violino. Mi fa vedere come si usa e insiste perché io provi… è un uomo pieno di fiducia Mohammad, si vede anche in questo!! Infatti dal mio tentativo escono fuori tre vibrazioni acustiche lontanissime da quello che si può chiamare suono, però è l’occasione per una risata e questa è una caratteristica che in Palestina troverete sempre: la risata dei bambini, pure se traumatizzati, la risata degli adulti, pure se avvelenati dall’occupazione, la risata che comunque comunica che esiste qualcosa per cui vale la pena di vivere su questa terra, come direbbe ancora Darwish.

E lui, Mohammad, quest’uomo che veramente “vede il sogno camminare davanti a sé come la sua ombra”, e lo segue, mi dice che appena tornerà il turismo e lui potrà guadagnare qualcosa, comprerà delle tende per farci dormire i viaggiatori che la notte vorranno fermarsi a sentire la musica beduina,  quella suonata con la rababah che ho avuto l’onore di provare e che di solito accompagna poesie d’amore o canti che parlano di lunghi viaggi, insomma della tradizione popolare di una comunità che vive qui da sempre e che, pur se continuamente minacciata, seguita, quando può, a viverci e a sognare.

Quando andiamo via voglio andare a vedere il suo villaggio e lungo la strada incontro tante tende, qualche asinello, qualche capretta, tanti bambini.

Come non pensare ancora alle parole di Darwish per chiudere questa giornata? Conoscete la sua poesia che inizia con “quando prepari il caffè pensa agli altri? Bè, se non mi sbaglio si conclude con “Mentre torni a casa / alla tua casa / pensa agli altri: al popolo delle tende”.
Patrizia Cecconi

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