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Cultura è Libertà si presenta

di Patrizia Cecconi

La campagna per la Palestina “ Cultura è libertà” è stata lanciata e Roma ha reagito con visibile interesse. Venerdì 10 gennaio il Museod’Arte Orientale,che ha ospitato il primo dei due momenti espositivi del progetto, ha visto la sala riempirsi di partecipanti di tutte le età, fatto ormai abbastanza raro e quindi incoraggiante segnale di avvio.

Il saluto della dr.ssa PaolaD’Amore,la quale ha ricordato l’importanza del e per il giovane Museo (nato nel 1956) di valorizzare ogni espressione della cultura del Vicino eMedio Oriente, settore che lei stessa dirige, ha aperto la serata edè stato molto apprezzato.

Al suo saluto è seguita una breve presentazione della campagna, di Alessandra Mecozzi, prima e convinta ispiratrice del progetto da cui è nata l’Associazione “Cultura è Libertà, una campagna per la Palestina”. In pochi minuti Alessandra ha tratteggiato i puntifocali che rappresentano lo spirito dell’Associazione e le attivitàche si propone di perseguire, sintetizzando il tutto in duefondamentali affermazioni: scardinare gli stereotipi dovuti allacultura coloniale e alla manipolazione mediatica e far conoscere lacultura palestinese, la stessa che permette al popolo palestinese dipresentarsi agli occhi del mondo come protagonista e non solo comevittima. La cultura palestinese, quindi, vista in sé con tutto ilrispetto che le è dovuto, e per sé, come espressione dell’esistenzae della resistenza del popolo che la esprime. Alessandra spiega come intorno a questo progetto si sia raccolto il piccolo gruppo che,convinto dell’importanza di tale lavoro, ha dato vita all’Associazione che oggi fa la sua prima apparizione pubblica.Quindi presenta gli ospiti i quali, per circa tre ore, terranno ilpubblico interessato e visibilmente partecipe.

A WasimDahmash è riservato il compito di introdurre al discorso culturale che verrà affrontato con tagli diversi dai tre relatori che lo seguiranno.Wasim inizia ricordando ai presenti che già nel 1920, quindi quasitrent’anni prima della Nakba, il Fondo Nazionale ebraico, oggiconosciuto come KKL, aveva istituito il “comitato dei nomi” conl’intenzione di dare nomi ebraici a tutte le località, i monti, lefonti, le strade portando scientemente a quello che lo storico IlanPappe definisce “memoricidio”. Accanto al memoricidio, lacreazione del mito, quindi la narrazione e la manipolazione narrativache lo radica e lo accresce deformando la verità o cancellandola.Per questo, spiega Wasim, la resistenza culturale è la forma più alta di resistenza perché porta in sé la riaffermazione della memoria storica, fatta di monumenti ma anche di paesaggi, di tradizioni e di racconti. Dopo aver sviluppato con ricchezza diesempi la sua affermazione, conclude citando una frase del grande poeta Darwish: “il mio paese è una valigia che mi metto sulle spalle” come espressione del portarsi dietro la cultura totale, il“paesaggio culturale” del Paese. Quindi introduce il sociologo Salim Tamari come una delle voci che interpretano questo “paesaggio culturale”.

