Eventi/Mostre

Intervista a Bruna Orlandi- Mostra fotografica “Paesaggi rinchiusi”

Febbraio e marzo a quanto pare sono due mesi molto intensi per la Campagna Cultura è Libertà. C’è un susseguirsi di eventi bellissimi a cui sarà difficile non partecipare. Intanto venerdì 21 febbraio Giulia Giorgi inaugura a Roma presso la sede della B-Gallery (Trastevere) la Mostra calligrafica “Le forme della libertà, di cui già vi abbiamo parlato in un post precedente e che poi si sposterà a Torino (l’inaugurazione lunedì 10 marzo presso la Libreria Golem).

Poi sarà la volta di un’altra mostra, questa volta fotografica. E proprio in attesa di quest’ultima, che verrà inaugurata a Torino il 1 marzo presso la libreria Belgravia, nell’ambito della rassegna Palestina raccontata, conosciamo un po’ meglio Bruna Orlandi e il suo progetto…

Bruna Orlandi

Chi è Bruna Orlandi?

fotografa, docente di fotografia , associata alla SISF-società
italiana per lo studio della fotografia, ha partecipato alla realizzazione del
progetto Archivio dello Spazio – dieci anni di fotografia italiana sul territorio
della Provincia di Milano – curato da Roberta Valtorta, ha collaborato con il
giornalista Toni Fontana del quotidiano L’Unità nei reportage della guerra
in Libano e sui flussi migratori in Italia, Marocco e Spagna, ha realizzato
reportage in Russia, Siria, Egitto, Africa e Argentina. Segue da diversi anni il
conflitto israelo-palestinese.

La Mostra fotografica “Paesaggi rinchiusi”                                 

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La mostra fotografica, contiene un selezionato corpus  iconografico del paesaggio culturale storico palestinese, ricercato negli archivi fotografici della Collezione Matson, dal 1898 al 1946, a confronto con le immagini delle attuali trasformazioni sociali, paesaggistiche e urbanistiche del suo territorio, dell’occupazione e della guerra, dell’instabilità territoriale, dell’esclusione e della separazione. La mostra è una produzione per la diffusione della cultura palestinese a cura dell’associazione “Cultura è Libertà, una campagna per la Palestina”.

Le abbiamo fatto qualche domanda per capire meglio il progetto della mostra…

1) Ciao Bruna, puoi dirci innanzi tutto le prossime tappe della tua mostra fotografica?

La prima tappa  è il 1 marzo alla libreria Belgravia di Torino nell’ambito della rassegna “Palestina raccontata” la seconda sarà a giugno a data da definirsi, al Museo di Arte Orientale a Palazzo Brancaccio di Roma.

2) Spiegaci un po’ perché hai scelto come titolo “Paesaggi rinchiusi”?

Ho scelto questo titolo perché la mostra fotografica, contiene un selezionato corpus iconografico dei paesaggi, dei luoghi, delle città palestinesi ricercato negli archivi fotografici della Collezione Matson, dal 1898 al 1946,  a confronto con le immagini delle attuali  trasformazioni sociali, paesaggistiche e urbanistiche del territorio, dell’occupazione e della guerra, dell’instabilità territoriale, dell’esclusione e della separazione. Le fotografie della Collezione Matson, a cui collaborarono come assistenti, i palestinesi  Hanna Safieh (1910-1979) e Joseph H. Giries, raccontano la cultura mediterranea palestinese, l’agricoltura, la pastorizia, il lavoro e la socialità. Le immagini attuali raccontano della problematicità di questa appartenenza culturale vissuta in luoghi rinchiusi, frammentati e disconnessi e della ricerca di quel legame comunitario necessario alla costruzione di un orizzonte identitario condiviso. La Matson (G. Eric and Edith)  Photograph Collection è una ricca fonte di immagini storiche del Medio Oriente. La maggior parte delle fotografie sono state scattate in  Palestina dal 1898-1946.  La  collezione è costituita da 22.000 lastre di vetro e pellicole di negativi, di 1.000 stampe  e di undici album fotografici. I Matsons hanno continuato  il loro lavoro fotografico sotto il nome di American Colony Photo Department fino al 1940 , quando fondarono l’agenzia Matson Photo Service, i  cui primi dipendenti  furono  John Whiting e due palestinesi , Hanna Safieh (1910-1979) e Joseph H. Giries.  Nel 1946, di fronte alla crescente violenza in Palestina , i Matsons lasciarono Gerusalemme per il sud della  California e lo staff imbarcò la gran parte dell’archivio fotografico verso gli Stati Uniti . L’agenzia di Gerusalemme subì gravi danneggiamenti  durante il conflitto del 1948-1949 , ma lo stock rimanente dei negativi fu messo in salvo in altre zone della città.

