Diario di viaggio/Senza categoria

Storie di resistenza e bellezza 2

“Non si deve mai confondere una città col discorso che la descrive. Eppure tra l’una e l’altro c’è un rapporto” scriveva Italo Calvino in “Le città invisibili”. Chissà perché le città ispirano. La loro descrizione assume forme fantasiose o bizzarre, nostalgiche, realistiche o metaforiche, spesso ideali. “Da vere città, sono diventate l’idea di città” scrive n “Viaggi e altri viaggi” Antonio Tabucchi che di città ne ha visitate molte quand’era in vita e di questi numerosi viaggi ha lasciato resoconti lucidi e piacevolissimi.

In questo diario di viaggio “Storie di resistenza e bellezza” numero 2, Patrizia Cecconi parte da una città. Anzi no, dalla Città. Gerusalemme è La Città, con la maiuscola, fra quelle che possiedono una storia e un temperamento tali da ridefinire il concetto stesso di città, che sicuramente merita il ruolo da protagonista.

Ma ci racconta un’altra storia…

 

1 Settembre 2014

– NON AVEVO MAI VISTO GERUSALEMME COSI’ POCO AFFOLLATA DI TURISTI.

Le stradine in marmo della Città vecchia, normalmente così piene da urtarsi continuamente con tutti e scusarsi in tante lingue diverse, oggi erano quasi libere. Libere magari non è la parola giusta perché i gruppi meno belli da vedersi, quelli che fanno sfoggio di caricatori e mitra, si trovano comunque ad ogni angolo. Loro fanno parte del paesaggio, ma non lo ingentiliscono, lo occupano.

-Gerusalemme vuota-

-Gerusalemme vuota-

Il Golden Gate, cioè l’albergo-ostello in cui vado abitualmente ha solo due ospiti, e una sono io! In un negozietto in cui si vendono succhi di melograno, con 10 shekel ho fatto il pieno di antiossidanti. Certo, non ho risollevato le sorti del locale! Avrei anche fatto il bis se non fossero arrivati quelli in divisa ad appesantire l’atmosfera.

Nel pomeriggio ho deciso di andare a godermi un po’ di fresco al Makhrur, a poca distanza da Beit Jala, così sono andata a prendere il bus e ho sperato di non dover assistere alle solite dimostrazioni dell’esercito di occupazione contro il popolo occupato. Speranza andata delusa. A poche decine di metri dalla Porta di Jaffa, un bel gruppo di soldati femmina, cinque in tutto, ha fermato il bus. Nello stesso punto, in passato, avevo già assistito ad altre scene pesanti. Conosco quasi a memoria la sceneggiatura, ma oggi gli attori in divisa erano solo femmine e erano cinque, di solito sono quattro equamente divisi per genere e tutti molto armati. Oggi invece l’arma “grande”, un mitra piuttosto lungo e non portato a tracolla ma pericolosamente puntato, ce l’aveva soltanto una delle cinque. Chissà quali prodezze avrà fatto per meritare tanto! Sono partita alle 15,40. Avevo dato appuntamento a un amico a Beit Jala alle 17 pensando che se tutto andava bene sarei arrivata con largo anticipo e sarei andata a trovare un prete toscano piuttosto bravo che lavora lì. Invece alle 16,25 le cinque damigelle dell’occupazione stavano ancora gingillandosi con quattro documenti verdi presi ai passeggeri e chiacchieravano fuori dal bus passandoseli di mano. Credo di immaginare lo stato d’animo dei proprietari di quei documenti: la loro libertà giocata sul piano degli umori della kapo col mitra. Ho notato che tutte e cinque avevano lunghi capelli e tutte, tranne la kapo che aveva una lunga treccia, li annodavano, li scioglievano, li passavano su una spalla o sull’altra. E’ strano, tutte e quattro le soldate semplici giocavano coi loro capelli. Anche quella grassissima che è stata sempre appoggiata al muretto. Sarà una moda femminilmilitare! Una delle soldate l’avevo già vista in servizio. Non mi sbaglio perché è particolarmente bella. Piccola di statura, nera di pelle, con delle labbra e degli occhi che sembrano disegnati da un creatore di bambole. Peccato che ha quel piglio da dark lady che la rende un po’ ridicola.