SelimTamariesordisce con un’affermazione quasi scherzosa, che in realtàrappresenta un fatto storico, ringraziando i romani perché, dice,se non fosse stato per loro (gli “antichi” romani!) non saremmostati chiamati “Palestina”. Quindi entra nel tema specifico del suo intervento “Palestina e culture del Mediterraneo” e parla dell’identità mediterranea della Palestina e delle sue problematiche mostrando come la Palestina condivida tratti culturali con altri paesi del M.O. dalla Turchia alla Siria, ma anche con Egitto o Algeria e paesi dell’Europa meridionale a partire dalle caratteristiche dell’agricoltura, quindi della cucina e, in proposito cita un antropologo francese che parla della “cucina dei cugini”, e infine di altri aspetti di somiglianza culturale. Ma la problematicità di questa appartenenza culturale è data, da unaparte dalla valutazione negativa che l’Europa dimostra, mossa com’èdalle sue politiche di “security” tendenti a bloccare i flussimigratori, e dall’altra dalla stessa esitazione mediorientale siaper paura di una separazione tra paesi arabo-islamici, sia perchél’identità mediterranea rischia di rappresentare il recupero del passato ottomano. Inoltre si scontra con l’identità mediterranea che anche Israele tende ad affermare per sfuggire all’ambito arabo in cui è immerso. In conclusione, quel che emerge dal quadro moltoben delineato da Salim è il timore di non poter essere insiememediterranei e arabi. E qui affronta il tema della “modernità”palestinese, tema che riprenderà nell’intervento più specifico su alcune delle figure femminili più significative dell’emancipazionismo (o femminismo?) in Medio Oriente a partire dal XIXsecolo. Salim illustra la sua tesi circa la modernità palestinesecon una serie di foto storiche che vengono proiettate e suscitanoparticolare attenzione. Le foto mostrano le tre città che il sociologo definisce la triade della modernità palestinese dell’”800e dei primi decenni del “900 e cioè Jaffa, Gerusalemme e Beershevadove, non solo per le ferrovie o il telegrafo o l’elettricità, maanche per gli stessi costumi sociali che vedono donne e uomini,cristiani, ebrei e musulmani, partecipare agli stessi eventi pubblicie vestire abiti spesso non dissimili gli uni dagli altri, le foto assumono una grande importanza contro gli stereotipi più diffusi.Sviluppando il suo discorso Salim mostra come due diverse forme di modernità, quella araba e quella di derivazione europea (con particolare riferimento alle colonie tedesche) si espandono in Palestina fino a metà “900 quando la Nakba, spazzando le popolazioni della costa e costringendole alla diaspora ha portato al disfacimento e/o alla ricostruzione in altri luoghi, con diverse forme di integrazione in nuove soluzioni urbane. Qui viene ripreso ilconcetto di cultura come espressione di resistenza della stessaentità di popolo palestinese e quindi come forza di coesione socialee politica.

ASalim Tamari succede LucianaCastellina la quale affronta il tema “politica è cultura” richiamandosi a Gramsci ed affermando che non si può parlare di potere senzariconoscere la cultura come espressione della società e, quindi,come ciò che ciascuno apprende come membro di una comunità. Nel caso specifico della Palestina il colonialismo rappresenta la pretesa europea d’imporre la propria modernità e, di conseguenza, lanecessità di liberarsi da tale soggezione intellettuale è fondamentale. La Castellina pone l’accento sulla cultura palestinese come espressione di politicità prendendo ad esempioconcreto il primo film palestinese che risale al 1935, quindi a unperiodo ancora lontano dalla Risoluzione Onu (sulla partizione dellaPalestina) che avrebbe dato la copertura politica alla tragedia dellaNakba. Purtroppo proprio nel bombardamento di Jaffa del 1948 il film andrà perso, così come andrà persa tutta la produzione cinematografica archiviata, per essere protetta, nella sede della Croce Rossa di Beirut bombardata nel 1982. L’aspetto particolarmente interessante su cui pone l’accento la Castellina è“l’equivoco politico” conseguente al fatto che la nascita dello Stato di Israele ha avuto un’importante contributo della sinistra e questo ha reso il colonialismo israeliano diverso, ad esempio, da quello che ha caratterizzato la Rhodesia e quindi più difficile da individuare e da contrastare. La difficoltà e il desiderio deipalestinesi “di riappropriarsi della propria terra, dei proprigiardini, dei propri limoni” ha portato a una “riconquista”attraverso l’immaginario e da qui letteratura e cinema come modo diriappropriarsi della propria terra, come mostrano i film di Elia Suleiman. Infine la Castellina pone l’accento sul rischio insito nel multiculturalismo, rischio subdolo in quanto sostenuto “dal buon cuore”, quello dell’integrazione, che di fatto strangola lacultura “integrata” e quello della ghettizzazione. Né l’uno nél’altro rientrano nello spirito del nostro progetto il quale non èinseribile nel tradizionale multiculturalismo, bensì si propone didialogare con la cultura palestinese. Quella cultura fatta diidentità nel senso esplicitato da Darwish come “identità apertaalla diversità, non fortezza”. Castellina conclude affermando lanecessità di un’esistenza statuale e lascia che la sintesi del suointervento sia espressa dalle parole di Gandhi “io voglio che lamia casa sia aperta ai venti di tutto il mondo, ma non che questisiano così forti da sradicarla”.