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3) La mostra s’inserisce nell’ambito della campagna per la Palestina “Cultura è libertà” e mira a far conoscere, attraverso le immagini, questo territorio occupato dove improvvisi e imprevedibili cambiamenti sono all’ordine del giorno. Come vivevi questa instabilità territoriale quando hai deciso di “bloccarla” con gli scatti della tua macchina fotografica?

In questi ultimi dodici anni sono stata spesso in Palestina, e ho seguito i lavori per la costruzione del muro di separazione producendo una mostra fotografica – Palestina la vita oltre il muro –  e due documentari , ho vissuto lunghi periodi a Gerusalemme e per rispondere alla tua domanda cito le parole di Paola Caridi nel suo libro “Gerusalemme senza Dio”:  < Alla stregua dei resort turistici o delle “zone verdi” in città come Bagdad o Kabul, lo spazio di chi ha potere dentro Gerusalemme è uno spazio chiuso protetto che però non crea problemi a chi lo vive e lo abita. Tanto per esemplificare: un abitante israeliano di Gerusalemme può recarsi senza alcun problema a Tel Aviv, all’aeroporto, al mare. Un palestinese che risiede in un quartier di Gerusalemme Est, ad esempio Issawiya, potrebbe trovarsi la mattina – senza alcun preavviso – la strada che congiunge il suo quartiere alla città da un checkpoint volante della polizia, e gli potrebbe venire negato l’accesso al resto di Gerusalemme. L’antinomia tra arcipelago ed enclave è quella definita con precisione da Alessandro Petti, uno dei giovani architetti-urbanisti che più ha studiato Gerusalemme e la Cisgiordania. L’arcipelago, dice Petti, è lo” spazio liscio dei flussi”, e l’enclave lo “spazio dell’eccezione”. L’arcipelago”, spiega con ancor più nettezza, “può accogliere al proprio interno flussi legali e illegali, le enclave non hanno alcun tipo di collegamento, sono isolate da un potere.(…) Tra l’essere rinchiusi e il rinchiudersi vi è una differenza sostanziale: è ciò che distingue un campo da una residenza di lusso.”> 

Per questi motivi, spesso ho deciso di restare a Ramallah, perchè se un palestinese che vive a Gerusalemme c’è il rischio di non potersi muovere dal suo quartiere, per quelli che vivono a Ramallah, Betlemme, Hebron, Nablus Tulkarem, Qalqilya, e nei villaggi è quasi impossibile ottenere un permesso di uscita, di conseguenza per riuscire a condividere la vita quotidiana palestinese e la sua cultura, ho preferito viverla dall’interno.

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4) Quali sono i tuoi prossimi progetti? Pensi a qualcos’altro che riguardi la Palestina?

Si, il progetto “paesaggi rinchiusi” è appena cominciato, vorrei approfondirlo, i luoghi della memoria sono congelati nei 22.000 negativi della Collezione Matson ed io sono come alla ricerca di quel paesaggio perduto, per ridargli luce e spazio nella memoria sociale contemporanea.

5) L’ultima domanda è pensi che l’arte e la fotografia in generale possano stimolare un rinnovato interesse per la cultura palestinese, ormai quasi totalmente offuscata? E come?

Si, è possibile, ad esempio si potrebbe fondare un archivio fotografico che raccolga le immagini attuali come fecero i Matson e gli altri fotografi che  lo realizzarono, senza il loro lavoro, oggi mancherebbero quei 22.000 scatti del paesaggio, della vita, della cultura storica della Palestina.

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Per saperne di più sul primo progetto della Campagna e sugli eventi ad esso correlati,  visitate anche il sito: www.palestinaraccontata.it 

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