Tramonto sulle colline di Beit Jala

Tramonto sulle colline di Beit Jala

Intanto i proprietari dei documenti aspettavano. Forse pregavano, forse imprecavano, ma erano tesi e silenziosi. Qualcuno di loro forse pensava ai figli che stasera lo avrebbero aspettato invano, qualcuno forse a un lavoro perso per il capriccio di una ragazzotta di una ventina d’anni vestita – dentro e fuori – da militare dell’occupazione. Io ho sentito la stessa rabbia che ho provato in altri casi simili e un desiderio incredibile di far passare una giornata su questo bus a tutti i democratici di casa nostra che vedono Israele come il magnifico giardiniere del Medio Oriente.
Una delle cinque soldate, capigliatura castano biondo, a un certo punto s’è fatta in mezzo alla strada, ha sciolto i suoi capelli, li ha scossi, poi li ha raccolti con un ferma coda. Sembrava una passerella dell’Oréal, la società da boicottare, tutto questo agitarsi di capelli, e invece la biondina si era fatta in mezzo alla strada per fermare un altro autobus. Lo ha fatto accostare davanti al nostro. Due di loro sono salite, le altre hanno seguitato a giocherellare coi documenti palestinesi dei viaggiatori del mio bus. Penso ai miei concittadini, quelli pronti a dire all’autista “passagli sopra” se qualcuno in strada per caso rallenta il traffico. Li vorrei vedere qui. Fermi sotto il sole per mezzora affinché cinque fanciulle in fiore possano soddisfare il loro desiderio di potere su persone colpevoli solo di NON essere tutelate dalla legalità internazionale.

A un certo punto la soldata bellissima con la pelle scura, è scesa dall’altro bus e con un piglio tra Eva Kant e Kalamity Jane s’è rivolta alle colleghe indicando loro qualcosa di molto “più interessante” nell’altro bus. A questo punto, come fosse il gioco dell’oca in cui il dado ha segnato il salto di casella, i documenti del viaggiatori del mio autobus sono stati consegnati all’autista. La tensione s’è sciolta e si è ripartiti. A chi dovranno la loro “fortuna” i miei quattro compagni di viaggio? Il sacrificio si sarà compiuto sull’altro bus, a meno che un evento eccezionale non abbia interrotto l’attività delle cinque donzelle del democratico stato di Israele che opprime con raffinatezza il popolo palestinese.

Tutto dipende dal caso, detto pure arbitrio. E così si capisce perché nella Palestina occupata anche i non credenti usano la formula “inshallah” cioè “se dio lo vuole”, quando pensano al futuro.
Al Macrur mi godo un panorama bellissimo. Aspetto il tramonto. E’ quello che vedete in foto. Mi faccio una lunga chiacchierata che ha per tema il futuro della Palestina dopo le dichiarazioni di Abu Mazen e poi di corsa a riprendere il bus per Gerusalemme. Ormai sono le 20,15 e qui è già buio. Se si perde questo non resta che il taxi. Ho preso l’ultima corsa. Sto tornando al Golden Gate.
Abbiamo fatto pochissimi chilometri quando l’autobus si ferma per far salire un giovane uomo. Io sto seduta davanti e vedo il leggero sorriso che dà un’aria di gioia alla sua faccia. Quell’aria che si ha quando si raggiunge un obiettivo insperato. Lo capirò ancora meglio due minuti più tardi. L’autista sta partendo. L’uomo fa un sospiro che forse significa “ce l’ho fatta”. Ma spunta un soldatino sui vent’anni col mitra in una mano. Alza l’altra per far cenno all’autista di non partire. Sale, prende il documento dell’ultimo entrato, dice qualcosa con l’aria dura di chi il militare lo sa fare davvero! L’uomo preso di mira gli mostra un foglio allegato al documento d’identità. Sembra un’autorizzazione o qualcosa di simile. Sì perché NON va dimenticato che qui in Palestina, per i palestinesi, è possibile girare solo con autorizzazione dell’occupante, non della cosiddetta Autorità palestinese. Le parole non sempre rispondono al contenuto e qui l’autorità ce l’ha solo l’occupante. Comunque, quest’uomo non riesce a convincere il soldato che potrebbe essere suo figlio nato quando lui aveva vent’anni, e il soldato, rigido come il mitra che ha in mano, lo costringe a scendere.
Non so se l’uomo che era salito sorridendo sia stato arrestato o se gli è stato solo impedito di prendere l’ultimo bus per Gerusalemme. Certo il suo sorriso s’è spento.

E’ la quotidianità dell’occupazione. Non è guerra. Non in senso proprio almeno, ma è la “guerra” unilaterale portata avanti subdolamente come mortificazione quotidiana e annientamento dei diritti di un intero popolo per cacciarlo dalla sua terra. E’ la quotidianità che si vive nei Territori occupati.
Domani spero di assistere solo a cose belle.

Patrizia Cecconi

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