La parola passa a Elisabetta Donini,docente all’Università di Torino e attivista delle donne in nerola quale parla del progetto che verrà realizzato in collaborazionecon il suo ateneo e l’Università di Betlemme, ideato dalla suacollega Ada Lonni con la quale da molti anni lavora sui temi dellacultura mediterranea. Il progetto ha per titolo e per tema la“Palestina raccontata” e si snoderà in una serie di moduli che copriranno un intero mese a partire dalla metà di marzo. La Donini spiega alla sala per grandi linee il progetto, che può esserevisionato nel blog dell’Associazione, ma soprattutto ne spiega ilsenso profondo che è raccolto nelle due parole che lo identificano:“Palestina raccontata. Viaggi dall’Occidente, viaggi dell’interno”e quindi spiega l’importanza data al turismo come forma direlazione, il perché del viaggio e di un certo tipo di viaggio,chiarendo come la dimensione mentale e la dimensione emotiva possanorappresentare il rischio di vedere la Palestina attraverso il propriofiltro, quale che sia. A questo proposito cita Gilgamesh e lametafora del lavatoio come pulizia dall’approccio eurocentrico,approccio che si riscontra spesso nello stesso linguaggio usato perraccontare la Palestina. Il nome stesso di Palestina è contestato esembra aver causato spesso una sorta di imbarazzo. Nei secoli ècambiato più volte e nel “900 l’uso politico dei nomi ha fattosì che si scegliesse di chiamarla Terra Santa, come l’avevaribattezzata Costantino nel IV secolo. Dalla seconda metà del “900il suo nome varia da Territori a Territori Occupati, a Stato informazione ecc. senza mai sbilanciarsi troppo. Dopo aver spiegato itre segmenti pratici del progetto, e precisamente il taglio storico,l’importanza delle guide turistiche, e le nuove voci narranti, edaver posto l’accento sull’importanza del viaggio anche comemomento di conoscenza umana e culturale e di presa di coscienzapolitica, Elisabetta cita un’esperienza personale di grande impattorisalente alla fine degli anni “80 quando, nel primo “campo dipace” in Palestina, in un incontro tra donne italiane, palestinesied israeliane inizialmente piuttosto difficoltoso, una donnapalestinese, Samia Khalil, disse che se volevano realmente operareper la pace avevano un mandato da rispettare in Italia e quindichiese loro di “andare e raccontare”. Era il 1988 e non c’eranole facilitazioni del web, per cui il loro impegno si manifestò nellanecessità della testimonianza, da cui nacque il libro “donne aGerusalemme”. Un impegno che ha fatto capire loro l’importanzaindiscutibile del viaggio e della sua filosofia.

Finiti gli interventi vengono proiettate una serie di foto come presentazione di quella che sarà la mostra fotografica di Bruna Orlandi,interna al progetto, il cui titolo “Paesaggi rinchiusi” ne rappresenta la chiave di lettura, mentre le foto della mostra calligrafica araba, il cui titolo “Le forme della libertà”, fa da controcanto alla mostra fotografica, entrambe dimostrazione di quella complessità della cultura palestinese di cui si è parlato e di cui si parlerà nelle attività dell’Associazione. La mostra calligrafica è di Giulia Giorgi.

L’appuntamento per il secondo step della presentazione è alla Casa Internazionale delle Donne e l’incontro viene aperto dal saluto di Francesca Koch,presidente della Casa la quale ringrazia l’Associazione per aver individuato questa sede per un tema così importante, con un taglio che condivide pienamente, rendendo in tal modo visibile l’impegno della Casa e la vicinanza al problema della giustizia in Palestina.

Alessandra Mecozzi introduce ai temi dell’incontro che riguardano lo specifico femminile e ribadisce che scopo della campagna, totalmente indipendente da qualsiasi formazione politica, là e qui, è quello di puntare il focus sul popolo palestinese come protagonista, e non come vittima, della sua storia e la cultura palestinese come terreno fondamentale delle attività associative.

Prendela parola SalimTamari il quale parlerà delle pioniere del femminismo in Palestina proseguendo in un certo senso, sebbene con un diverso obiettivo direzionale, il discorso già iniziato nell’incontro precedente e inquadrando le figure femminili di cui parlerà, nella cornice mediorientale tra “800 e “900. La cornice è necessariamente mediorientale in quanto Salim Tamari precisa che la Palestina dello scorso secolo è tutta interna in quel contesto sebbene inquadrabile come periferica e, per rendere l’idea, la paragona alla Sardegna rispetto all’Italia. Le espressioni di quello che viene definito unprimo nucleo dell’emancipazione femminile, con tratti che vannocontestualizzati per poterli definire “femminismo”, sono tutteinterne alle associazioni di volontariato assistenziale,dall’apertura di mense popolari all’assistenza di donne finitenella miseria e nella prostituzione dopo la caduta dell’industriadella seta che le aveva tratte dalla campagna e che ora le buttavasulla strada. Lo studioso presenta figure femminili del calibro della scrittrice turca Halide Edip, soldato nella 1^ guerra mondialee scrittrice, quindi parla di Anbara Salam, pioniera dei diritticivili e prima donna a togliersi pubblicamente il velo, oltre cheprima traduttrice in lingua araba di classici latini e greci. Lanota particolarmente significativa su cui Salim Tamari pone l’accentoè che nel mondo mediorientale le prime tracce di emancipazionefemminile emergono dalla comunità cristiano ortodossa.

Riprendeil discorso, affrontandolo esattamente come “segno femminile nellacultura palestinese”, IsabellaCamera d’Afflitto,arabista italiana e docente di lingua e letteratura araba allaSapienza. Isabella esordisce con un proverbio arabo per testimoniareil suo desiderio di partecipazione alle attività richieste nonsempre possibile per una molteplicità di impegni. Dice il proverbio:“La vista è lunga, ma la mano è corta” e quindi non può arrivare dove la vista vorrebbe, ma aggiunge che quando le è stato chiesto di parlare di femminismo palestinese lo stimolo è stato così forte da far prevalere la sua passione per l’argomento su altri impegni ed ora è qui a sviluppare un discorso che si fa particolarmente stimolante quando affronta un personaggio della vignettistica artistico-culturale palestinese che in Italia risulta ancora pochissimo conosciuto. La studiosa inizia facendo presente chedagli archivi britannici si rileva che le prime figure a lanciarepietre come forma di protesta furono proprio donne e questo avvennenegli anni “20. Donne che, come raccontano le cronache dell’epoca furono poi rinchiuse in casa dai mariti e iniziarono un passaggio di comunicazioni tramite telegrammi e la cosa suscita stupore e simpatia pensando che con gli strumenti di un secolo fa, e nelle strettoie de lcontesto culturale di un secolo fa, queste donne esprimevano lo spirito di moderne blogger. Riprende poi il discorso su Anbara Slamainvitando la platea, se vuol saperne di più, a leggerne le memorienella rivista on-line di letteratura araba “arablit”, rivistache, in un contesto di interesse per la cultura palestinese puòrappresentare un valido arricchimento per tutte/i. Quindi Isabellaentra nel vivo del segno femminile nella cultura palestinese eafferma che non si può affrontare quest’argomento senza entrarenei personaggi femminili dei romanzi anche se scritti da uomini equindi parla di due donne dei racconti di Kanafani e della loroforza: la moglie di uno dei tre “Uomini sotto il sole”, “lamadre di Said” e con riferimento a quest’ultima cita l’episodiodella piantina di vite cui solo lei aveva creduto. Infine cita LinaBadr, autrice de “Le stelle di Gerico”e parla del significato delsuo romanzo. Da ultimo la Camera d’Afflitto arriva a far conoscere al pubblico una figura stilizzata che definisce una sorta di controparte femminile di Handala: la bambina-ombra Meirun, la bambina che invia suggestioni di bellezza, di piacere per la musica, di diritto alla semplicità e alla vita di una “bambina universale”e poi indossa una kefiah e infine si trova di fronte a una mappa della Palestina storica e chiude disegnando la luna inviando un messaggio in cui vuole rappresentare tutte le donne arabe, tutte le donne del mondo e il loro diritto universale alla libertà.

Conl’intervento di Isabella Camera d’Afflitto si chiude lapresentazione pubblica dell’Associazione.

E ora al lavoro per i prossimi appuntamenti.

Roma 12 gennaio 2013

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